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È duro trovare... l’America

Controlli serrati e soprattutto la crisi fanno diminuire gli immigrati. Molti tornano in patria e Silicon Valley rischia di restare senza ‘cervelli’

Gio 21 Ott 2010 | di Manuela Senatore | New York
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L’unico fatto certo per chiunque si trasferisca in America da un’altra nazione, ricca o povera che sia, è che dovrà lavorare sodo per riuscire a farcela e, se ha fortuna, ad avere successo, specie ora che le opportunità si sono ridotte anche per chi è nato qui. Chi arriva da giovane e frequenta le università americane ha la vita più facile, perché ottiene una rete di conoscenze su cui contare e riesce meglio a “vendere” ai datori di lavoro il titolo di studio e l’esperienza professionale. Gli immigrati dai Paesi ricchi tentano di regolarizzare la propria posizione e allungare la propria permanenza con i visti da studente, da professionista o da artista; le soluzioni per restare vanno dalla ricerca di uno sponsor a quella di un coniuge statunitense per ottenere l’agognata carta verde.

IMMIGRAZIONE ILLEGALE IN RIBASSO
Secondo il Dipartimento dell’Homeland Security, gli immigrati illegali sono diminuiti di un milione nel biennio 2007-2009. Una ragione è il rafforzamento delle misure di controllo e punizione: in anni recenti è stato costruito un muro di cinta lungo migliaia di chilometri tra la frontiera del Messico e quella degli Stati Uniti per prevenire indesiderati attraversamenti di frontiera. Ma il vero motivo è la crisi economica, insieme alla difficoltà di trovare lavoro per gli stessi americani (specie quelli con un basso livello di istruzione che più competono con gli immigrati). Il tracollo del settore edilizio e la riduzione delle spese hanno decimato le possibilità di lavoro giornaliero e le mansioni da carpentiere, babysitter e lavapiatti. Gli immigrati che non riescono più a mandare soldi ai familiari in patria decidono di tornare indietro, magari chiedendo aiuto al proprio consolato per pagare il biglietto dell’autobus. Molti stringono i denti e cercano di superare il momento difficile, perché sanno che tornare qui sarà arduo e soprattutto costoso.
Le misure come il muro di frontiera hanno reso molto più caro il prezzo del passaggio illegale (organizzato dai cosiddetti “coyotes”), mentre le prospettive di ripagare il debito, trovando lavoro negli USA, sono diventate incerte. Intanto cominciano a tornare in patria anche i cosiddetti “cervelli” (specie cinesi e indiani), perché riescono a trovare opportunità favorevoli nel proprio Paese. Per gli Stati Uniti è un fenomeno temibile, se si considera che questi talenti (la maggioranza dei professionisti nella Silicon Valley) sono stati decisivi alla nascita della New Economy, partecipando perfino alla creazione di colossi come Google e Intel.

ARIZONA: TOLLERANZA ZERO
L’Arizona è diventata un simbolo di intolleranza, perché ha da poco adottato la legge sull’immigrazione illegale più severa del Paese. In base ad essa, la polizia statale può identificare, perseguire e deportare chi si trova in Arizona senza permesso di residenza. Dimenticare di portare con sé il documento d’identità (o il permesso d’immigrazione) è considerato un crimine. La legge ha suscitato polemiche e proteste, anticipando in parte il dibattitito che si accenderà quando si tornerà a parlare di riforma dell’immigrazione a livello federale. I critici più radicali dicono che la legge è un invito alla violenza e alla discriminazione, perché consentirebbe l’identificazione del sospetto sulla base della sua appartenenza etnica (racial profiling). C’è il rischio che chiunque sembri latino o abbia un accento sia arrestato e messo in carcere fino all’accertamento del suo status. Quelli che sono a favore minimizzano, dicendo che non c’è niente di strano a dover mostrare la patente di guida quando ti ferma la polizia, e aggiungono che la patente (o un simile documento d’identità) è richiesta ad ogni cittadino americano quando sale in aereo, pernotta in albergo o ritira le medicine in farmacia.

L’ANTISLAMISMO MAI SOPITO
A New York, la ragione di una nuova ostilità verso l’Islam si chiama Park51, il progetto di costruire un centro culturale e una moschea per la comunità islamica a due isolati da Ground Zero. Il piano, che ha ottenuto l’approvazione municipale ed è difeso dal sindaco Bloomberg, è diventato il pretesto per un dibattito nazionale sulla tolleranza religiosa e l’11 Settembre. Il tema ha coinvolto tutta la città per l’immenso valore simbolico che la data e il luogo conservano per tutti i suoi abitanti. Un sondaggio del New York Times riporta che due terzi dei residenti di New York pensano che il centro debba trovare un’altra collocazione. Anche se la Costituzione garantisce la libertà di religione - dicono i più -, bisognerebbe costruire la moschea altrove per rispetto alle vittime delle Torri Gemelle e ai loro parenti. La polemica si è espressa in toni accesi e violenti, con il solito contorno di accuse all’Islam. Park51 ha reso famosi personaggi come Pam Geller, che dal suo sito militante, con un milione di visitatori al mese, ha organizzato infuocate dimostrazioni a Ground Zero a giugno, agosto e l’11 Settembre. Persino la prima Miss America musulmana, Rima Fakih, che è figlia di immigranti libanesi, ha criticato la costruzione della moschea.
Quando Obama è intervenuto difendendo il diritto dei musulmani a praticare la loro religione negli USA (senza entrare nello specifico della moschea), i più estremisti hanno sparso la voce che lui stesso sarebbe un musulmano perché il suo secondo nome è Hussein.

In questo clima antislamico, il tassista Ahmed Sharif è stato accoltellato alla gola da un giovane studente, dopo aver detto di essere musulmano: un fatto che fa riflettere, nella New York multiculturale.

 


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