Troppo simile all’Italia
I politici litigano ogni giorno, i mezzi pubblici non funzionano e c’è sempre qualcuno che si scaglia contro il sud
Gio 21 Ott 2010 | di Roberta Giaconi | Bruxelles
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«Sai cosa mi fa ridere del Belgio?», mi ha chiesto un italiano da tempo residente a Bruxelles. «Assomiglia fin troppo all’Italia: i loro politici litigano quotidianamente, i mezzi pubblici non funzionano e c’è sempre qualcuno che tuona contro il sud sprecone, invocando una secessione. Ma gli abitanti fanno finta di niente e vanno avanti felici e tranquilli per la loro strada».
È strano vivere qui, in un piccolo regno inquieto di 10 milioni di abitanti, scelto quasi casualmente come capitale dell’Unione Europa. Una scelta che non nasconde una certa ironia: la sede dell’utopia unitaria è un Paese federale diviso in tre parti ben distinte che continuano a chiedersi se non sarebbe meglio fare una bella secessione.
Fiamminghi nel nord, valloni francofoni nel sud, la capitale Bruxelles come un piccolo nucleo conteso, con grandi problemi economici ma linguisticamente felice, l’unico in cui si realizza un vero bilinguismo sin dai primi anni di scuola dei bambini.
«Guarda, noi fiamminghi parliamo tutti il francese - mi spiega la moglie di un ufficiale dell’esercito belga venuta da Anversa a Bruxelles per accompagnare il marito a una riunione tra militari -. Ma i valloni no, loro non vogliono imparare il fiammingo, dicono che è troppo difficile. Ti sembra giusto?».
Per ripicca il membro di un partito fiammingo, Pascal Smet, ha lanciato nel mese scorso una provocazione: «Basta con il francese nelle nostre scuole, iniziamo a insegnare soltanto l’inglese come seconda lingua», sottolineando ulteriormente le difficoltà di integrazione di un Paese con due anime linguistiche forti (ce ne sarebbe anche una terza, quella tedesca, che però resta una minoranza pacifica e non entra in conflitto con le altre due).
Una questione meno semplice da risolvere di quanto possa sembrare, visto che il Belgio non riesce ad avere un governo stabile dal 2007 e visto che periodicamente vengono pubblicati sondaggi sulla possibilità che la Vallonia venga annessa alla Francia e le Fiandre ai Paesi Bassi. Una soluzione che non piacerebbe a nessuno, ma nel frattempo è impossibile negare che ci sia un eccesso di lingue in un Paese così piccolo.
Giornali, telegiornali, riviste e avvisi cercano di accontentare entrambi i gruppi linguistici. Persino al cinema resta soltanto metà dello schermo per vedere il film in lingua originale: l’altra metà è occupata dai sottotitoli in fiammingo e francese.
«È impossibile capire qualcosa della politica nazionale - mi spiega scuotendo le spalle un manager italiano da anni residente nella capitale belga -. Ci sono i partiti valloni e ci sono quelli fiamminghi. A volte si alleano a seconda della corrente politica, a volte a seconda della provenienza geografica. E poi non si capisce, in caso di una secessione, a chi dovrebbe andare Bruxelles».
Il vero problema è che le Fiandre sono storicamente più ricche rispetto al sud del Paese e molti fiamminghi hanno la sensazione di dover pagare con il loro lavoro anche il welfare dei valloni. La Vallonia respinge al mittente le accuse, ma contemporaneamente guarda con generale indifferenza all’obbligo morale di imparare a parlare il fiammingo, una delle due lingue ufficiali dello Stato. «È inutile, troppo difficile e la parlano soltanto in pochi. Perché dovremmo far fatica per niente?», si chiedono.
Il risultato però è una buona dose di incomunicabilità e un diffuso senso di precarietà.
E la preoccupazione è così forte che, quando nel 2006, per scherzo, un’emittente televisiva mandò in onda un’edizione speciale del telegiornale sulla dichiarazione unilaterale di indipendenza delle Fiandre, il Paese andò nel panico.
«Le Fiandre hanno proclamato l’indipendenza!». «Il re ha lasciato il paese!». «Il Belgio non esiste più!», aveva annunciato uno dei giornalisti più rispettati del Belgio nel falso telegiornale, suscitando l’esultanza di alcuni, la delusione di altri e il panico nella gran parte degli abitanti. Perché su una cosa la maggioranza dei belgi - fiamminghi, valloni e abitanti della capitale - sono d’accordo: «I problemi ci sono, ma nessuno vuole una secessione. Alla fin fine ci sentiamo tutti belgi e ne siamo contenti».
GALEOTTA FU NAPOLI...
Una romanzata versione sulla nascita della nazione belga nell’agosto del 1830 sostiene che tutto partì da un’opera, “La Muette de Portici”, che narrava la sommossa di Napoli contro la dominazione spagnola. I belgi francofoni che la ascoltavano si commossero così tanto che, in preda all’entusiasmo, si riversarono nelle strade pretendendo e ottenendo l’indipendenza dal dominio olandese.
LA TOUR EIFFEL LOCALE
Anche Bruxelles ha la sua Tour Eiffel. Si chiama Atomium ed è la bizzarra e gigantesca riproduzione di un cristallo di ferro. Nove sfere di acciaio con un diametro di 18 metri che restano minacciosamente sospese tra terra e cielo. Fu costruita per l’Esposizione universale del 1958 e avrebbe dovuto essere smantellata poco dopo. Ma come la Tour Eiffel, realizzata per la stessa occasione oltre mezzo secolo prima, è ancora al suo posto.
ITALIANI OVUNQUE
“Ci sono italiani ovunque”, mi rivela una ragazza sulla metropolitana. Difficile non accorgersene. In ogni angolo della città l’italiano arriva subito alle orecchie. “Non è che siete di più, è che urlate più forte e quindi vi fate riconoscere subito”, precisa un belga. In realtà è innegabile che la presenza italiana sia tutt’altro che secondaria. Secondo una ricerca di qualche anno fa, sarebbero quasi 300.000 le persone di origine italiana che ancora abitano in Belgio. La maggior parte è arrivata tra il 1940 e il 1960 per lavorare nelle miniere di carbone. È tristemente famosa la tragedia di Marcinelle, dove l’8 agosto del 1956 morirono 262 minatori a causa di un incendio, 136 erano italiani.
QUI SFILA CHI DECIDE E CHI PROTESTA
Bruxelles, capitale di Europa, è anche il centro di manifestazioni di ogni tipo. I politici dei 27 Paesi dell’Unione Europea volano spesso qui per una riunione o un vertice e i dimostranti hanno trovato un terreno fertile per le proprie rivendicazioni: marce in nome della giustizia sociale, scalate sugli edifici istituzionali contro l’energia atomica, una fila di biciclette a sostegno dell’ambiente... ogni giorno si incrociano per le strade della capitale quelli che decidono e quelli che protestano.
MANNEKEN PIS
Uno dei simboli più famosi di Bruxelles è il Manneken Pis, la piccola statua di un bambino immortalato per sempre nell’atto del fare pipì. Si dice che ricordi il gesto coraggioso di un giovane concittadino che riuscì a salvare la città spegnendo un incendio o una carica di esplosivo (a seconda delle versioni) a modo suo, ricorrendo - potremmo dire - a uno dei mezzi più naturali del mondo. Oggi la statuetta di 55,5 centimetri è quotidianamente fotografata da una folla di turisti, fiera della sua impertinenza. Indossa regolarmente costumi diversi, diventati nel tempo tanto numerosi da dover essere ospitati nella vicina Maison du Roi.
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