acquaesapone Bruxelles
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Professione lobbista

Un esercito di specialisti della “pressione” per ottenere leggi a proprio favore

Ven 07 Gen 2011 | di Roberta Giaconi | Bruxelles
Foto di 2

«Quando ho scoperto che il mio attuale marito di lavoro faceva il lobbista, mi sono quasi preoccupata. Non ero sicura che fosse legale», mi racconta una giovane mamma italiana che vive qui. Eppure a Bruxelles quella del lobbista è una vera e propria professione: oltre 15.000 persone si aggirano per la capitale a nome delle lobby, studiando documenti e gravitando intorno alle istituzioni europee. In piena luce del sole, almeno in teoria.


Il compito principale è uno solo: influenzare coloro che scrivono le leggi, perché tengano in considerazione le esigenze delle varie società e dei gruppi di interesse. Attraverso contatti personali con i legislatori o tentando di portare dalla propria parte l’opinione pubblica.
Non soltanto grandi compagnie come Coca-Cola, Eni e Telecom Italia hanno i loro lobbisti, ma nel registro tenuto dalla Commissione Europea spuntano nomi come quello del Teatro Verdi di Cesena, Altroconsumo o l’associazione italiana Amici dei Bambini.
«La verità è che tutti hanno bisogno di essere rappresentati qui a Bruxelles nel momento in cui vengono prese le decisioni. Quando la legge è stata già varata, ormai è troppo tardi per cambiarla», commenta Tomaso Piaggio.


Lui è un farmacista genovese di 29 anni, che si è ritrovato a lavorare come lobbista nella capitale d’Europa. «Le lobby premono per favorire i propri interessi, ma sono i legislatori a prendere da soli la decisione finale», sostiene.
È intensa l’attività dei lobbisti. Entrano nelle aule del Parlamento e della Commissione, ascoltano, poi presentano rapporti e cercano di influenzare le decisioni politiche a favore dei loro assistiti, di solito grandi società o gruppi di potere. E poi ci sono i contatti personali da tessere, le relazioni da instaurare con i legislatori o con persone potenzialmente utili per il compito da svolgere.
«Possiamo lavorare per un intero settore, come quello energetico o farmaceutico, o per singole aziende», conferma un altro giovane professionista del “fare pressione”. Gli stipendi sono buoni, anche 2.000 euro al mese per un neo-assunto, ma quello che viene chiesto in cambio è qualcosa di più del semplice studio. Bisogna sapersi muovere e non a caso i lobbisti migliori sono maghi dei rapporti interpersonali e conoscono perfettamente tutti i complicati processi che regolano le istituzioni europee. Sono un misto di avvocati, giornalisti ed esperti di politiche comunitarie.
A differenza dell’Italia, dove il termine fa pensare a oscuri complotti e a meccanismi segreti di influenza del potere, la situazione in Belgio è più regolamentata, sebbene non manchino anche qui le critiche. Presso il Parlamento e la Commissione europea sono stati creati dei registri, dove possono iscriversi i “rappresentanti di interessi” e dove vengono dichiarati i nomi delle società per cui lavorano e i fondi assegnati alle attività di lobbismo. Unico problema: l’adesione al registro è volontaria. Senza contare che molte organizzazioni non governative dubitano della correttezza delle informazioni che vengono date. «Nel registro non ci sono venti delle cinquanta più grandi società europee, è possibile? - accusa Paul de Clerck, dell’associazione Amici della Terra -. Inoltre alcune grandi compagnie internazionali, come Shell, BP (quelli della marea nera di petrolio nel Golfo del MEssico) e il gigante dell’acciaio ArcelorMittal, dichiarano di spendere per il lobbismo cifre molto più basse di quelle di organizzazioni non governative come Gli Amici della Campagna o Il gruppo europeo per gli animali».
È così che alcune associazioni hanno ideato nel 2005 i “Worst EU Lobby Awards”, i premi sarcastici da assegnare ogni anno alle peggiori lobby europee.
In gara in questo momento non potevano mancare le grandi compagnie finanziarie, responsabili in parte, secondo gli organizzatori, della crisi economica mondiale. Lo aveva già ammesso nel febbraio 2009 l’allora Commissario europeo per il mercato interno Charly Mc Creevy: «Non dobbiamo dimenticare che molti di quei lobbisti, che in passato hanno convinto i legislatori a inserire clausole e disposizioni nelle leggi, hanno contribuito a creare quegli eccessi e quegli standard insufficienti che hanno permesso la crisi».


Non a caso negli Stati Uniti le banche hanno aumentato le spese per finanziare il lobbismo mano a mano che la crisi diventava più grave, proprio per tentare di combattere un aumento dei controlli sulle loro attività.
E in Europa? «Da noi sono molti i politici che, appena finito di lavorare per la Commissione, passano nel libro paga delle lobby - spiega de Clerck -. Così hanno molti contatti e relazioni, sono più influenti e quindi potenzialmente pericolosi».


Marcello Missaglia è un libero professionista, un consulente e, in altre parole, un lobbista. Il suo studio, Missaglia e Associati, “si occupa di fare lobbying sulle istituzione europee”, assicurando contatti costanti con le stesse istituzioni, come si legge nel registro della Commissione europea.
«Non è un lavoro così negativo come si pensa in Italia - spiega -. Un presidente americano diceva che i lobbisti sono coloro che ci mettono tre minuti per spiegare quello che un intero staff ti farebbe capire in una settimana».
Tutto qui. Forse.

 


I LOBBISTI IN NUMERI A BRUXELLES

• 15.000 lobbisti
• 3.500 gruppi d’interesse
• 500 federazioni nazionali ed europee
• 60 uffici di rappresentanza regionale e locale
• 400 uffici di rappresentanza aziendale
• 150 società di consulenza
• 120 studi legali in diritto comunitario

(Dati del 2009 diffusi da Roberto Zangrandi, Responsabile degli Affari Istituzionali Europei di Enel a Bruxelles)

 


QUALE E' LA “PEGGIORE LOBBY EUROPEA”

L’ingrato riconoscimento è stato messo in palio da alcune organizzazioni stanche di vedere così tanti lobbisti aggirarsi nelle stanze del potere a Bruxelles. «Molti di loro non esitano a mettere in atto ogni mezzo: fingono di essere convinti ambientalisti quando non lo sono, spingono l’Unione europea a non agire oppure si assicurano un accesso privilegiato ai legislatori», si legge sul sito del “Worst EU Lobby Awards”, il premio che accusa le lobby di aver fatto prevalere nelle sedi europee le ragioni del profitto a quelle di ambiente e consumatori. «Chiediamo trasparenza e regole etiche più chiare», dicono gli organizzatori. Parlamento e Commissione europea dovrebbero creare il prossimo anno un registro comune in cui le società attive nel lobbismo dovranno registrarsi per avere i pass per entrare nelle istituzioni. Ma riusciranno davvero a convincere le lobby a dichiarare i propri interessi?

 


BABELE ISTITUZIONALE

L e istituzioni europee sono una complicata babele istituzionale: c'è il Parlamento, composto da 736 deputati eletti direttamente dai 500 milioni di citta-dini dell'Unione europea. Collabora nella creazione delle leggi europee e controlla il lavoro degli altri enti europei. C'è poi la Commissione, con i suoi 27 commissari, uno per ogni stato membro. Per lo più svolge per l'Europa il lavoro che a livello di ogni singolo stato esercita il governo. C'è poi il Consiglio dei ministri europei che è composto di volta in volta dai ministri degli stati membri competenti per materia. Vale a dire che regolarmente si incontrano tutti i ministri delle finanze dell'UE, altre volte quelli dell'Ambiente e così via. Sono loro a detenere il vero potere legislativo e a simbolizzare la congiunzione tra politiche comunitarie e politiche nazionali. Infine c'è il Consiglio europeo, formato dai capi di stato e di governo dei singoli paesi. È questo a dare l'orientamento politico generale e a decidere le strategie sul futuro dell'Europa.


Condividi su: