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Antonio Albanese: I giovani sono la speranza

Come salvarci dai politici e da Cetto La Qualunque

Gio 27 Gen 2011 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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Non legge, non ha mai comprato un libro, non fa sport, è depravato, corrotto e ignorante, disprezza la natura, la democrazia e le donne (che dice di amare). Il suo motto? “Più pilu e cemento armato”. Grazie a queste sue peculiarità e alla campagna mediatica organizzata negli ultimi mesi, potrebbe ambire ad un ruolo di potere nel nostro Paese, ma – purtroppo o per fortuna – Cetto La Qualunque è solo un personaggio partorito dalla fantasia di Antonio Albanese e approdato al cinema, dopo la tv e il teatro.
Vedendolo in azione sul grande schermo, in "Qualunquemente", possiamo dire che Cetto, candidato a Sindaco di una piccola località calabrese, rispetto a ciò che sentiamo tutti i giorni ai tg, risulta “moderato”: la realtà sta superando la fantasia!
«Lo so, ma non è colpa mia!», dice ridendo Antonio Albanese


La politica ha influenzato il tuo personaggio?
«Con tutta onestà no! Anzi l'incalzare degli eventi ci ha un po' bloccati! Cetto nasce 8 anni fa da considerazioni sulla fisicità di alcuni personaggi politici, dal loro atteggiamento, dal loro modo di porsi, da quella “maschialità” che non sopporto. Per quanto riguarda “lu pilu” è un tema antico come il mondo. Ma l’esasperazione di Cetto deriva dalla mia osservazione del rapporto tra uomo e donna, soprattutto in certi contesti. Mentre preparavo lo spettacolo teatrale “Giù al nord”, ho avuto modo di conoscere molti industriali, soprattutto veneti, e ho notato questi uomini pieni di energia, che lavoravano 14 ore al giorno e tornavano a casa senza avere più la forza di dare niente alla moglie o alla famiglia: erano “depravati” mentalmente e le donne al loro fianco erano ombre. Da lì nasce l'idea della moglie di Cetto. Con Piero Guerrera, con cui ho scritto il film, sentivo il bisogno da tempo di raccontare il Paese in questo modo e due anni fa abbiamo capito che era arrivato il momento giusto, pur confessando una certa avversione verso Cetto: più di una volta abbiamo pensato di eliminarlo!».

C'è un tema a te caro che hai trattato anche nel film?
«C'è una figura alla quale tengo molto, quella del figlio di Cetto. Nel corso della narrazione il ragazzo subisce una vera e propria mutazione, a causa dell’influenza negativa del padre: la sua è una ascesa all'Inferno. Sul rapporto con il figlio abbiamo lavorato molto, perché è un tema delicato. Ciò che volevamo mettere in evidenza è che i giovani sono la nostra speranza. Se viene frantumato il loro entusiasmo, allora abbiamo perso. Solo con loro ci può essere l'annientamento delle vecchie generazioni... Io sono un ottimista nato, non ci deve essere rassegnazione».

Quanto ti imbarazza il fatto che molti vedranno Berlusconi nel tuo Cetto?
«Amo la comicità perché è popolare e popolare implica tante menti, tanti giudizi, ma il mio riferimento non è Berlusconi! è qualcosa che affonda le radici in qualcosa di più lontano: chi ha costretto i miei genitori ad andar via dal sud, poiché non c'erano alternative, non è stato Berlusconi».

Quanto l’origine siciliana ha influito su di te?
«Sono figlio dell'immigrazione, sono stato tatuato da mio padre, da un certo tipo di disperazione, dai ricordi di un uomo che è andato al nord per lavorare. Lui ha abbandonato la sua terra non per un capriccio culturale, ma per bisogno, per fame, per mantenere una famiglia. Io, poi, sono nato in una splendida regione, la Lombardia, che ha permesso a me e ai miei genitori di vivere. Per questo mi sento italiano in senso trasversale».

Quanto ti senti legato al sud?
«Amo profondamente il sud, la sua complessità. Quando poi ti ritrovi nel 2010 a sentire ancora vicini a te quei racconti di tuo padre, questo provoca delle reazioni, dei dispiaceri. Quando vedi degli angoli meravigliosi rovinati dall'incuria e dalla presenza di persone improvvisate che manovrano la comunità, allora soffri e capisci che questo sud va rappresentato il più possibile, perché bisogna dargli voce. Il sud in me, nei miei spettacoli, nella mia vita c'è sempre stato, come la mia origine operaia. Il sud è vero, è complesso, è più violento, è più povero, ma è anche più ricco rispetto a come viene rappresentato. Comunque penso che l'Italia sia il Paese più bello del mondo, il più fantasioso, il più creativo».

La sensazione che lascia il tuo Cetto è di profonda amarezza...
«Il film è comico, ma non è solo quello, è anche altro, perché, lavorando sulla comicità, sul bisogno di non farsi condizionare, sulla libertà, sul soffermarsi su alcune cose, ho voluto dare altro oltre alla semplice risata. Io rido anche per uno che cade su una buccia di banana, ma mi piace anche sorprendere e provare. Cetto La Qualunque vive in un modo orribile, talmente orribile, talmente di pessimo gusto che mi fa ridere».

Cosa hai voluto comunicare?
«L'idea è di rendere ridicoli i politici che, invece, vengono sempre esaltati. Penso che solo facendo così ci possiamo salvare. Un cattivo, di solito, viene vestito bene, è “maschio”, esercita sempre un certo fascino: qui, invece, viene presentato chiaramente come cattivo esempio, perché tratta male le donne, è corrotto, non ha nessuna etica. E questo abbiamo voluto esprimerlo chiaramente per farlo comprendere alle nuove generazioni. Il clima che si respira è di una amoralità totale, alla quale sembra che ci siamo assuefatti. Il problema è che Cetto fa anche simpatia. Mentre una persona così dovrebbe essere eliminata o messa in carcere. E invece noi lo applaudiamo, perché dentro ognuno di noi c'è un Cetto La Qualunque. Nel film c'è la rappresentazione di qualcosa che – sono pronto a scommetterci – esiste. Anzi, forse siamo stati troppo buoni: non abbiamo ucciso nessuno, mentre nella realtà spesso si uccidono gli assessori e il Paese non si ferma per questo, ma tutto va avanti. Al di là della situazione economica, il dolore più grande e ciò che ci deve preoccupare di più è la perdita della moralità che porta a rassegnazione, debolezza. Cetto è un comico ed è un tragico, è come i miei personaggi, come gli ottimisti, il professore, l'economista, Perego: in tutti loro ci sono sempre due volti. Faccio ridere, ma voglio provocare una riflessione. Non è facile, ma così mi piace lavorare».

Avete fatto uscire il film al momento giusto: frutto di una attenta osservazione della realtà?
«Ti fermo. La verità è che, quando abbiamo scritto la sceneggiatura due anni fa, io e Piero ci siamo detti: “Se fosse uscito ora...”. Quando abbiamo finito la sceneggiatura e l’abbiamo consegnata, lo abbiamo ripetuto e anche 6 mesi fa. è un continuo, non se ne può più. Anche mio padre lo ha detto: “Se fosse uscito 25 anni fa...”. Il problema è il nostro Paese».
Ma Cetto La Qualunque è di destra o di sinistra?
«è medio alto... è  orizzontale!».

Cetto è anche un imprenditore: cosa pensi della classe degli industriali?
«Io sono un gran fan di chi sostiene l'economia, di chi dà lavoro, ho stima per i grandi industriali. Ho letto un libro di Gian Antonio Stella, “Schei”, che racconta del Triveneto di questi industriali che da zero hanno costruito un impero. Sono affascinato. Chiaramente sono spaventato da chi se ne approfitta, da chi cerca di dimenticare tutto il resto, i sacrifici. Ma anche qui c'è modo e modo. Prima ci vuole il rispetto per l'essere umano, per gli operai. E l'economia si può costruire solo così».

A chi dedicheresti il film?
«”A tutti coloro i quali resistono con fatica alla peggior politica”, che è la dedica scritta nel libro di Cetto La Qualunque, “Cchiù pilu pe’ tutti”».

Cosa diresti ai giovani?
«Vengo da una famiglia operaia, quindi mi sento di dire che tutti abbiamo un potenziale meraviglioso, tutti una energia unica e originale da sfruttare, senza farsi condizionare, dobbiamo credere di più in noi stessi. Dobbiamo ascoltarci e capire in che direzione andare...».

E Cetto cosa direbbe?
«’Ntu culu alle vecchie generazioni».          




DA EPIFANIO A LA QUALUNQUE
Nato in provincia di Lecco da genitori di origini palermitane, si diploma alla Civica Scuola d'Arte Drammatica di Milano nel 1991. L’esplosione comica avvenne con “Mai dire gol”, dove presenta Epifanio, Alex Drastico, Frengo e Stop, Pier Piero. Nel 2005 è a “Mai dire Lunedì”. Da qualche anno è a “Che tempo che fa”. Al cinema esordisce nel 1996 con “Vesna va veloce”; seguono "La Lingua del Santo", “La seconda notte di nozze”, “Giorni e nuvole”, “Questione di cuore”. Il 21 gennaio è uscito “Qualunquemente”, il film con Cetto La Qualunque.


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