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Dante Ferretti: Il più grande scenografo

Dante Ferretti - L’ “artigiano” di Pasolini, Fellini, Scola, Scorsese, Brian De Palma, Tim Burton...

Gio 27 Gen 2011 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Dante Ferretti, lo scenografo di Pasolini e Fellini. Dante Ferretti, sette nomination all'Oscar e due premi Oscar (tardivamente ma meritatamente vinti per “The Aviator” e “Sweeney Todd”).
Dante Ferretti, l'uomo delle grandi opere liriche e delle installazioni grandiose e dei megaleoni al Festival di Venezia. C'è una sincera emozione in chi scrive nell'incontrare una leggenda: un quarto d'ora con un uomo semplice, schivo ma consapevole delle sue imprese. Ci ha aperto un po' il baule dei suoi ricordi, lo scrigno dei sogni che ha realizzato. Per sé e per noi.

Caro Dante, immaginiamo la sua reazione diffidente all'idea di un documentario su di lei (“Dante Ferretti - Scenografo italiano” di Gianfranco Giagni, presentato a Venezia lo scorso settembre).
«L'ho chiesto, sono sincero, a Gianfranco perché volesse fare un film su di me. Mi è sembrato un po' strano, ma poi ho accettato, perché più che parlare di me, parlava del mio lavoro. E, francamente, fa piacere ogni tanto che si parli di chi e cosa c'è dietro le quinte, soprattutto se le quinte sono imponenti e diventano quasi... delle “seste”. E poi su questo documentario ci sono stati grandi sforzi produttivi...».

Di Caprio, Scorsese, Gilliam. Si vibra d'emozione quando si ascoltano le parole che tanti grandissimi spendono per lei.
«Quegli attestati di stima non erano scontati, mi hanno colpito molto per la spontaneità e la forza con la quale sono stati pronunciati. Io lavoro con tanti grandi nomi, ma non è che questi maestri si spertichino in complimenti durante la lavorazione dei loro film. Certo, il fatto di aver fatto otto film con Scorsese, parla da solo. Così come, se si va a vedere la mia carriera, il fatto che non abbia mai fatto con un regista un solo film. Il rapporto professionale si è sempre protratto, con tutti ho condiviso varie opere».
 
Sia meno diplomatico. Quale di queste frasi l'ha più colpita?
«Nessuna diplomazia, ma davvero sono tutte molto emozionanti. Forse le parole di Leonardo Di Caprio mi sono rimaste più impresse: abbiamo fatto tre film insieme e in lui ho sempre visto grande entusiasmo per il mio lavoro. E che questo venga da un attore è importante, perché loro trovano una motivazione in più se l'ambiente è accogliente, se è vero ed è ricostruito con cura. Li fa rendere al meglio. Penso a “Sweeney Todd”: all'inizio Tim Burton pensava a un grande uso del green screen e del digitale. Quando sono arrivato, gli ho chiesto: dammi un po' dei soldi che useresti per questa tecnologia e ti ricostruisco la Londra che vuoi. è cambiata l'atmosfera sul set: ricordo ancora quando Johnny Depp ed Helena Bonham Carter son venuti da me per ringraziarmi, per dirmi quanto si sentissero a loro agio nel recitare in quel contesto. Si sentivano bene, entravano nel personaggio con più facilità e quelle parole sono state una grande ricompensa. Il contorno è importante: soprattutto in casi come quello, in cui l'ambiente è un altro protagonista».

Le dico la mia preferita. Non è nel documentario, me la disse una volta Terry Gilliam in un'intervista. “Dante lo ami e lo odi: quando c'è, è meraviglioso, ma quando non c'è, ti manca terribilmente”.
«Con lui abbiamo fatto “Il barone di Münchausen” (film bellissimo e sfortunatissimo - ndr) e fu un'avventura incredibile. Non solo per la grande ambizione del progetto, ma anche perché il film ebbe tantissimi problemi. E io, ad un certo punto, ero tanto coinvolto che lo aiutai a superare certi ostacoli. Sono felice delle parole che mi riporti, conosco bene Terry e so quanto sia difficile, con il carattere che ha, sentirlo esprimersi così su qualcuno. Ti rivelerò che con Gilliam ho “disegnato” altri quattro film. Bozzetti, progetti, che non hanno mai visto la realizzazione perché non sono mai divenuti film, per i costi eccessivi o per imprevisti sfortunati. Lui mi ha sempre chiamato, ma coincidenza ha voluto che tutte le volte mi ha trovato sui set di Scorsese. Una volta s'è anche bonariamente arrabbiato sul set con Martin, perché gli ha detto che mi “rubava” sempre».

Guardandosi indietro, quali sono state le sfide più belle e difficili?
«La prima che mi viene in mente è “Gangs of New York”. Ricostruire la Grande Mela del passato a Roma, a Cinecittà, sembrava a tutti un'idea folle. Nonostante questo, io parlavo con Scorsese e insistevo perché si facesse nella Capitale. L'ho convinto dicendogli quanto sarebbe stato bello lavorare nella culla del cinema, ma anche ricordandogli quanto si mangi bene da noi. E così, quando Martin venne a Venezia per il suo documentario, “Il mio viaggio in Italia”, poi lo trascinai a Roma. E ricordo che chiamai personalmente il ristorante per raccomandarmi sulla bontà del pranzo che avremmo consumato: era una questione vitale che fosse perfetto. E non sto scherzando: mentre mangiavamo lì gli dicevo: “Ma dove puoi trovare qualcosa di simile a Montreal o nell'Est Europa?”. E lui, finalmente, si è convinto. A Montreal finimmo per “The Aviator”, lì ricostruimmo tutto, mentre “Black Dahlia”, di Brian De Palma, lo girammo in Bulgaria. è strano il cinema, alla fine non si fa mai nel posto giusto».

Ma è vero, come dice Gilliam, che Fellini la faceva impazzire?
«Assolutamente no, quello è Terry che esagera. è vero che quando lavoravo con lui dicevo, tra il serio e il faceto, la frase “sono prigioniero di Federico”. Ma proprio perché mi piaceva. è vero, comunque, che ogni volta che iniziava un film con Fellini, io non avevo più la libertà di poter fare altro, perché lui era totalizzante. Voleva che stessimo sempre insieme, ma lui rimane la mia grande fortuna. Insieme a Pasolini, con cui ho cominciato e ho fatto tutti i suoi film, è il cineasta che mi ha aperto le porte del cinema internazionale. E, certo, devo a lui anche l'amare le imprese grandiose e impossibili. Da lì nasce la mia megalomania maximalista, come amo chiamarla io. Del resto con lui ho capito che tutto si poteva fare. E che tutto poteva essere... “più grande”».

Le dà fastidio la scarsa considerazione che si dà al lavoro degli “artigiani” del cinema?
«Non so se è poco apprezzato il lavoro di noi “artigiani”, non me lo sono mai chiesto. Io faccio il mio lavoro e vedo che la soddisfazione altrui è sempre molto alta. Forse è un problema italiano: io non lavoro nel mio Paese, purtroppo, dal 1990, da “La voce della luna” di Fellini. Qualche volta mi hanno chiamato per lavorare in Italia, purtroppo ero impegnato. Certo lo scenografo nel nostro Paese non ha vita facile, si vive una sorta di neo-neo realismo e si lavora in location già esistenti. è un fatto anche di ricambio generazionale e che si raccontano storie diverse rispetto al passato, è inevitabile».

Lei ha trovato anche la felicità coniugale nel lavoro. Meglio di così...
«Devo ringraziare mia moglie, Francesca Lo Schiavo. La conobbi che faceva già l'arredatrice, e nonostante sia entrata nel cinema dalla porta principale, con la Cavani e Fellini stesso, è stata sua l'idea di lavorare insieme, per non doverci separare a lungo. Ha fatto anche qualche rinuncia per questo, così come quando si è fermata per crescere i nostri figli. Lei è eccezionale, è dolce, ha un gran talento e credo, anzi sono sicuro, che insieme abbiamo una marcia in più. E poi ha il potere di sfinirti, di farti rendere al massimo, è una grande lavoratrice».     





DA MACERATA AD HOLLYWOOD  
Dante Ferretti (Macerata, 26 febbraio 1943), dopo il liceo, si trasferisce a Roma. Si diploma presso l'Accademia delle Belle Arti. Come assistente alla scenografia lavora con Pier Paolo Pasolini per "Il Vangelo secondo Matteo", "Uccellacci e uccellini", "Edipo Re". Sempre con Pasolini firma da "Medea" a "Salò o le 120 giornate di Sodoma". Lavora con molti registi italiani, in primis Federico Fellini. All’estero lavora ne "Il nome della rosa". Seguono "L'età dell'innocenza", "Casinò", "Kundun", "Gangs of New York", "The Aviator" e “Shutter Island” di Scorsese. Ha lavorato anche nei film "Intervista col vampiro", “Titus”, “Ritorno a Cold Mountain”, “Black Dahlia”. Ha vinto due Premi Oscar, per “The Aviator”, di Scorsese, e “Sweeney Todd: il diabolico barbiere di Fleet Street”, di Tim Burton.


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