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Alla ricerca dell’oro nero

Accanita corsa al petrolio in Italia. Intanto in Sardegna un fiume di greggio si riversa in mare

Gio 27 Gen 2011 | di Elisabetta Scacchi | Ambiente
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Il mare si è colorato di nero all’improvviso lo scorso 11 gennaio. Da Porto Torres la Louisiana è lontana e la marea nera che ha devastato il Golfo del Messico non è nemmeno lontanamente paragonabile quanto a gravità. Il liquido fuoruscito dal pozzo sottomarino della Bp si è sparso su un’area grande come la Sicilia. Il guasto al deposito della Eon in Sardegna, avvenuto a inizio 2011 di sicuro ha una portata più ridotta. Ma è comunque abbastanza serio da preoccupare gli ambientalisti. A un passo c’è l’area di Platamona, un’oasi lagunare del Wwf riconosciuta di importanza comunitaria dall’Unione Europea. E, a quanto pare, le autorità locali inizialmente avevano sottostimato la perdita, parlando di diecimila litri di petrolio persi in mare dal cargo Esmeralda, a causa di “un guasto imprevedibile”, come recitava il comunicato del colosso tedesco dell’energia Eon.
Un caso isolato? In fondo non ci lamentiamo sempre che l’Italia non ha petrolio, che serve il nucleare a tutti i costi? Eppure, esiste una mappa dell’Italia, redatta dal Ministero dello Sviluppo Economico, che rivela una realtà diversa di cui non si sente granché parlare. La cartina, che riproduciamo in queste pagine, indica che ci sono decine di siti, sulla terraferma e in mare, in cui sono state rilasciate autorizzazioni per perforare il suolo alla ricerca dell’oro nero e molte sono le richieste pendenti. Costellata di “titoli minerari” è tutta la Pianura Padana, dove già l’Eni negli anni ’50 e ’60 estrasse il “Supercortemaggiore”, nome dato alla benzina tratta da un modesto giacimento scoperto nel piacentino. E poi la laguna veneta e le coste dell’Adriatico fino all’Abruzzo. Così pure la porzione meridionale dell’Appennino, il mare intorno al Salento, la Sicilia e le sue coste e qualche “isola” tra Toscana e Basso Lazio. Molte di queste zone hanno una forte vocazione turistica e una grande valenza per l’ecosistema e il paesaggio.
Aree dove un possibile incidente come quello di PortoTorres, per non parlare di disastri in stile Louisiana, rischierebbero di provocare danni immensi. Secondo il dossier “Texas Italia” di Legambiente, i pozzi nel nostro Paese sono 266, di cui 76 attivi. Altri 95 sono i permessi di ricerca rilasciati e ancora ci sono 65 richieste pendenti.
Certo, essere titolari di una concessione per esplorare il sottosuolo non significa necessariamente sfruttarla. Né è detto che il petrolio si trovi veramente. Eppure la questione esiste, innanzitutto perché il rialzo del prezzo del petrolio e la minaccia di turbolenze sempre più frequenti nei mercati energetici spingono ad estrarre il greggio anche in aree in cui in passato era ritenuto troppo costoso farlo. Spulciando le cronache locali, si scopre così che la corsa all’oro nero in Italia è già cominciata. Basta seguire il filo delle proteste per verificarlo. Tra la primavera e l’estate dell’anno scorso, migliaia di persone hanno manifestato sul litorale di Fossacesia, a Lanciano e a San Vito, tutte località dell’Abruzzo in cui sono vigenti concessioni minerarie: in totale la regione e il mare di fronte alla sua costa sono “coperti” da mille chilometri quadrati di “titoli”. I comitati locali si sono battuti contro il progetto Ombrina Mare 2, che, una volta completato, prevedeva due piattaforme marittime con vari impianti di trattamento del petrolio di proprietà di una società del gruppo Mediterranean Oil and Gas di fronte a San Vito, che saranno visibili da diverse località turistiche di pregio della costa abruzzese. Il progetto è stato bocciato dalla commissione ministeriale che valuta l’impatto ambientale nell’ottobre scorso, ma i timori degli ambientalisti non sono finiti, perché ci sono altri progetti pendenti.

Altra situazione bollente è in Sicilia. Già nel 2005 esplose il caso delle trivelle nella Val di Noto. La Regione, allora guidata da Totò Cuffaro, aveva concesso dei permessi di esplorazione alla Panther Oil Company nella bellissima valle della Sicilia orientale e tra i residenti era scoppiata la rivolta. Oggi è soprattutto il Canale di Sicilia a essere interessato da una valanga di progetti di perforazione e richieste da parte di compagnie. Ne sono un esempio le piattaforme installate dalla Northern Petroleum a 13 miglia dalle coste di Pantelleria.
La distanza non è casuale: sono state approvate norme che vietano le trivellazioni entro le 12 miglia marine dalla costa. Ma per gli ambientalisti il pericolo non è cessato. Sono previste perfino trivellazioni nel golfo libico della Sirte, a 500 chilometri dalle coste italiane, da parte della Bp, la stessa compagnia che ha causato trenta miliardi di danni nel mare della Louisiana. E qui gli scavi sottomarini sono a profondità ancora maggiori di quelli americani.
Nel mare della Puglia, al largo delle Tremiti e del Gargano, ha ricevuto il via libera dalla stessa commissione ministeriale che ha detto no a “Ombrina Mare 2” il progetto di esplorazione dell’irlandese Petroceltic Elsa. Anche qui è rivolta da parte degli ambientalisti. E la Shell ha in mano un permesso per trivellare nel Golfo di Taranto. Anche a Poliporo a dicembre 2009 è esplosa la rabbia dei residenti contro le trivellazioni per l’estrazione di gas.

In Italia, dunque, è in atto un’insospettabile corsa all’oro nero. Il problema dell’indipendenza energetica del Paese esiste, ma è davvero curioso che il dibattito si sia concentrato tutto sul ritorno al nucleare prossimo venturo, mentre del presente petrolifero dell’Italia si parla poco e niente. Dopo il caso della marea nera e la partenza dei pozzi nel golfo della Sirte, a Bruxelles è nato un dibattito sulla moratoria alle trivellazioni nel Mediterraneo, dove un incidente tipo quello della “Deepwater Horizon” negli Usa avrebbe effetti ancora più devastanti. Il Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo si è schierata a favore e il commissario europeo all’Energia Gunther Oettinger ha lanciato un appello in questo senso. Ma per ora non si è andati oltre le buone intenzioni.


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