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John Landis: Io, Belushi e Michael Jackson

A tu per tu con il regista dei Blues Brothers

Lun 28 Feb 2011 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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“Animal House”, “The Blues Brothers”, “Un lupo mannaro americano a Londra” e “Una poltrona per due”. Serve altro per dirvi chi è quel genio libero, spiritoso, arguto e indipendente che è John Landis? L'uomo che riuscì a imbrigliare John Belushi e Michael Jackson (suoi “Thriller”, il videoclip più costoso della storia e “Black or White” - ndr) e che ha incassato - o meglio ha fatto incassare - montagne di denaro tra gli anni '70 e '80 pur rimanendo un outsider. Poi il cinema e il mondo, e un po' di sfortuna, l'hanno sorpassato. Ma lui ha resistito, è rimasto sempre lo stesso, sorride e graffia. Chi scrive lo adora e, intervistandolo, ha semplicemente realizzato un sogno. Perché? Lo capirete conitinuando a leggere e vedendo “Burke e Hare - Ladri di cadaveri”, il suo ultimo film.

John, quanto tempo è passato? A nostro parere troppo.
«Sono felice che tu, voi la pensiate così. Mi siete mancati molto tutti anche a me, lo confesso. Non è facile sopravvivere al cinema di oggi, non è facile fare solo quello che ti piace, che ritieni giusto, che vuoi. Devi fare molte rinunce, devi lottare. Devi andarti a cercare finanziamenti e collaboratori senza risparmiarti: per questo “Burke & Hare - Ladri di cadaveri”, io sono venuto qui in Europa per trovare produttori e set. Era una storia vera, già raccontata, diversa. E alla fine ci sono riuscito».

Perché è così difficile fare un cinema “diverso”?
«Perché nelle major che fanno cinema, ora non ci sono più produttori, editor, supervisori, ma manager e contabili. Non voglio polemizzare, probabilmente è giusto così (ma il sorriso sornione fa pensare che non sia d'accordo - ndr). Il mondo e l'economia sono cambiati e così la nostra arte, la nostra industria. E, comunque, il successo rimane il metro della tua affidabilità, delle tue possibilità creative: negli anni in cui sfornavo solo grandi successi, potevo fare di tutto. Sono arrivato persino a riuscire a imporre un cast di sconosciuti per “Un lupo mannaro americano a Londra”, unendo horror e comicità. Agli inizi non avrei mai potuto».

La dura legge di Hollywood?
«Hollywood non è l'inferno, ma allo stesso tempo non devi farti soffocare dalle sue logiche. è una fabbrica di idee oltre ad essere un macchina da dollari. Ma da lì escono anche capolavori: penso a “The Social Network” di David Fincher, uno dei migliori film degli ultimi anni. Allo stesso tempo ancora odio coloro che cambiarono il mio sequel dei “Blues Brothers” nel 2000, non li perdòno. Vi aspettate che io parli male di Hollywood o del nuovo pubblico, ma non vi accontenterò!».

Però la tendenza a fare mercato dell'arte ed a etichettare tutto e tutti, lo ammetta, le ha rovinato la carriera.
«No, io sono un uomo fortunato. Ho sempre fatto ciò che mi piaceva e l'ho fatto rimanendo sempre fedele a me stesso. Poi, certo, voi giornalisti tendete a dare un'etichetta a tutti. Ad esempio quest'ultimo film, “Burke & Hare“, vi sembra un horror. E, invece, è anche una commedia sentimentale e romantica. Poi, siccome voi critici siete anche presuntuosi, entrambi i generi - se si esclude Allen per la commedia - non vinceranno mai premi importanti. E chi produce, si aspetta sempre il solito film da te, un salvadanaio sicuro. Quindi... (si ferma, sorride, abbassa la voce - ndr)... hai ragione! La priorità, insomma, è il profitto».

Mai la qualità e il pubblico?
«Io mi ostino a credere nel mio pubblico. Molti studios sono convinti che gli spettatori siano stupidi, li disprezzano. Io amo le persone che guardano i film, anzi, sono onesto, amo chi ama il cinema e lo guarda e lo sostiene. E, soprattutto, confido nella loro intelligenza. Se metto riferimenti alti e bassi in un film come questo, è perché non trascuro nessuno, sono per chi li vuole cogliere. Allo stesso tempo, però, il pubblico non va blandito, ma stimolato. Perché si affeziona a quello che gli è piaciuto e spesso finisce per volerlo sempre. Come un bambino. E tu devi sforzarti di farlo crescere questo bimbo, divertendolo. Questo non succede solo a noi registi: alle rockstar ai concerti, forse, non chiedono sempre le stesse canzoni?».

A proposito di rockstar e affini... Lei ha lavorato con John Belushi e Michael Jackson. Com'erano?
«John era un amico, un fratello, un uomo meraviglioso. Gli ho voluto un bene infinito: era brillante, intelligente, simpatico, pieno di talento. Poi l'alcol e la droga, la dipendenza totale che sviluppò nei confronti di entrambi, lo fecero entrare in un tunnel che, nonostante tutti i miei, i nostri sforzi, poteva e doveva percorrere da solo. E, soprattutto, in quei casi, puoi avere molti che ti aiutano, ma per uscirne devi trovare la forza dentro di te. Lui non ci riuscì. Per quanto riguarda Michael Jackson, non c'era un rapporto d'amicizia: si capiva che era una persona sofferta, sofferente, molto difficile da capire. Ma era una bomba, vedere una sua performance era un privilegio. Quando facemmo “Thriller”, mi ritrovavo spesso a osservarlo con stupore ed era anche una persona piacevole. Ai tempi di “Black or White”, invece, era già “fuori di testa”».

Su entrambi sembra che si farà un film...
«Forse è inevitabile. Ammetto, però, che tremo al pensiero di un biopic su John Belushi. Ho paura di come lo descriveranno, di chi sceglieranno per interpretarlo. Se lo faranno, non invidio il regista: sarà un film difficilissimo. Ma sai cosa temo di più? Che un attore interpreterà me!».

Una vita incredibile quella di John Landis. E la leggenda dice che lei iniziò smistando posta alla Fox. è vero?
«La verità, come sempre, sta nel mezzo. è verissimo che sono partito dal basso, ma non smistavo posta. Ero un assistente - factotum sui set della Fox. Dove, spesso, facevo lo stunt- man. Molti sostengono che fossi usato solo nelle scene in cui serviva uno che cadeva da cavallo. Il mio fisico testimonia che l'ho fatto molte volte, ma non facevo solo quelle! In ogni caso, quando ero lì - e consiglio di farlo a tutti i giovani che mi chiedono sempre come diventare registi -, rubavo a tutti i loro segreti. E probabilmente loro erano molto più pazienti di quanto lo sia io adesso!».
 


IL CREATORE DEI BLUE BROTHERS
La sua carriera inizia da adolescente quando lavora per la 20th Century Fox. Conosce molte personalità, tra le quali Alfred Hitchcock, col quale allaccia un rapporto confidenziale. Appare nel film “Slok” (1973), che scrisse e diresse, e in “Ridere per ridere” (1977). Il primo successo arriva grazie a “Animal House”, nel 1978. Nell’80 si impone con “The Blues Brothers”, scritto insieme a Dan Aykroyd. L'anno dopo scrive e dirige “Un lupo mannaro americano a Londra” e “Ai confini della realtà”. Landis è anche il regista di “Thriller” (1983), di Michael Jackson. Nel 1988 gira “Il principe cerca moglie. Nel 1991 è regista di “Black or White”, di Michael Jackson. Nel 1994 gira “Beverly Hills Cop III” e nel 1998 “Blues Brothers - Il mito continua”. Nel 2010 “Burke & Hare - Ladri di cadaveri”.


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