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Ricky Memphis: ho ritrovato il mio vero Padre

La rinascita, l’indipendenza e l’irresistibile simpatia di un grande attore

Lun 28 Feb 2011 | di Giuseppe Stabile | Interviste Esclusive
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Le sofferenze sperimentate nella nostra infanzia possono condizionare profondamente la nostra esistenza. Può capitare anche di rinunciare alla propria identità e ai propri valori per adeguarsi alla cultura dominante o per non sentirsi esclusi dalla propria cerchia di conoscenti. Nonostante tutto, però, la Vita che abbiamo dentro non si arrende mai. Ricky Memphis, pseudonimo americano, ma passaporto romano, testimonia che, quando si ricomincia a dare precedenza all’anima e quando l’Amore diventa la Luce dell’esistenza, tutto si illumina e anche le più ardue aspirazioni possono diventare realtà.

Nel recente film “Immaturi”, interpreti il divertente personaggio di un “bamboccione”, un quarantenne che vive ancora a casa con i genitori, richiamato a fare gli esami di maturità. C’è qualcosa in comune con la tua esperienza?
«Mi sono divertito a recitare in questo film, ma non ho quasi niente in comune con il personaggio che ho interpretato: io non ho raggiunto il diploma di scuola superiore, sono andato a vivere per conto mio molto presto e mi reputo una persona abbastanza matura. Purtroppo, oggi molti giovani non riescono a crearsi un’esistenza indipendente, sia per problemi economici, sia perché spesso le madri sono troppo attaccate ai propri figli. In questo Paese, dove un po’ tutto è precario, sono fortunato a vivere il precariato privilegiato dell’attore. Ho imparato che non ci si può accontentare: ognuno deve impegnarsi molto per conquistare il meglio che merita, senza dover ringraziare nessuno».

Come hai conquistato il successo?
«Fin da ragazzo ho svolto molti mestieri e a ventuno anni ho lasciato la mia famiglia d’origine, con la quale sono sempre rimasto in contatto. Anche se non mi è mai piaciuto andare a scuola, ho letto molti libri e, con il segreto sogno di avvicinarmi al mondo dello spettacolo, scrivevo le mie “poesie metropolitane” in dialetto romanesco. Mi divertivo a recitarle in un locale: erano dei versi a volte un po’ volgari, ma mi permettevano di raccontare le mie esperienze nella periferia romana e nel duro lavoro da manovale edile. Una sera mi notò una giornalista e nel gennaio del 1990 fui invitato al “Maurizio Costanzo Show”: grazie a Dio mi videro in tv Simona Izzo e Ricky Tognazzi che mi chiamarono per il film “Ultrà“. Da lì è iniziato tutto».

La popolarità è arrivata con il personaggio del commissario Belli nella fiction “Distretto di Polizia”.
«Sono stato molto contento di aver fatto parte del cast di Distretto, una fiction seguitissima da un pubblico molto attento che si era particolarmente affezionato al mio personaggio. Dopo la sesta stagione, ho chiesto di uscire da quella serie, perché volevo sperimentarmi in altre cose. Molti hanno protestato per la morte del commissario Belli ed in tanti hanno addirittura pianto: ancora oggi incontro persone che mi chiedono se tornerò a far parte del commissariato X Tuscolano!».

Come è stata la tua esistenza prima di raggiungere la notorietà?
«La mia vita è stata segnata dalla precoce morte di mio padre in un incidente stradale, avvenuta quando avevo solo quattro anni: lui lavorava in trasferta a Taranto e faceva di tutto per tornare spesso a Roma ed incontrare mia mamma Rosa, me e la mia sorellina più piccola. Dopo quella tragedia, siamo andati ad abitare a casa di mia nonna e la mia infanzia è stata ugualmente felice, rumorosa e divertente, piena di bambini: mia madre ha dodici fratelli e sorelle, quindi sono cresciuto con tanti zii e cugini che abitavano quasi tutti nello stesso quartiere romano».

Quanto è stata condizionata la tua vita dalla mancanza di tuo padre?
«Naturalmente i problemi si scoprono crescendo: mia mamma è stata sempre molto presente, ma è molto difficile non avere un padre ed una relazione maschile, soprattutto in un ambiente sociale alquanto duro come la strada dei sobborghi della Capitale. Solo con il tempo mi sono reso conto di quanto questo dolore e questa mancanza mi abbiano segnato. Però, dentro di me ho sempre sentito la presenza di Dio ed ho sperimentato un continuo scambio con Gesù. Con Lui ho sempre avuto una relazione personale che mi ha allevato e fatto crescere: Gesù è stato il mio vero Padre».

Come è maturata la tua Fede?
«La mia Fede è un dono della Grazia di Dio, anche se la conversione richiede un concreto lavoro personale, con un cammino che non finisce mai. Pur avendo sempre vissuto in un ambiente profondamente ateo ed anticlericale, dentro di me ho sempre sentito una forte attrazione verso i temi spirituali ed in particolare per la figura di Cristo. Però, per omologarmi con i miei coetanei e non sentirmi diverso, fingevo di apparire anch’io contro la Chiesa e i sacerdoti».

Tu sei una persona molto schietta e mai banale: quanto costa nascondere la propria anima?
«Provoca una grande sofferenza e molti errori: per tanti anni mi sono buttato in mille cose, cercando di conformarmi all’ateismo ed al materialismo di chi mi era intorno. Contemporaneamente, per soddisfare la mia ricerca interiore di spiritualità, ho letto molti libri di filosofia e di varie discipline, come ad esempio del buddismo, gli insegnamenti degli indiani d’America e tutte le opere di Carlos Castaneda. Provavo, però, un forte disagio, soprattutto quando ascoltavo o leggevo attacchi e falsità verso Gesù e la Madonna: non sono mai stato bigotto, ma mi sentivo interiormente offeso, perché venivano offesi mio Padre e mia Madre, i miei veri genitori».

Come hai riconquistato la libertà di esprimere la tua spiritualità?
«Lentamente, senza clamore, mi sono allontanato dai miei amici atei e dagli ambienti che frequentavo. Poi, iniziando ad essere più indipendente dagli altri, mi sono lasciato andare e sono diventato quello che dentro di me ero sempre stato: felicemente e totalmente cristiano e cattolico».

È possibile essere coerenti nella nostra società sommersa da messaggi e condizionamenti che disturbano la persona?
«Soprattutto nei mezzi di comunicazione non c’è più rispetto dell’essere umano: basta vedere come è usato il corpo delle donne. Quindi, è molto importante che ci sia una rivista come “Acqua & Sapone” che rispetta la persona e il bambino. Comunque, anche se è vero che siamo molto influenzati, ognuno deve sempre guardare a se stesso, senza generalizzare. Io ne ho fatti tanti di errori e molti altri ne farò, però so riconoscere ciò che è giusto o sbagliato a livello morale: non possiamo vergognarci di parlare di moralità. L’ambiente dello spettacolo nel quale vivo non è dei più trasparenti, ma io so quale direzione prendere per rispettare me stesso e gli altri: quando sbaglio, devo accettare la sofferenza che ne consegue, trasformandola in occasione di crescita interiore. Essere coerenti e morali non è impossibile, anche se può essere un po’ faticoso».

Quali scelte concrete sei chiamato a fare nella tua vita personale e professionale?
«Ogni giorno devo fare delle scelte e cerco di condividere la ricerca personale e la Fede con la mia compagna e mio figlio. Ma mi impegno anche per dire qualche no o rinunciare ad alcune cose: fare molte piccole rinunce fortifica l’anima. Nel mio lavoro, anche se rischio di essere messo da parte, ad esempio, mi rifiuto di dire battute che non rispettino il mio modo di pensare o che siano blasfeme o che possano dare messaggi negativi soprattutto ai più giovani».

Come vivi quotidianamente la tua Fede? Riesci a testimoniarla nel tuo ambiente?
«Cerco di restare in contatto con Dio minuto per minuto, soprattutto attraverso la preghiera; inoltre, leggo il Vangelo, partecipo assiduamente alla Messa e sono seguito da un direttore spirituale. Non è facile testimoniare questa mia relazione con Dio nell’ambiente che frequento, ma non mi vergogno di farlo e non ho paura di essere giudicato. A volte sono anche troppo felice di parlare di Cristo, ma poi mi rendo conto che è meglio stare zitti…».

Ora che hai ritrovato il tuo vero Padre, come vivi la tua paternità?
«Per me la famiglia è molto importante: mi diverto tanto a giocare o a guardare i cartoni animati in tv con il mio piccolo Federico. Come padre cerco di non essere rigido e spero di non trasmettergli le insicurezze e le paure che mi porto dentro fin dall’infanzia. Insieme con Dio sto combattendo una grossa lotta interiore per l’annullamento del mio primo matrimonio: dopo il divorzio, mi sono sentito confuso e mi sono allontanato dalla pratica religiosa. Poi, ho conosciuto la mia attuale compagna e da Dio ho ricevuto il grande dono di avere un figlio: con l’aiuto dello Spirito Santo spero di potermi presto risposare e riavvicinare pienamente ai Sacramenti della Chiesa».

 


POETA METROPOLITANO
Ricky Memphis è il nome d’arte che Riccardo Fortunati (Roma, 29 agosto 1968) si è scelto in ricordo della città di nascita di Elvis Presley di cui è appassionato ammiratore. Rimasto orfano a soli quattro anni, ha abbandonato gli studi dopo la scuola dell’obbligo svolgendo vari lavori manuali fino a quando, nel 1990, sale alla ribalta grazie al “Maurizio Costanzo Show”, dove recita le sue famose poesie metropolitane in dialetto romanesco. Da quel momento inizia la sua carriera cinematografica con il regista Ricky Tognazzi con il quale recita subito in due film, “Ultrà” e “La scorta”. Seguono poi altre pellicole di successo, tra le quali “Il branco” (1994) e “Paz” (2002), fino a “Immaturi”, da gennaio nelle sale. Diventa noto al grande pubblico grazie alla sua partecipazione alle prime sei serie della fiction tv “Distretto di Polizia”, nella quale interpretava il commissario Belli. Appassionato di cucina, insieme al suo amico e collega Simone Corrente, ha gestito per alcuni anni due ristoranti nella Capitale.
 



UN ANNO DA PROTAGONISTA
In questo 2011 i fan di Ricky Memphis hanno molte occasioni per vedere all’opera il loro beniamino. È lui stesso a confermarcelo: «Quest’anno è iniziato molto bene per la mia attività, con il buon successo del film “Immaturi” e della fiction “Caccia al Re – La narcotici”, su Rai 1, rete per la quale sto girando anche “Tutti pazzi per amore 3”. Per Mediaset, invece, oltre a recitare nel film tv “Area Paradiso” che vede l’esordio alla regia di Diego Abatantuono, sono davvero contento di poter interpretare il ruolo di un sacerdote antimafia nella fiction “Come un delfino”, insieme al mio amico Raoul Bova».


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