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Anthony Hopkins: nei panni dell’esorcista

Nixon era molto piů diabolico del cannibale

Mar 29 Mar 2011 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Serve raccontare qualcosa di Anthony Hopkins? L’attore protagonista che ha vinto l’Oscar con la performance più breve per un leading role della storia (Hannibal Lecter compare in soli 16 intensissimi minuti de “Il silenzio degli innocenti”: abbastanza per divenire un’icona), è baronetto e rispettato e amato in tutto il mondo. Forse, per conoscerlo, vale la pena dimenticare il curriculum e raccontare un aneddoto. Ero giovanissimo, al mio primo festival di Locarno. Ero inesperto e impaurito. E arriva il grande Hopkins con il suo film da regista, “Slipstream”. è con la compagna e mi concede un’intervista singola. Arrivo nell’albergo di Ascona, emozionato e felice. E assisto al litigio di Sir Anthony con una collega di un settimanale (di quelli che scavano ignobilmente nelle vite degli altri). Sono terrorizzato, già pronto a esser mangiato vivo da Hannibal the Cannibal. Ma mi faccio coraggio, lo affronto con la mia preparazione - non avevo dormito la notte prima per “studiarlo” - e la mia umanità. Mezz’ora indimenticabile, tra risate, battute, considerazioni profonde, una confidenza preziosa. Uno dei più bei ricordi della mia “carriera” di giornalista. Ecco chi è Hopkins. Ci siamo incontrati di nuovo a Roma per il film “Il Rito”. Si ricordava della  precedente intervista. E negli ultimi minuti abbiamo giocato e mi ha regalato le sue mitiche imitazioni di Marlon Brando e Woody Allen. Un uomo severo e generoso. Provo a raccontarvelo.

Sir Hopkins, di nuovo a Roma. Come la trova?
«Fortunatamente l’Italia non cambia, è sempre molto bella. è passato tanto tempo da quando feci Galeazzo Ciano per Alberto Negrin e ricordo la grande professionalità sua e degli attori. Come mi è successo ne “Il Rito”. Di quella volta ricordo soprattutto che fu un’esperienza quasi incredibile: ci fecero girare nei veri uffici del Duce a Palazzo Venezia e Bob Hoskins, che lo interpretava, si mise pugni sui fianchi e petto in fuori sul balcone. Volevano linciarlo».

Ci siamo già incontrati per Slipstream, il suo film da regista, a Locarno. Pensa di tornare dietro la macchina da presa?
«No, direi di no. è stata una bella esperienza, era un film molto particolare. Anche troppo. Nasceva da quel particolarissimo trip che avviene quando sei in punto di morte e proseguiva come viaggio allucinato nella vita e soprattutto nella mente di un uomo. Molti di voi lo hanno apprezzato, altri stroncato. Mi risulta faticoso fare il regista: devi controllare tutto, devi avere la capacità di far muovere un meccanismo enorme e complesso, devi essere il primo ad arrivare sul set e l’ultimo ad andartene. Un po’ troppo per me, non ho il sacro fuoco dentro, piuttosto mi diverto con il mio lavoro».

Sarà anche che più va avanti e meno le va di discutere e sacrificarsi?
«è anche questo. Mi viene in mente un bellissimo film a cui ho partecipato, “Bobby” (era straordinario nel ruolo-cammeo di commentatore del presente dall’alto di una saggezza dimenticata e dal basso del suo lavoro nell’hotel in cui uccisero Bob Kennedy- ndr). Se penso a come i produttori ci hanno torturato, a quello che Emilio Estevez ha dovuto sopportare da loro ogni giorno, mi rendo conto che spesso ti viene chiesto molto più di quanto sei disposto a dare. Si comportavano come dei gangster. Solo ieri ho rifiutato cinque film. Non perché fossero brutti, anzi. Ma avrei dovuto passare cinque mesi tra Uzbekistan, Marocco, Londra e Monaco e stare lontano dalla mia famiglia. Perché avrei dovuto?».

è sempre stato così? Solo un bel lavoro?
«No, non scherziamo. La recitazione ha rischiato di bruciarmi, come tante altre cose nella mia vita, buone e cattive. Sono arrivato a un passo dal rompermi la schiena, non avevo limiti. E non l’ho fatto a 20 anni, ma a 60! Per me questo lavoro è sempre stato un misto di rabbia e di amore. Ho iniziato per contrastare i bulli ero dislessico e in quanto tale spesso emarginato, poi ho scoperto la bellezza di quest’arte, di esprimersi e cambiare continuamente. Ovviamente, però, invecchiando diventi più saggio, o almeno più prudente. E capisci che la salute è più importante, che non devi farti consumare, devono cambiare le priorità. E arrivano anche altre passioni: la famiglia o la musica. Stanno per musicare un mio valzer e ne sono molto felice. “Il Rito” parla anche di questo, è anche il romanzo di formazione di ragazzi che fanno delle scelte, di una guerra tra sentimenti, emozioni diverse, anche nella stessa persona. Una battaglia che può essere anche molto violenta».

A proposito di musica. Rimane il motore della sua anima, come la definì a Locarno?
«Sì. Adoro il jazz, Teolonius Monk, Miles Davis, Billie Holiday, Chet Baker. E posso passare dagli Eurithmics a Puccini. La musica è essenziale, per me suonare una chitarra nel deserto è stata una delle esperienze più belle della mia vita. è una forma straordinaria di arte e comunicazione».

“Il Rito” è anche un film sul soprannaturale. Religioso e non. Lei che rapporto ha con ciò che non si può spiegare?
«I miei sono atei, ma confesso che io, come molti, sono dovuto venire a patti con ciò che non riusciamo a spiegarci. E così a 73 anni ho placato un po’ della mia inquietudine, anche se non posso dirmi un uomo spirituale. Il male esiste e va combattuto con le proprie scelte. In ogni caso diffido di chi ha la verità in tasca, che sia religiosa, politica o personale».

Confessi: fare l’attore è un po’ esorcizzarsi?
«Fare l’attore è un po’ come esorcizzare chi guarda e forse anche se stessi. O meglio le tue paure, i pregiudizi degli altri. Ricordo sempre Marlon Brando che diceva: “Non posso credere di dover passare ogni giorno della mia vita con quegli esseri limitati che sono gli attori”».

Lo sa che lei avrà anche settantatré anni, ma ne dimostra venti?
«Amo la cultura giovanile, sono stufo del cinema vecchio e noioso che spesso invade i nostri schermi. Hollywood è una malattia patologica. Perché ci si interessa tanto a Brad e Angelina o a Tom e Kate? Perché lì ci si prende pericolosamente sul serio, gli attori in testa». 

Per i britannici è troppo americano. E viceversa...
«Molti mi accusano “che mi sono venduto agli americani”. Ne sono contento, i miei amici mi dicono spesso “ti sei perso”, e io rispondo loro “non mi voglio ritrovare, non mi venite a cercare!”. Un tempo usai la recitazione per uscire da un certo ambiente, essere diverso: ora amo andare oltre la vita “normale”, codificata».

Pìu spaventoso interpretare il Cannibale o Nixon?
«Nixon senza dubbio. Era molto più diabolico e complesso! Anche se devi ricordarti una cosa: mi sarò anche stancato di interpretare Hannibal the Cannibal, ma continuo a mangiarmi vivo chi non rispetta me e soprattutto la mia famiglia, violando la nostra privacy».

E io già mi immagino al suo tavolo. E lui diabolico che dice alla sua Stella: “Ho un nuovo amico per cena...”. 
 



FIGLIO DI DUE PANETTIERI
Nato in Galles, figlio di due gestori di una panetteria, ha debuttato al cinema nel 1967 nel film “Il leone d'inverno”. Nel 1991, con il ruolo di Hannibal Lecter, nel film “Il silenzio degli innocenti”, vince il premio Oscar come miglior attore. Tra gli altri film da menzionare: “Dracula di Bram Stoker”, “Quel che resta del giorno”, “Gli intrighi del potere - Nixon”, “Amistad”.  “Red Dragon”, “Hannibal”, “Il caso Thomas Crawford”, “Bobby”, “Cuori in Atlantide”, “Instinct”, “Vi presento Joe Black”, “Amistad”, “L’urlo dell’odio”, “Casa Howard”, “Il Rito”...


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