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Isabella Rossellini: ora sono libera

È il fascino e la classe ad ogni età. Potrebbe fare la diva e invece ha un approccio semplice e immediato

Mar 29 Mar 2011 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 12

Isabella Rossellini è il fascino, la classe. A ogni età, in ogni movenza, in ogni parola fa trasparire un carisma naturale. Potrebbe fare la diva e ha invece un approccio semplice e immediato con il suo interlocutore. è stata modella, è tuttora attrice - uno per tutti, il grande “Velluto Blu”, di David Lynch - produttrice e regista. Figlia di Ingrid Bergman e Roberto Rossellini, l'abbiamo incontrata all’ultimo Festival del cinema di Berlino, dov'è stata presidente di giuria. Ci racconta di lei, del suo lavoro, si scende con discrezione nella sua vita.

Allora, Isabella, le dispiace non vedere molta Italia nei festival internazionali?
«Ma non è vero (Ride - ndr), io sono italiana, sono venuta alla Berlinale sei volte, perché non mi contate mai? Venni con un film olandese, “La valigia dimenticata”, e poi con film di Peter Weir con Jeff Bridges, Fearless, con “La canzone più triste del mondo” di Guy Maddin, in parte opera cinematografica e in parte performance dal vivo. E io durante quella proiezione declamavo i dialoghi e facevo la narrazione dal vivo. Poi ho portato da regista “Mio padre ha 100 anni” e infine i corti di “Green Porno”. Ora sono venuta come presidente di giuria e ho presentato “Late Blommer”s».

Di Julie Gavras, altra figlia d'arte. Tra simili ci si capisce?
«è vero, Julie ed io siamo entrambe la seconda generazione di grandi famiglie del cinema. Non è mica facile essere figlie di grandi maestri, lo sai vero?».

Lo immagino. Dev'essere una grande ricchezza e una condanna. Per lei cos'è?
«Certo, è un vantaggio perché fin da piccolo sei sul set, impari il cinema da chi lo fa e lo fa alla grande. Ma è anche uno svantaggio psicologico, perché senti la responsabilità di far bene, ma soprattutto di far subito bene. A te non è concesso avere quei due-tre filmetti che nessuno nota. E poi c'è il terrore del giudizio dei tuoi genitori, ancora più importante di quelli del pubblico o della critica. Per farti un esempio, ho incontrato Costa Gavras e la moglie in ascensore e m'hanno confermato che Julie, terrorizzata, non ha fatto vedere loro Late Bloomers!».

Di cosa parla?
«Di una coppia sulla sessantina, William Hurt ed io. è una commedia sentimentale, una di quelle che di solito ha protagonisti più giovani, massimo quarantenni. Noi siamo vecchi, i bambini che girano per casa sono i nostri nipotini, è un film sull'età, sulla vecchiaia. Mi sono molto divertita a girarlo, lo abbiamo fatto a Londra, un po' in inglese e un po' in francese. Io sono italiana e vivo in America, lei è greca-francese e vive a Londra, siamo tutti ormai molto mischiati: non so se succede anche in Italia, ma ormai mi ritrovo spesso a parlare con delle persone, e dire una parola in francese, cinque in inglese, tre in tedesco, due in italiano... Il film l'hanno già comprato in Spagna, in Germania, stanno trattando con America e Australia, sarebbe bello vederlo anche in Italia, il mio paese».

Una commedia sull'età? Lei come vive il passare degli anni? Ricordiamo ancora tutti quando a 40 anni la “licenziarono” come modella.
«Non si deve essere ipocriti, c'è il dispiacere di perdere la bellezza nell'invecchiare, anche se l'affronto con serenità. Perché perdi quella bellezza classica, fresca, non hai più tutti che ti fanno i complimenti. Però è anche vero che se non fossi invecchiata non avrei potuto fare una regia, perché da vecchio puoi fare tutto quello che vuoi, mentre da giovane hai troppi obblighi».

Ma come, non è l'età a portare costrizioni fisiche, morali, familiari?
«Assolutamente no. Quando sei giovane devi dimostrare a tutti, te compreso, il tuo valore: ai tuoi genitori, agli altri, agli addetti ai lavori. Da vecchi, invece, no. Ormai hai fatto quello che dovevi e volevi e finisci per fare quello che ti piace davvero, quello che senti. Trovi la vera libertà. Non ho più bisogno di lavorare, ora scelgo solo quello che mi fa star bene, anche se può sembrar una cosa da bambina viziata. L'età ti consente di pensare a ciò che è importante per te. Non per gli altri. A 20, 30 anni mi chiedevo perché sulle riviste non ci fossero modelle di 50-60 anni. E pensavo spesso a come sarebbe stato arrivare a quell’età. Adesso che ci sono, posso dirlo: è meglio del previsto. Si parla troppo di rughe e non della libertà che si conquista».

è un segno dell'età essere chiamata anche come presidente di giuria a Berlino? Come si è trovata?
«Da tempo venivo invitata a varie giurie, ma rifiutavo sempre per non lasciare i miei bambini per tre settimane. Ora sono grandi e mi hanno convinta. Ovviamente mio figlio ha subito approfittato per non andare a scuola una settimana! Ma per una che ama il cinema come me, vedere tre film al giorno è una festa. Non sospettavo però quanto potesse essere didattico giudicare: forse se avessi fatto parte di altre giurie, avessi discusso di cinema con altri giurati più spesso, avessi letto più recensioni, sarei stata un'artista, un'attrice migliore. E poi ora il festival non è più un mercato, ma un evento culturale, quasi come la stagione del balletto o dell'opera, l'avere un film è un segno distintivo per la città intera, come un quadro in un museo».

E che rapporti ha con i premi?
«Sereno, anche perché non è che ne abbia vinti tanti. Sono importanti, ma penso sempre a mia mamma che ha vinto tre Oscar. Al terzo era quasi scocciata, pensava più al vestito e al discorso che al premio! Forse anche perché percepiva che era un tributo alla sua meravigliosa carriera, non uno di quei riconoscimenti che ti aprono una strada, che ti danno nuove possibilità».

Cominciano ad esserci più registe. Come mai, secondo lei, il cinema è così maschilista?
«Mi chiedo spesso perché ci sono tante avvocatesse e dottoresse, mentre di registe ce ne sono davvero poche. Parlandone, una volta una persona mi disse: “certo, per quelle due categorie si deve portare avanti un percorso accademico, un tirocinio, c'è una strada chiara di lavoro, sacrifici e risultati. Per la regia non è così, e quindi è più difficile capire come entrare in certi meccanismi”. In quel caso diventa fondamentale chi incontri. Per me è stato fondamentale Guy Maddin. è un ruolo difficile e complesso, il regista è un direttore d'orchestra. Ma le registe sono necessarie, serve una sensibilità femminile nel raccontare storie. Senza creare ghetti, però».

Lei ha realizzato un film che racconta la sessualità tra gli animali, “Green Porno”.
«Ho voluto viaggiare in questo meraviglioso mondo con dei cortometraggi, scoprendo i segreti della natura. Trovare curiosità, similitudini, anche insegnamenti nella vita attorno a noi. Non avevamo molti soldi, quindi ho pensato che usare il cartone sarebbe stato vantaggioso economicamente e avrebbe anche creato una continuità visiva. Ho parlato con il mio amico Rick Gilbert, che è un direttore artistico, e lui ha portato nel progetto persone straordinarie come Andy Byers, che ha lavorato come progettista delle vetrine di Victoria’s Secret. e che ha grandi capacità nell’usare carta e cartone nel creare forme. Così loro due, basandosi sui miei disegni, hanno aggiunto molti dettagli. Abbiamo anche scelto di mantenere i colori molto semplici e brillanti, una scelta dettata dal fatto che ho immaginato che questi brevi film sarebbero stati guardati sui telefonini».

 

FIGLIA D’ARTE
Isabella Fiorella Elettra Giovanna Rossellini nasce nel 1952 da Ingrid Bergman e Roberto Rossellini. A 19 anni a New York lavora come traduttrice e giornalista per la RAI. Si sposa con Martin Scorsese (1979-1982) e poi con Jon Wiedemann (1983-1986), modello tedesco. A 28 anni comincia la carriera di modella. Esordisce nel cinema accanto a sua madre nel 1976. Si è affermata con il film di David Lynch “Velluto blu”. Nel 1982 diventa la testimonial esclusiva della Lancôme. Nel 1995 lancia una sua linea personale di cosmetici, Manifesto. Ha tre fratelli e 5 fratellastri. Ha una figlia, Elettra (nata nel 1983) e un figlio adottivo, Roberto (nato nel 1993).  


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