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Varcò la soglia della speranza

VITTORIO MESSORI - Wojtyla visto dallo scrittore italiano più letto nel mondo, l’unico ad aver scritto un libro con due diversi Pontefici

Dom 27 Mar 2011 | di Giuseppe Stabile | Speciale Giovanni Paolo II
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Vittorio Messori, in quale occasione conobbe Papa Wojtyla? 
«Nel 1987 iniziai a scrivere sul quotidiano Avvenire il Vivaio, una rubrica di cui il Pontefice era un assiduo lettore. Wojtyla pensò dunque di affidarmi l’incarico di realizzare una sua intervista televisiva, che sarebbe dovuta andare in onda su oltre cento canali di tutto il mondo. Dopo alcuni contatti interlocutori con i suoi collaboratori, all’improvviso mi telefonò il suo portavoce Joaquín Navarro-Valls dicendomi che il Papa mi aspettava nella residenza di Castel Gandolfo il pomeriggio successivo. Onestamente, avevo già degli impegni importanti, ma come rifiutare un simile invito? Il Pontefice accolse me, il regista Pupi Avati e l’allora Direttore Generale della Rai, in un piccolo salone arredato sobriamente che aveva alle pareti alcune stampe di santuari mariani della Polonia». 

Come nacque il vostro best seller mondiale “Varcare la soglia della speranza”?
«Siamo stati varie ore insieme, in un clima molto semplice e informale; a tavola non c’erano servitori e abbiamo sorseggiato un po’ di vino con una grande familiarità. Mi sentivo molto a mio agio e dopo un po’ che ero con lui mi venne voglia di chiedergli di confessarmi. Era una persona di cui ci si poteva fidare, sprigionava un carisma evidente e una chiara sensazione di santità, alla quale si accompagnava una grande rilassatezza ed umanità: sembrava di essere in compagnia di un buon vecchio parroco, tranne che era vestito tutto di bianco. Cercai di convincerlo in molti modi che, essendo un vecchio giornalista della carta stampata, non ero adatto per un’intervista televisiva. Alla fine dell’incontro gli lasciai ugualmente alcune domande scritte che avevo preparato per lui: con mia sorpresa, la sera, quando fu solo, Wojtyla decise di rispondervi a mano. Iniziò così il percorso che portò alla pubblicazione del libro nel 1994».

Qual era il carisma di Giovanni Paolo II?
«Difficile spiegare il suo carisma con le parole: il Papa esprimeva umanità ed autorità. Le folle accorrevano da lui perché si sentivano amate e non certo eccitate, come succede per qualche politico trascinatore. Aveva anche una grande capacità comunicativa: non dimentichiamo che, da giovane, Wojtyla era incerto tra la vocazione di attore e di sacerdote; ha sempre conservato una spiccata attitudine teatrale ed è stato il Pontefice più televisivo della storia. Aveva inoltre un rapporto particolare con i ragazzi, ma senza le smancerie del giovanilismo. Ricordo le interminabili file per rendere omaggio alla sua salma: una cosa spiegabile non certo razionalmente, ma solo con il suo grande carisma. La sua beatificazione, in fondo, è avvenuta a furor di popolo come nel Medioevo e in Vaticano hanno accelerato le pratiche. La gente l'ha chiamato “Wojtyla il Grande”, protagonista di un papato lungo 27 anni, straordinario perché l’uomo era straordinario».

Qual è stato il valore storico e spirituale del Pontificato di Wojtyla?
«Alla morte di Paolo VI la Chiesa era in una situazione drammatica: Wojtyla l’ha restaurata, rimettendola sulla strada giusta e applicando con calma il Concilio Vaticano II, alla stesura del quale aveva collaborato attivamente. Negli anni precedenti, circa un terzo dei religiosi mondiali abbandonò l’abito, ma con Giovanni Paolo II l’emorragia si fermò, anche se i seminari non si sono riempiti. Sul piano dottrinale la mente del suo lungo pontificato è sempre stato Joseph Ratzinger: tra di loro c’era grande stima, avevano gli stessi obiettivi, ma con due carismi diversi».

Lei ha scritto un libro anche con l’attuale pontefice Benedetto XVI, ai tempi in cui era Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Quali sono le differenze tra lui ed il suo predecessore polacco?
«Conosco molto meglio Benedetto XVI, al quale mi lega una lunga amicizia personale e una forte somiglianza caratteriale: ci siamo incontrati molte volte anche dopo aver scritto insieme il libro “Rapporto sulla fede” nel 1985. Ratzinger e Wojtyla sono molto diversi: il primo ha un carisma professorale, mentre quello del Pontefice polacco era di tipo popolare. L’attuale Papa, se potesse, scriverebbe solo libri ed articoli teologici: si fa un po’ violenza ad andare in giro e a parlare, mentre Giovanni Paolo II preferiva gridare il Vangelo tra la folla. Ratzinger è molto mite e per nulla emotivo: umanamente mi sono sempre sentito più vicino a lui, soprattutto perché condividiamo il desiderio di convincere le persone con il ragionamento». 

Giovanni Paolo II ricevette anche delle critiche e lei stesso, in alcuni articoli, espresse alcune perplessità sul suo operato. 
«Alcuni lo accusavano di viaggiare troppo e nella Curia romana molti si lamentavano che Wojtyla non seguisse abbastanza l’amministrazione interna: lui però non era un uomo di scrivania, ma un apostolo che voleva far arrivare a tutti l’annuncio del Vangelo. Personalmente, con grande umiltà e rispetto, sento di esprimere delle perplessità non certo sulla fede o sulla morale, ma esclusivamente sul piano pastorale, sul quale il Papa non è affatto infallibile. Ritengo infatti che, soprattutto negli ultimi anni, abbia esagerato nella richiesta di scuse, rivolgendole più di cento volte ad altrettante categorie. Come esperto sapevo cosa voleva dire e non mi scandalizzavo, ma con alcune affermazioni provocava molto smarrimento nelle persone più semplici: le cose giuste che diceva forse dovevano essere espresse in modo diverso e spiegate di più».

 

 
 


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