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Ogni giorno ero al suo fianco

ARTURO MARI - L’emozionante racconto di chi gli è stato vicino tutti i giorni per 27 anni: il suo fotografo personale

Ven 25 Mar 2011 | di Giuseppe Stabile | Speciale Giovanni Paolo II
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Per 53 anni lei è stato il fotografo ufficiale degli ultimi sei Pontefici. Cosa le ha donato questa sua incredibile esperienza professionale?
«Ho dedicato tutta la mia vita a questo lavoro così particolare e da ogni Pontefice ho ricevuto molto sul piano umano. Con Papa Wojtyla però è stato speciale: sono stato con lui tutti i giorni per quasi ventisette anni, dalle 6,30 di mattina fino a sera tardi: un’esperienza eccezionale».

Che tipo di rapporto aveva instaurato con Giovanni Paolo II?
«Ho sempre cercato di mantenere il mio ruolo professionale, ma ad un certo punto è subentrata una relazione quasi familiare: eravamo sempre insieme, tranne nei cinque giorni che si concedeva ogni anno per i suoi esercizi spirituali. Nel tempo, il rapporto tra di noi è cambiato e di conseguenza anche la mia vita ed il modo di vedere la realtà. Ho capito cosa vuol dire umiltà, comprensione del prossimo, ascolto e dialogo con l’altro».

Come era il carattere di Karol Wojtyla?
«Era un uomo molto intelligente ed umile: credo che questo, insieme alla sua sofferta esperienza di vita sotto il duro regime comunista da giovane orfano fino a vescovo, gli abbia conferito il suo particolare carisma. In ogni occasione, anche nelle cerimonie ufficiali, lui cercava sempre il contatto diretto con la gente: voleva stare in mezzo alle persone per toccare con mano i loro problemi. Il suo sguardo era pieno di forza: i suoi occhi, sempre pronti alla lotta e al dialogo, parlavano da soli». 

Come si svolgeva la giornata del Papa nei palazzi vaticani?
«Karol Wojtyla pregava molto e sfruttava ogni attimo per parlare con i suoi molti, importanti ospiti. La mattina presto celebrava la Messa alla quale partecipavano almeno trenta persone che poi salutava nella sua biblioteca privata. Dopo la colazione iniziavano i colloqui riservati, che duravano circa quarantacinque minuti, ma prima di ogni incontro il Papa si recava nella Cappella privata di fronte al suo studio dove si inginocchiava a pregare davanti ad un grande Crocefisso. Spesso ho sentito che si rivolgeva a Gesù dicendo: “Signore, aiutami, non mi abbandonare, fammi vedere la strada da percorrere, assistimi nei miei passi”. Durante gli incontri, ma anche nelle udienze generali, metteva spesso le mani in tasca, stringeva la corona del Rosario e lo recitava. Il Papa parlava sempre con chiarezza e senza paura, chiunque avesse davanti: in varie occasioni sono stato testimone di parole molto dure rivolte a Capi di Stato o responsabili di guerre, stragi e immani sofferenze di migliaia di persone, sia in Occidente che nel Terzo Mondo.

Come reagivano i potenti della Terra ai colloqui con Giovanni Paolo II?  
«Chi ha ascoltato la sua voce e collaborato con lui ha realizzato grandi cose in ambito sociale, politico e religioso; molti potenti furono toccati profondamente dal rapporto con Giovanni Paolo II. Tra gli altri ricordo Mikhail Gorbaciov, Ronald Reagan e Vaclav Havel, ma rimasi stupito anche dall’atteggiamento di Fidel Castro in occasione della storica visita apostolica a Cuba nel 1998: al nostro arrivo il leader comunista fece un discorso duro, nel quale rivendicava il valore della rivoluzione cubana. Ma nei colloqui privati Castro fu molto diverso: insieme ai suoi familiari, alcuni dei quali sono molto cattolici, si mostrò ossequioso e rispettoso. Papa Wojtyla cercava sempre il dialogo con tutti e riusciva a cambiare il cuore di chi aveva il coraggio di mettersi in gioco».

Ci fu una personalità italiana che fu toccata nell’anima dal rapporto con questo Papa?
«Ricordo in particolare il Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che un giorno invitò Papa Wojtyla a Castel Porziano. Lui, che si era sempre dichiarato ateo, dopo un lungo colloquio, al momento del saluto, disse al Pontefice: “Santo Padre devo farle una confidenza: so che adesso mia mamma dal cielo è piena di gioia vedendo me, un non credente che ha compiuto molte cose sbagliate, che sta piangendo vicino al suo più grande amico, il Papa”. Mentre il Presidente stava per inginocchiarsi, Wojtyla lo fermò e i due si abbracciarono calorosamente. Da quel giorno tra loro intercorsero altri incontri e molte telefonate, con la nascita di una grande amicizia». 

È vero che il Santo Padre usciva spesso in forma privata?
«Sì, perché sentiva il bisogno di allontanarsi dalle pressioni e di meditare. Uscivamo il martedì mattina presto per recarci tra le montagne vicino Roma, di sovente in Abruzzo. Camminava e pregava molto, visitava un Santuario e scriveva, proprio come durante le vacanze estive in Val d’Aosta: era in occasioni come queste che nascevano i suoi discorsi e i suoi scritti. È successo così anche per la sua bellissima “Lettera ai bambini”: un giorno in Polonia, mentre era seduto su una panchina, si mise a parlare con un bimbo e una bimba di circa dieci anni; fu bellissimo vedere come i due piccoli gli raccontavano le loro esperienze quotidiane».

Che ricordo conserva dei tanti viaggi apostolici all’estero?
«Furono tutti molto belli, con milioni di persone, soprattutto giovani, che accoglievano il Papa manifestandogli un affetto incredibile. In varie occasioni, come a Sarajevo o in America Latina, abbiamo anche rischiato la vita, ma il Papa pregava e andava sempre avanti senza paura. Spesso cambiava il protocollo ufficiale per stare tra la gente più semplice: un pomeriggio, in Angola, interruppe all’improvviso una cerimonia, andò in un villaggio poverissimo ed entrò in una capanna dove c’erano sei bambini bellissimi che vivevano con i loro genitori in condizioni indicibili. Dopo lo stupore iniziale, i piccoli gli si gettarono addosso: il Papa era felicissimo e restò a lungo a giocare con loro; poi dovette tornare di corsa a cambiarsi la sua veste bianca per partecipare ad un altro incontro ufficiale».

Il rapporto quotidiano con un uomo acclamato come santo ha influito sulla sua spiritualità? 
«C’è tanta ipocrisia e falsa spiritualità intorno a noi. Credo che Giovanni Paolo II avrebbe voluto aiutare tutti ad essere persone più libere, fuori dalle regole; ma non lo ha mai imposto, offriva solo la sua testimonianza. Come credente sono cambiato vedendo pregare il Papa, osservando il suo rapporto con Dio e la sua relazione continua con la Madonna: ho assistito una sola volta alla sue preghiere solitarie perché poi non ne ho avuto più il coraggio. Sentire la sua voce e vedere il suo viso trasformati… non so spiegarlo, sembrava quasi trasfigurato; una cosa simile gli accadeva spesso anche durante la Messa, al momento della Elevazione dell’Ostia». 

Come furono gli ultimi anni segnati dalla sua malattia?
«Nel periodo della Guerra del Golfo, prima di un incontro diplomatico importante, uscendo dalla Cappella disse: “Come parlare con i potenti del mondo? Il Papa deve pregare molto e dovrà tanto soffrire per far comprendere la Verità: questo è il mio modo di dialogare”. Dopo qualche tempo iniziò ad ammalarsi: soffriva molto, ma aveva sempre un sorriso bellissimo da regalare ad ognuno».

Qual è il dono più prezioso che ha ricevuto da Giovanni Paolo II?
«Otto ore prima di morire Papa Wojtyla mi fece chiamare: con il cuore in gola entrai nella sua semplicissima stanza dove c’erano solo un inginocchiatoio e un letto molto spartano dove era sdraiato. Il Pontefice si girò verso di me con un grande sorriso ed un’indimenticabile luce negli occhi; caddi in ginocchio, mentre lui mi accarezzava tenendomi la mano. Dopo qualche minuto mi disse: “Arturo, grazie!”. Sono rimasto incredulo e sbalordito: il Papa che ringraziava me! Ancora oggi sento Karol Wojtyla dietro le mie spalle; la sera, quando prego, gli chiedo di ricordarsi di me; ma io so che continuerà a restarmi sempre vicino».  

 


 

Il fotografo dei papi
Mezzo secolo di storia raccontati come nessun’altro: sempre presente con la sua macchina fotografica nella vita pubblica e spesso privata degli ultimi sei Pontefici. Da Pio XII, passando per Paolo VI, Giovanni XXIII, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II fino ai primi tre anni dell’attuale Papa Benedetto XVI. Per 53 anni le sue foto hanno documentato al mondo la missione del Vicario di Cristo: in particolare, ha seguito Papa Wojtyla fin dall’inizio, in un percorso professionale che si è inevitabilmente trasformato in una relazione personale con l’uomo acclamato “Santo subito”. Arturo Mari, nato nel 1940, iniziò la sua attività al servizio dei Pontefici a soli sedici anni. Andato da poco in pensione, vive a Roma, è sposato ed ha un figlio sacerdote missionario in Honduras. 

 


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