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Sergio Castellitto: Sono docile non servile

Il vero successo è la libertà

Ven 22 Apr 2011 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Teatro, cinema, tv. Abbiamo pianto e sorriso con lui per quel capolavoro del palcoscenico che era “Zorro”, scritto dalla moglie Margaret Mazzantini. Si è messo a nudo con “Non ti muovere”, tratto dal best seller pluripremiato scritto sempre dalla moglie, diretto e interpretato da lui e con una Penelope Cruz imbruttita e forse mai così brava. E negli ultimi mesi ci ha conquistato con la commedia surreale e malinconica “La bellezza del somaro”. In tv è stato un Padre Pio umanissimo e il gelido e allo stesso tempo appassionato Enzo Ferrari. Eclettico, sornione, pieno di talento, forse il miglior attore della sua generazione, figlio dei Volontè, dei Tognazzi, dei Mastroianni, padre della nuova generazione di fenomeni. 


Lei non si è mai seduto sulla sua condizione di star. Si mette sempre in gioco e rischia. Perché?
«Perché è l'essenza di quello che facciamo. Fare un film è una corsa a ostacoli, ma è vero che superarli è il brivido per cui la affronti. Insieme a emozioni uniche come quella Ferrari guidata nel deserto in “Italians”! Oppure all'allenamento per fare Coppi: ogni giorno decine di chilometri in bicicletta, per capire cosa si prova e per scoprire che dopo 200 km sul sellino non pensi più a nulla, ti svuoti. Io credo nel panico: l'attore, l'artista dà il meglio quando è sull'orlo del baratro. E l'importante è avere a fianco a te chi lo accetta: altrimenti con me si soccombe. La paura ti impedisce di rifugiarti nel mestiere, che è l'inizio della fine».


Il suo talento è stato mai un ostacolo? 
«Credo di essere un attore docile senza essere servile, un bravo attore deve essere come un cavallo di razza che sa imbizzarrirsi, ma anche stare alla briglia. Poi, come diceva Gassman, se dopo aver firmato il contratto scopri che il regista è un cretino... pazienza! Qualche giorno fa mio figlio Pietro ha registrato “La famiglia” di Scola e mi sono rivisto con Vittorio. Ricordo la paura della prima scena: io dovevo entrare da una porta e trovarlo nella stanza. Che emozione e quanto ho imparato! Anni dopo mi son trovato con dei ragazzi che entravano e trovavano me. E lì devi imparare a rispettare tutti e a non aver paura di essere sempre generoso: quello che dài agli altri lo dài anche a te stesso. Penso sempre a Carlo Verdone: lui è altruista, se c'è una battuta divertente spesso la dà a te. è una qualità rara e molto preziosa». 


è spesso stato paragonato ad Al Pacino e De Niro. Lei tra i due chi sceglie?
«Spencer Tracy, la sua geniale normalità è fantastica. Ma a De Niro mi accomunava un neo, che mi sono tolto per interpretare Fausto Coppi».


Sergio Castellitto cosa ama fare fuori dal set e dal palcoscenico?
«Mi piace stare con i miei figli. Ne ho uno di 19 anni con cui viviamo bellissimi momenti, ci piace stare insieme. Peraltro mi sa che vuole pure fare l'attore...».

Un sassolino che si vuole togliere?
«Vorrei dire ai critici che ci accusano di fare i film a tesi che spesso loro fanno critiche a tesi. Devono capire che io faccio film con la stessa passione, forza e caoticità con cui vivo, girando le scene pensando sempre che siano le ultime che mi permetteranno di fare. Questo atteggiamento non lo può capire chi non l'ha vissuto. Va detto però che tanti critici veri, che si espongono, sono costretti a scrivere in due colonne sparagnine. Non hanno la possibilità di avere il respiro di una chiacchierata come la nostra. Sarebbe bello avere la possibilità di confrontarsi tra addetti ai lavori, sporcarsi le mani entrambi. è un diritto poter fare la recensione del recensore, senza farne una questione personale».

Lei e Margaret avete stupito tutti con “La bellezza del somaro”. Molto diversa dall'immagine che si ha di voi.
«è vero, molti si sono stupiti del nostro lavoro. Il punto è che noi siamo molto meno conformi di come la gente ci vede. Ci vedete come una famiglia tradizionale, marito e moglie e quattro figli, ma in realtà siamo una gabbia di pazzi. E così dentro il nostro cortile, dentro la nostra tribù e il nostro lavoro, potete trovare di tutto. C'è il nostro amore, la nostra visione del mondo, i nostri amici, le nostre idiosincrasie».

Alcuni dei ritratti sono abbastanza evidenti. Senza fare nomi, ha “attaccato” anche qualche vip?
«Certo, il film è un'elegantissima pernacchia, uno sberleffo, una risata che vi, ci, li seppellirà. Ho voluto prendere in giro un po' quel milieu radical chic buonista ed ecosolidale. La coppia formata da me e Laura Morante potremmo trovarla a Monteverde o Prati (quartieri “in” della Capitale - ndr), non può non venire da lì, con la loro seconda casa in quello che io chiamo Chiantishire e gli stivaletti con lo schizzetto di fango che fa molto popolare. E ho voluto sottolinearne le contraddizioni. Loro si vedono recapitare a casa il nuovo “fidanzatino” della figlia. Pensano sia un suo compagno di colore e sono pronti ad accettarlo come fecero con il ragazzo mal pettinato che stava con lei prima. Peccato che scoprano che il “successore”, invece, è un settantacinquenne, con la faccia di Enzo Jannacci! E lì i loro tabù escono fuori, superano anche l'ipocrisia del politicamente corretto».

E il 75enne che si accompagna alla 17enne non è il presidente del consiglio, vero?
«No, assolutamente no! I riferimenti sono puramente casuali. O forse causali, chi lo sa? Noi siamo democratici, anzi qui non giudico la moralità di questa scelta. Cerco di esplorare le relazioni, non avere pregiudizi».

Spaziamo. Lei è stato ed è, orgogliosamente, un grande attore televisivo.
«Certo, alcuni ruoli avuti sul piccolo schermo non li avrei potuti avere dal cinema. Mi vanto anche di essere stato un apripista in questo senso: l'ho fatto dieci anni fa, quando la gerarchia interna degli attori snobbava il mezzo, era figo solo fare teatro e cinema. Io, allora, mi sono detto: “L’importante è che un ruolo sia bello, meglio un bel film per la tv che uno brutto per il cinema”. La verità è che il successo vero è la libertà. La libertà di fare quello che vuoi con chi vuoi. Un privilegio, se penso a chi è disoccupato o a tutti coloro che si alzano all'alba per fare lavori faticosi e frustranti».      




TEATRO E CINEMA
Di famiglia molisana, esordisce giovane in teatro. Nel 1987 si sposa con Margaret Mazzantini, da cui ha 4 figli. Nel cinema esordisce nel 1981. Si fa conoscere con “Piccoli equivoci” di Ricky Tognazzi e “Stasera a casa di Alice” di Carlo Verdone. Tra i suoi successi “Il grande cocomero”, “La carne”, “L'ora di religione”, “L'uomo delle stelle”, “Non ti muovere”, “Il regista di matrimoni”, “La stella che non c'è”, “Caterina va in città”, “Le cronache di Narnia, “Italians”, “La bellezza del somaro”.            


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