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Max Pezzali - Mio figlio č la mia terraferma

“Giovani, andate fuori a conoscere il mondo”: parola di papŕ Max!

Ven 22 Apr 2011 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
Foto di 4

Ero una adolescente alle prese con i primi amori e scrivevo le parole di “Come mai” sulle pagine del mio diario, sognando il compagno di banco. Ho ballato in discoteca ascoltando “Nord Sud Ovest Est” e “Tieni il Tempo”. E poi ho pianto con “Nessun Rimpianto” e mi sono emozionata con “Gli Anni”. Max Pezzali negli ultimi 20 anni ha raccontato le mie cotte, i dolori, le feste, gli scherzi, i riti tra amici. Con semplicità e osservando il mondo intorno a lui ha sempre descritto la sua e la nostra vita. E nel 2011 è tornato con un nuovo cd “Terraferma” ed il singolo “Il mio secondo tempo”.

Cosa dobbiamo aspettarci dal tuo 2° tempo?
«Per me il secondo tempo significa valorizzare solo le cose che hanno un senso. Mi sono reso conto che negli ultimi anni c'è la tendenza a perdersi in un sacco di rivoli inutili, ci sono troppi rami secchi che non ti portano a niente e ti tolgono solo energie. E questo capita anche e soprattutto nei rapporti umani: spesso si perde tempo solo per non dire “no” alle persone, per non deludere e poi si innervosisce perché ci si accorge di non aver fatto qualcosa di gratificante per se stessi. Finché hai 20 anni, pensi che il tuo tempo sia infinito. Poi arrivi al bilancio, che per me è coinciso con i 40 anni, e ti domandi: “di tutto ciò che sto facendo, cosa è veramente importante?”».

Quale è stato lo snodo nella tua vita?
«La nascita di mio figlio (Hilo, nato nel 2008 - ndr). Da quando l’ho incontrato in sala parto la prima volta ho cominciato a pensare che non c’ero più solo io e la mia compagna, ho sentito delle responsabilità verso quell'essere, ho pensato che dovevo tagliare le cose inutili. E con la canzone “Il mio secondo tempo” ho voluto lanciare un monito ai giovani: “occhio che stiamo buttando via un sacco di tempo e di energie. Il futuro è togliere non aggiungere!”».

Cosa intendi?
«Viviamo in tempi in cui sembra che la quantità sia fondamentale. Una volta c'era penuria di informazione. Quando ero piccolo io, se ti interessava qualcosa, dovevi andartela a cercare; oggi siamo nella condizione opposta. Siamo bombardati da informazioni. Abbiamo gli hard disk pieni di musica e film che gusteremo solo una volta, perché non abbiamo tempo. E pensa alle foto: con la digitale ne fai 50mila, quando con la macchinetta ne facevi 12. Ma quelle 12 avevano un sapore particolare e le riguardavi sempre: le 50mila a mala pena le vedi una volta. Quindi questo è lo spirito: togliere il superfluo e individuare un punto di approdo sicuro...».

La terraferma, che è anche il titolo del disco...
«è l'approdo emotivo, ma è anche l'approdo per arrivare ad un punto di stabilità. Quando ho visto mio figlio ho sentito che da quel momento dovevo salvaguardare quell'essere e metterlo nelle migliori condizioni perché lui, da quella terraferma, potesse partire per esplorare il mondo».

Terraferma è sinonimo di stasi?
«La voglia di esplorare ci deve sempre essere, perché è ciò che ci fa progredire. Ma dal punto di vista della stabilità, la terraferma è mio figlio, è il pilastro attorno al quale costruire le condizioni ieali per crescere. Quando capisci che il punto d'approdo è quello, capisci che l'esplorazione può anche esserci, ma che quella è la tua isola».

Hai mai avuto paura di non poter più navigare?
«La cosa che ho notato, crescendo, è la riduzione delle opzioni: a 20 anni pensi che tutto sia possibile, che le tue opzioni siamo infinite. Superati i 40, più o meno sai che sei quella persona. Potranno cambiare dei fattori nella tua vita, ma più o meno sei quello, le tue opzioni si riducono. Di fronte a questo, se la paura c'è, è dovuta all’idea di non poter esplorare tutto. A volte mi piacerebbe pensare di cambiare continente, avere la possibilità di costruirmi da un'altra parte... ma questa cosa passa in secondo piano quando hai una responsabilità. Puoi andare, ma il tuo occhio deve essere rivolto alla tua colonna... Nello stesso tempo, però, percepisci la responsabilità come uno stimolo e la riduzione delle opzioni come una spinta in più a realizzarle».

Cosa rimane del ragazzo di “Come mai”?
«Rimane tanto. Ma è anche vero che non puoi inseguire una finta giovinezza per sempre. Ogni età ha il vantaggio di offrire punti di vista diversi. Non vuol dire che uno debba diventare un anziano con il pigiama di flanella. Ma significa assunzione di responsabilità. Credo che la vera crescita sia capire che non sei più un navigatore solitario, ma che hai un equipaggio di cui garantire l'incolumità».

Come vivi questo e come vedi i tuoi coetanei?
«In questa scelta non c'è pesantezza. Nell'album c'è una canzone ”A posto domattina” che parla della incapacità di accettare il tempo che passa, cosa che noto in molti coetanei che fanno avvocati, commercialisti... gente  precisa, vestita bene, con figli, ma che il venerdì sera li vedi in giro a fare gli imbecilli, che vanno in bagno a pippare, li vedi devastati e non so cosa pensare: il loro è un modo per essere diversi, ma diversi da cosa? Oggi vivere al limite non è anticonformismo, perché è un atteggiamento che è proprio della classe borghese. Le rockstar non sono più le rockstar. Oggi Kate Richards cercherebbe di seguire la carriera politica, per fare uno stile di vita trasgressivo!».

Sono cambiati i tempi... 
«Non si pensa che forse i tempi sono cambiati, che si è cresciuti, che forse è giusto cominciare ad essere diversi, a non essere delle macchiette di se stessi a 18 anni. Molti 40enni oggi sono così, perché la generazione prima non li ha fatti crescere. Se guardi in giro, Veltroni rappresenta  il nuovo che avanza. Il premier ha 74 anni e fa cose disumane circondato da dei folli che lo considerano un bancomat da cui prendere soldi in quantità industriali, il tutto condito da orge e spettacoli. E in tutto questo non ci sono dei giovani ai quali affidare il nostro futuro».

Che cosa ti senti di dire ai giovani che vogliono affacciarsi al mondo della musica?
«Siamo in un momento in cui non bisogna fare calcoli o pensare se una cosa è commerciale. Bisogna fare ciò che si sente. La cosa più importante è avere qualcosa da cantare, da raccontare. Quindi andate là fuori a conoscere il mondo. Meglio una lezione di canto in meno ed una lezione di vita in più che ti faccia scrivere un testo in cui gli altri si identificano, piuttosto che diventare delle macchine! Qualcuno le deve anche scrivere queste emozioni. Se sai raccontare la vita, non ti ferma più nessuno!».                    




IL NUOVO CD E IL TOUR

A metà febbraio è uscito il nuovo disco di Max Pezzali, "Terraferma", a 4 anni dall'ultimo lavoro. Il video del singolo cantato a Sanremo, “Il mio secondo tempo”, per un’idea e la regia dei Manetti Bros, è stato realizzato a Roma in un cinema e ha come ambientazione gli anni ’70, quella che, per molti, rappresenta l’epoca dell’innocenza infantile, dei grandi sogni che poi hanno imparato a non vedere realizzati. Tra gli attori presenti anche Francesca Inaudi e Giampaolo Morelli. Undici sono le tracce del disco, tutte scritte da Max Pezzali con il suo caratteristico modo di raccontare e descrivere la realtà e il mondo intorno a sé. Dal 30 aprile Max Pezzali è in tour per presentare il nuovo album. 

 

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