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Conůsenso politico?

Dietro a un candidato politico ci sono spesso professionisti che operano per fargli ottenere consenso. Una di loro ci svela come

Ven 22 Apr 2011 | di Sabrina Protano | AttualitÓ
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Che il mondo della politica non fosse sempre trasparente lo sapevamo già. Che durante le campagne elettorali ogni candidato avesse un proprio staff che lavora notte e giorno per curare ogni dettaglio dei suoi impegni, pure. Ma che esistessero dei veri e propri “creatori” di candidati politici, pagati anche per manipolare la realtà dei fatti a favore dei loro committenti, non è mai stato oggetto di tante riflessioni. Eppure questi esperti di comunicazione operano scrupolosamente dietro ai loro clienti, creando strategie ad hoc, il cui fine è solo e soltanto uno: vincere le elezioni. E se questo significa essere indifferenti alla verità, poco male, perché secondo loro il candidato per cui lavorano è solo un prodotto da vendere. E da far “acquistare”.   

“Massaggiatori di messaggi”
Secondo l’espressione originale, questi professionisti del consenso si chiamano spin doctors, che in italiano si traduce dottori del raggiro, manipolatori di opinioni. Quella dello spin doctor è una figura molto affermata negli Stati Uniti e nel mondo anglosassone in genere, che inizia a trovare terreno fertile anche in Italia, tanto che negli ultimi anni nel nostro Paese le società di comunicazione si sono moltiplicate come i funghi. In sostanza, lo spin doctor promuove l’immagine del suo cliente cercando di estrarre il meglio da qualsiasi situazione in cui sia coinvolto. Ad esempio, cerca di contrastare pubblicità sfavorevole per il proprio assistito, fornendo ai media un’interpretazione positiva di tutte le sue parole e azioni. Poco importa se gli argomenti usati per farlo sono un po’ inventati. E poco importa se a migliaia di cittadini arriva un’immagine o un contenuto che non corrisponde esattamente alla verità. 

Dietro le quinte
Sara (per motivi di privacy useremo questo nome di fantasia) è una bella trentenne, molto curata nell’aspetto e molto alla mano. Di certo ha una brillante carriera di fronte a sé. Già da qualche anno lavora per un’importante società di comunicazione e marketing politico, che ha seguito e segue tuttora diversi candidati alle elezioni. La incontro per farmi raccontare cosa succede dietro le quinte delle campagne elettorali.

Sara, in cosa consiste il tuo lavoro? Cosa offre una società di marketing politico ai suoi clienti? 
«Il nostro cliente vuole vincere le elezioni. Noi gli vendiamo un’immagine e dei contenuti che siano più positivi possibile e che diverranno la sua immagine e i suoi contenuti. Curare la sua immagine è fondamentale, perché è l’interfaccia tra lui e i cittadini. Come si veste, quali atteggiamenti e comportamenti ha in pubblico: nulla può essere lasciato al caso. Nella fase iniziale dell’incarico, studiamo le sue caratteristiche e cerchiamo di trasformare in positivo quanto di poco popolare o accattivante lo caratterizzi agli occhi dei cittadini. E così, un candidato anziano viene “venduto” al pubblico come candidato saggio. L’abbigliamento è altrettanto importante: un sindacalista, ad esempio, non dovrà mai indossare (o quantomeno farsi fotografare con) un rolex al polso… Sembra una cosa scontata, ma il più piccolo particolare può fare la differenza, sia in positivo sia in negativo. E quindi scegliamo le sue cravatte, gli ricordiamo di non parlare a braccia conserte per non avere un atteggiamento di chiusura (a volte lo sottoponiamo a dei veri e propri corsi di “public speaking” per fornirgli le più astute indicazioni su come parlare in pubblico nel modo migliore), selezioniamo e facciamo ritoccare le sue foto. Anzi: scegliamo noi il fotografo. Lo seguiamo sul campo ovunque vada, pronti a consigliargli tutto ciò che serva per fargli ottenere quello per cui ha pagato: conquistare la gente e vincere le elezioni».

Fin qui, nulla che i cittadini non immaginassero già. Ma credo che le vostre strategie e le vostre tecniche vadano ben oltre questo. Mi sbaglio?
«No, in effetti. Prendi ad esempio alcuni programmi televisivi in cui avvengono i dibattiti tra politici. Tutti pensano che le persone sedute lì, in prima fila tra il pubblico, siano persone qualunque andate ad assistere alla trasmissione. E invece in molti casi siamo noi. Siamo noi che seguiamo il nostro cliente e stiamo lì pronti, durante le interruzioni pubblicitarie, a suggerirgli la frase giusta da dire, la parola ad effetto da pronunciare. Pronti a sostenerlo in qualsiasi dubbio o incertezza, a suggerirgli di fornire un’altra interpretazione più soft di quanto ha appena detto in modo poco consono o appropriato…».

L’avvento di Internet ha cambiato totalmente la comunicazione, anche quella politica. Quali strumenti usate per rendere più visibili in rete i vostri clienti?
«Internet ha rivoluzionato il modo di fare comunicazione. Ormai la maggior parte dei candidati (a parte qualcuno un po’ più restio) si è convinta che le informazioni che circolano in rete sono importantissime per la creazione del consenso e tutti concordano quindi a lasciarvi le proprie tracce, in un modo o nell’altro. Sono sempre più i candidati che hanno siti internet personalizzati o che tengono una sorta di “diario” che pubblicano quotidianamente (il cosiddetto blog). Noi li aiutiamo anche a curare al meglio questi spazi. Inoltre facciamo in modo che, cercando il nome del candidato tramite un motore di ricerca, i siti che lo riguardano direttamente appaiano tra i primi della lista. Per far questo digitiamo nel motore di ricerca il suo nome  più volte possibile: in questo modo i siti verso cui desideriamo indirizzare gli utenti salgono automaticamente in cima alla lista e quindi hanno più probabilità di essere “cliccati” e consultati».

Di più recente affermazione sono i social network, come Facebook. Usate anche questi per mettere in atto le vostre strategie? 
«Li usiamo moltissimo! Facebook in particolare ha ampliato enormemente le possibilità e i modi di comunicare. Alcuni candidati seguono e gestiscono autonomamente la propria pagina. Per altri invece è diverso: per alcuni nostri clienti, siamo noi che scriviamo a nome loro, noi che rispondiamo alle accuse e alle provocazioni della gente, sempre noi che monitoriamo le pagine degli altri candidati per trarne vantaggio. Una pratica ormai molto usuale da parte delle società di marketing politico è di creare dei falsi account su Facebook. In sostanza, ci registriamo su Facebook con dei nomi di fantasia e creiamo, quindi, tante nuove pagine. Poi, con questi account, “chiediamo l’amicizia” del nostro cliente/candidato, che ci aggiungerà alla sua lista di “amici”: questa lista diventerà molto lunga, visto che ciascuno di noi crea tanti diversi account. Già questo costituisce un primo vantaggio per il nostro candidato, che risulterà avere un grande numero di sostenitori, cosa che spingerà la gente quantomeno a incuriosirsi o a chiedersene il motivo. Ma il vantaggio più grande sono i commenti positivi e le risposte alle critiche negative che vengono dall’esterno: siamo noi a gestirli e ad alimentarli. A volte rispondiamo a nome del candidato, proprio come se fosse lui stesso a scrivere sulla pagina. Altre volte scriviamo o rispondiamo come se fossimo dei comuni utenti. Altre volte ancora diamo vita di sana pianta a dibattiti tra due o più persone, che in realtà sono i nostri account (in pratica “ce la cantiamo e ce la suoniamo”). In questo modo veicoliamo i contenuti che vogliamo, facciamo passare un’immagine del candidato che è quella che desideriamo in base alle nostre strategie. Ci serviamo di questi account anche per “chiedere l’amicizia” dei candidati avversari: in questo modo possiamo “spiarli” ed agire nelle loro pagine con lo stesso criterio con cui operiamo in quella del nostro cliente...».

Questo costante lavoro di “costruzione”, che a volte porta a manipolare la realtà, ha mai creato disagio alla tua persona?
«Devo dire che amo il mio lavoro e penso che lo spin doctor sia una persona con un’incredibile capacità di analisi critica di un contesto; penso che sia una persona in grado di esaltare e tirare fuori le capacità e le potenzialità del suo candidato. Lo spin doctor è la persona che, all’occorrenza, spinge il candidato a impegnarsi di più, a studiare meglio un determinato argomento su cui ha meno esperienza, ad avere più chiari i propri obiettivi. E poi si capisce se un candidato è più o meno preparato, più o meno costruito; si capisce se è lui o meno a scrivere e a rispondere sulla sua pagina Facebook…».

O forse lo capisce solo chi, come te, ha esperienza nel settore…
«Forse… Comunque mi piace il mio lavoro… Fare in modo che il mio cliente vinca le elezioni o comunque si “posizioni bene”, magari arrivando a un ballottaggio, diventa per me una sfida personale. A volte è più difficile, perché devi vendere un prodotto al di là della tua fede politica, perché devi promuovere qualcuno che magari non ritieni proprio all’altezza. Ma la professionalità si dimostra in questo. è la passione con cui svolgo la mia attività che mi porta a commuovermi quando i nostri clienti ottengono i risultati sperati, al di là del fatto che il partito che rappresentano coincida o meno con il mio. Perché, se il cliente vince, vince anche il  mio lavoro. 
Una cosa però te la voglio dire: fino a qualche anno fa ero una vera appassionata di politica: amavo veramente seguire i dibattiti, mi piaceva parlarne e discuterne… Ma oggi che ho visto tutto quello che c’è dietro, me ne sono disinnamorata. Per me, vince solo il mio lavoro».                          



 

Saddam vittima degli spin 
La pistola fumante? Quella della manipolazione 

Due commissioni d'inchiesta britanniche sulle origini della guerra in Iraq, hanno svelato le tecniche impiegate dagli spin doctors di Tony Blair per attuare una e vera e propria manipolazione dell'opinione pubblica. Queste tecniche riuscirono a convincere l'opinione pubblica a mobilitarsi contro il presunto possesso di armi di distruzione di massa, la cosiddetta pistola fumante, da parte di Saddam Hussein nel 2003, fino a portare l'ingresso in guerra contro l'Iraq a fianco degli USA. Le armi non c'erano, il petrolio sì.  




Da Freud ad Hitler 
Passando per tabacco e pancetta

Edward Bernays, valutando l'importanza dell'inconscio in quanto nipote di Sigmund Freud, nel 1928 pubblicò “L'ingegneria del consenso”, nel quale analizzava la figura dello spin doctor. Difese l'industria del tabacco nel 1929 e lanciò nel cinema l'ideale della donna fumatrice emancipata, creandolo a tavolino per spingere le donne a fumare. Inoltre lanciò la colazione fatta con uova e pancetta, ancora oggi un classico americano, per spingere le vendite del bacon statunitense. Bernays sviluppò e affinò la tecnica detta "della terza parte", che prevede di rilasciare notizie prodotte da enti/personalità estranee (in apparenza) alla campagna in corso, ma in realtà sapientemente "istruite" su cosa devono dire. Goebbels, ministro della propaganda di Hitler applicò alla lettera le sue teorie per creare consenso popolare attorno al regime nazista.




Social network e “compari”
La nuova frontiera del marketing politico è quella dei social network dove i candidati hanno cominciato ad investire cifre importanti. è bene saperlo: i commenti favorevoli ad un candidato o ad un lista possono essere fasulli se non conoscete personalmente da chi arrivano. Ci sono società che si occupano di creare consenso con la tecnica del 'compare' come nel gioco delle tre carte. Una persona 'il compare' crea 100 diversi profili come fossero persone reali che intervengono nei forum e nelle discussioni di politica. I compari possono essere anche alcune decine apparendo come fossero migliaia di persone reali. E possono anche dire cose negative solo per incanalare il dissenso verso motivazioni poco forti. In ogni caso più che marketing è una vera e propria truffa che sarebbe da perseguire legalmente. è un gioco capace di minare la credibilità di quei politici che ricorrono a tali bassezze, ma vergogna doc'è il tuo rossore?  


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