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Noi costruimmo la Germania

Negli anni '50 i primi flussi migratori

Gio 23 Apr 2009 | di Serena Marchionni da Monaco | Germania

Tutto è cominciato tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’60, una massa enorme di italiani, soprattutto dal sud e dalle isole lascia la propria casa con una valigia di cartone, il necessario per la sopravvivenza e un solo pensiero dominante: quello di fare fortuna altrove, o per lo meno di migliorare le proprie condizioni di vita. I più partono con i treni o stipati negli autobus, alcuni soli, nella quasi totalità dei casi, uomini, ragazzi; altri si trasferiscono con tutta la famiglia, perché convinti che comunque anche l’ignoto sarà sempre meglio del presente. Ecco il grande flusso migratorio di italiani che si trasferisce in Germania, considerata una vera potenza economica in pieno sviluppo con una fortissima richiesta di manovalanza. Un mare di calabresi, di siciliani, di pugliesi, di sardi, di campani si riversa nei ricchi Länder tedeschi: Monaco, Colonia, Amburgo, Francoforte, ospitano dagli anni ’60 in poi veri e propri insediamenti di italiani.

IL COSTO DEGLI OPERAI
Nella Germania di allora un operaio italiano costava agli imprenditori circa 50 marchi e veniva impiegato soprattutto nella manodopera nelle grandi fabbriche: lavori poco qualificati, in certi casi massacranti, come quelli delle miniere, ma che consentivano ai nostri emigranti di poter vivere, mantenere le proprie famiglie, inviare denaro in Italia.
La massa operaia di italiani, greci, spagnoli, turchi degli anni ’60 ha fortemente contribuito a rendere la Germania la potenza economica che è oggi. Le condizioni di vita degli immigrati erano, però, tutt’altro che confortevoli. Abituati a sacrifici e privazioni di ogni tipo, trascorrevano la vita lavorando. L’intera esistenza si concentrava nella maggior parte dei casi nella fabbrica. Antonio, un ex emigrante calabrese in pensione, spiega: «Quando sono arrivato ero un ragazzino, mi aspettavo di vivere una bella avventura e invece mi sono subito imbattuto in una realtà dura. Il lavoro, quello si trovava subito, era pieno di fabbriche dovunque e noi italiani costavamo poco ai tedeschi, anche se ci guardavano con sospetto perché dicevano che eravamo pigri come gli jugoslavi. Io ero venuto solo con mio fratello, io avevo 17 anni e lui 15, c’era un nostro zio che era venuto da un anno e ci aveva fatto arrivare dalla Calabria».

ATTESE DISILLUSE
Le aspettative sono diverse da quelle immaginate, nella maggior parte dei casi gli operai emigranti vivevano in grandi dormitori nelle periferie industriali, in mezzo a ogni genere di disagi: un po’ come gli immigrati che vivono oggi da noi in Italia. «Il pensiero che ci faceva andare avanti – continua Antonio – erano le nostre famiglie, i ricordi belli dell’Italia, la voglia di riscatto, di avere un po’ di soldi propri, ma la vita era dura assai: tanto lavoro, solitudine, la lingua difficile, ‘dura’, il freddo, la puzza delle fabbriche, il cibo scarso, il cielo grigio; comunque poi sono venute anche le soddisfazioni». Il frutto del lavoro viene inviato alle famiglie, oppure serve a ricongiungerle, molti si sposano, nascono le seconde generazioni di immigrati. Alcuni riescono a mettersi in proprio, favoriti dall’apertura dello stato tedesco e nasce così la rinomata tradizione culinaria italiana che ancora oggi risulta essere il comparto più redditizio per gli italiani all’estero nel mondo. Le nostre pizzerie, i ristoranti, le gelaterie, alimentano un continuo ricambio occupazionale di tanti ragazzi che ancora oggi emigrano, anche solo magari per l’estate e si fanno la stagione nei locali dei connazionali.    


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