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Mi metto in proprio

Se il 34% l’ha fatto per ritrovare lavoro, più della metà ha fiducia nelle proprie capacità e volontà di affermazione

Mar 26 Apr 2011 | di Maurizio Targa | Attualità

Ha tra i 31 e i 40 anni, è maschio e diplomato. In più della metà dei casi è convinto di poter contare sulle proprie capacità e sull’esperienza già acquisita per fare il grande “salto”, affrontando il rischio di aprire un’impresa, lasciando magari un lavoro che non lo soddisfa. Ma un altro terzo dei neoimprenditori è stato indotto a “buttarsi” perché ha perso o ha difficoltà a trovare un lavoro dipendente. Questo il profilo dei capitani d’impresa del 2010, ovvero di coloro che lo scorso anno hanno deciso di fondare da titolari o da soci di maggioranza una nuova azienda, rischiando in prima persona ed investendo le proprie risorse economiche. Ma cosa li ha spinti a “scendere in campo”? Le difficoltà a trovare un lavoro dipendente o l’instabilità di un precedente contesto occupazionale ovviamente hanno avuto il loro peso, ma al contrario di quanto si potrebbe supporre sono state la motivazione principale (e un po’ forzata) solo per il 34% dei neo titolari d’azienda. Per i più, è stata una scelta precisa e consapevole.

L’identikit del neoimprenditore
Delle oltre 230mila nuove iscrizioni al registro imprese nel 2010 - secondo l'elaborazione della Camera di commercio di Monza e Brianza per Il Sole 24 Ore -, una su quattro (24,4%) è guidata da un under 30, tendenza in crescita rispetto al 2009 quando i titolari dai 29 anni in giù erano appena uno su cinque. Se poi si allarga la classe fino ai 39 anni, la fotografia dei novelli imprenditori tratteggia il dominio assoluto delle nuove leve: circa il 65% di chi ha deciso di mettersi in proprio ha meno di 40 anni, il 3% in più rispetto all'anno precedente. La quota più considerevole, in termini di età, è costituita dai 31-40enni, che costituiscono la fetta più consistente dei fondatori di una “vera” nuova impresa nel 2010 (41,3%), il 24,6% una persona di 41-50 anni e solo il 9,7% (meno male, aggiungiamo noi) dei neoimprenditori è un over 50.

Donne in minoranza
L’iniziativa delle donne resta purtroppo minoritaria, visto che solo il 26,6% delle nuove aziende è riconducibile al gentil sesso a fronte di un 73,4% legato all’iniziativa di uomini.

Diplomati e laureati
La grande maggioranza ha un titolo di studio elevato: quasi il 45% è in possesso di un diploma di scuola superiore e oltre il 17% della laurea. Circa il 16% ha invece una qualifica professionale, mentre un 22,5% non va oltre la scuola dell’obbligo. Per quanto riguarda il sesso, nell’edilizia il 90% circa dei neoimprenditori è di genere maschile, per lo più con un titolo di studi inferiore al diploma. Il settore con la quota maggiore di neoimprenditori laureati è invece quello dei servizi alle imprese (circa un terzo del totale).

Al Sud boom di giovani capitani
Nella hit parade delle regioni per l'avvio di attività imprenditoriali troviamo la Lombardia, seguita da Emilia Romagna, Veneto, Umbria e la Provincia autonoma di Trento. Al Sud la voglia di "fare impresa" non manca, ma le condizioni sì. Così si spiega la maglia nera assegnata alla Sicilia, seguita a breve distanza da Campania, Calabria, Sardegna e Molise. I motivi? Scarsità di infrastrutture, gap competitivi "in avvio" e mancanza di capitale privato che voglia investire con possibilità quasi nulle di crescere e internazionalizzarsi. Ma nonostante i numeri assoluti, è il Mezzogiorno che nel 2010 fa registrare la crescita percentuale più consistente del numero di artigiani: +8,9%. Segue il Nord Ovest dove la crescita è stata del 6,6%, chiudono il Centro ed il Nord - Est, con più modesti 2,9% e 1,8%. La Puglia, nell'elenco degli imprenditori con meno di 40 anni, è passata da 30.929 "giovani capitani" del 2009 ai 33.176 del 2010 (+ 2.247), con una variazione percentuale del 7,3%, in Sardegna del 3, in Sicilia dell'11, in Campania del 10,3% e in Calabria del 19.

Meglio le imprese in rosa
Utilizzando i dati Unioncamere sulla base del Registro delle imprese delle Camere di commercio, si evidenza come le imprese femminili si siano comportate in maniera nettamente migliore di quelle maschili. Nei dodici mesi scorsi le prime sono infatti cresciute del 2,1% (pari ad un saldo di 29.040 aziende) a fronte di una crescita negativa (-0,4%) di quelle maschili che hanno perso, nello stesso periodo, 17.072 unità. Tra le imprese guidate da donne, i saldi maggiori si registrano nel Lazio (+6.638), in Lombardia (5.310) e in Campania (3.248). Mentre, a livello settoriale, i progressi maggiori si registrano nelle attività dei servizi di alloggio e ristorazione (+4.346 il saldo del periodo), del commercio (+4.129) e delle costruzioni (+4.016). Tra le donne emerga la preferenza per forme giuridiche “collettive” rispetto all’impresa individuale, anche se quest'ultima rimane comunque la prevalente per entrambi i sessi. Si rileva che sempre più donne tendono ad occupare nuovi terreni, oltre ai settori sociali e sanitari, mettendosi alla prova in attività più orientate al mercato come i servizi alle imprese (dove il tasso di femminilizzazione ha raggiunto il 31,6%), superando quello di un settore a tradizionale presenza femminile come l'agricoltura (29,2%). Tra le regioni, quella che ospita il maggior numero di imprese femminili è la Lombardia, con 191.944 aziende, seguita dalla Campania (148.803 imprese), dal Lazio (140.225) e dal Piemonte (111.705), mentre in percentuale la palma di regione a più alto tasso di femminilizzazione va al Molise dove sono rosa il 30,2% delle aziende. Seguono la Basilicata (27,9%) e l'Abruzzo (27,7%).

A volte è una necessità, ma…
La scelta di mettersi in proprio deriva dalla volontà di assumere su di sé il rischio d’impresa e di (ri)mettersi in gioco. Per quasi il 27% dei neoimprenditori prevalgono fattori come l’esperienza acquisita, la consapevolezza delle proprie capacità e la convinzione di avere una idea di business innovativa. Un ulteriore 25% di persone mostra di buttarsi a causa dell’insoddisfazione per l’attività svolta e del desiderio di affermarsi personalmente e professionalmente.

Le banche non aiutano
Il 55% dei fondatori d’azienda ha utilizzato esclusivamente mezzi propri per dar vita a nuove aziende; marginale il ricorso ad incentivi di varia natura (6,2% dei neocapitani). Oltre al proprio denaro, utilizzato, nel complesso dal 90% circa dei neo-imprenditori, la nuova attività viene realizzata grazie ai prestiti di amici e parenti (19,5%) o a quelli bancari (21,1%). Ma per questi ultimi si tratta di cifre in generale molto contenute per la scarsa propensione degli Istituti a concedere credito a chi non disponga di garanzie ben più ampie di quanto chieda in conto finanziamento. Nella maggior parte dei casi lo strumento del micro-credito potrebbe ulteriormente favorire lo start-up di nuove realtà, ma il sistema bancario italiano è estremamente sordo da questo orecchio. E, ad un anno dal via, oltre il 90% delle neonate aziende è saldamente in piedi e 9 neoimprenditori su 10 dichiarano orgogliosamente che “non tornerebbero indietro”.

 































NUMERO E TIPO DI OCCUPATI

Al quarto trimestre 2010

TOTALE OCCUPATI 22.935.000

INDIPENDENTI 5.645.000

DIPENDENTI 17.290.000

Di cui:

a Tempo Determinato 2.285.000

a Tempo Parziale 2.803.000

(Fonte Tabelle dell’Ultimo Documento di economia e finanza)
 



L’ANDAMENTO DELL’OCCUPAZIONE

Variazione media occupati 2010-2009

Occupati DIPENDENTI  -167.000

Di cui a Tempo Determinato +29.000

Di cui a Tempo Parziale +130.000

Occupati INDIPENDENTI +5.000

Tasso di disoccupazione +0,6%

(Fonte Tabelle dell’Ultimo Documento di economia e finanza)

 


DELINQUENTI? PIUTTOSTO IMPRENDITORI!
L’impresa è sempre più multietnica. Secondo la Camera di Commercio di Milano, le imprese controllate dagli stranieri sono aumentate del 200,7% nell’ultimo decennio, e dal 2000 sono nate 140mila aziende “forestiere” al ritmo di 20mila l'anno. In Sardegna, Sicilia e Calabria, gli immigrati hanno uguagliato il tasso di imprenditorialità degli italiani. A livello provinciale, Milano e Roma sono le protagoniste dell'imprenditoria straniera rispettivamente con 17.297 e 15.490 nuove imprese. Per quanto riguarda i settori, l'industria, vanta oltre 83mila attività, pari al 50,6% di imprese immigrate, i servizi 77.515 (il 46,9% del totale), il commercio oltre 57mila, ovvero il 35%. Nell'ambito dell'industria i comparti più gettonati sono quello edile, dove si sono affermati gli est-europei, e quelli del tessile, dell'abbigliamento e delle calzature dove impazzano i cinesi. Nel settore dei servizi la comunità marocchina è fortemente presente, ma si fanno sentire anche gli ex-jugoslavi, gli egiziani, i bangladesi ed i tunisini. Pochi coloro che hanno deciso di cimentarsi nel settore agricolo.

 

 

Noi precari per scelta

Imprenditori di noi stessi per avere maggiore libertà e guadagni


Quando ho deciso di rinunciare ad un contratto a tempo indeterminato, chi mi stava vicino ha pensato che fossi pazza. Ma, camminando nel mondo, ho scoperto che ci sono tante persone come me che hanno voglia di mettersi in gioco, di muoversi in direzioni diverse, di non percorrere strade già conosciute e, soprattutto, non timbrare il cartellino! Ho cominciato i miei studi pensando che da grande avrei fatto la professoressa di latino e greco (professione che ho esercitato per un certo periodo per mantenermi agli studi), pur coltivando il sogno segreto di scrivere. E, appena ne ho avuta l'occasione, mi sono messa a disposizione di un giornale locale, accettando di non essere pagata pur di respirare l'aria di una Redazione. E così è cominciata questa avventura: da un articolo su una sagra del carciofo! Forse qualcuno di voi sorriderà, qualcun altro penserà che mai e poi mai scriverà di questi argomenti e che si vorrebbe occupare solo di cultura e spettacoli. Ma io non ho desistito. In fondo, solo il fatto di poter scrivere era già una grande soddisfazione e, poi, da qualcosa bisogna pur sempre cominciare per imparare. Come promesso, con l'impegno e la perseveranza, sono arrivati gli articoli sulla pace e la guerra, che mi hanno permesso di dar voce a ciò che sentivo e a ciò in cui credevo. E l'idea di insegnare, piano piano, è andata scomparendo, nonostante i tentativi familiari di dissuadermi da questa strada impervia e insicura e nonostante le richieste di supplenze scolastiche che arrivavano quotidianamente a casa! Ho resistito ad ogni pressione esterna e alla chimera del "posto fisso" per non tradire me stessa. Ed eccomi arrivare a lavorare per un quindicinale e poi per un mensile (questo che leggete!). La regola principale? Essere disposti a lavorare senza sosta, essere pronto a scommettere continuamente sulle proprie capacità e non tirarsi indietro di fronte a nuove avventure professionali. Non credo a chi dice che il lavoro non esiste. Dò ragione a chi dice che il posto fisso, i contratti a tempo indeterminato non esistono più! è finita l’epoca delle ferie pagate e del diritto alla malattia. Oggi è diventato difficile anche avere una influenza... Siamo noi che dobbiamo inventarci il lavoro. Dobbiamo metterci in gioco e diventare imprenditori di noi stessi, capire che alcune esperienze possono essere occasioni di crescita. E, soprattutto, abituatevi ad avere più datori di lavoro! Se un lavoro finisce, poi, dipenderà da voi creare le occasioni giuste per averne degli altri. L'atteggiamento verso la vita è determinante. Se ci crediamo veramente, non avremo mai difficoltà... E, male che va, torno a fare la professoressa!
Angela Iantosca

Non c'è lavoro. Serve la raccomandazione anche per un posto da bracciante nei campi. Se non ti presenta “l'amico di” non sei nessuno. Sono le scuse che si raccontano gran parte dei giovani italiani, senza distinzione di provenienza. Si laureano e pensano che un posto di lavoro gli sia dovuto. Cameriere? “No, il sabato sera voglio essere libero. E poi sono laureato...”. E poi passano interi mesi a spasso, “perché non c'è lavoro”. Eppure il lavoro c'è. Se si vuole e se ci si accontenta. Altrimenti, bisogna inventarselo. Come ho fatto io. Che cosa faccio? Il giornalista. Precario. Nel senso che porto a casa uno stipendio decente, ma se dovessi avere bisogno anche di 1000 euro di prestito dalla banca, non avrei garanzie da presentare. Sono un precario convinto: mi hanno proposto un tempo indeterminato e ho detto ‘No’. Scelgo la libertà di accettare o rifiutare un lavoro, scelgo di vivere l'apertura mentale e di evitare le costrizioni. Scelgo di non essere schiavo dell'idea del posto fisso, quella che ancora troppi inseguono. Quel posto fisso che ormai è una illusione. A meno che tu non sia uno statale, ma questo è un altro discorso. La mia giornata? Sveglia alle sei, alle sette nella prima redazione di un quindicinale locale a scaricare la posta elettronica. Contratto di collaborazione, se si stancano di me possono farmi fuori quando vogliono. Poi rassegna stampa in una tv locale. Vale il discorso di prima. Alle 9.30 già sono al terzo lavoro: ufficio stampa in un piccolo Comune. Lavoro che non mi ha trovato nessuno: me lo sono cercato ed ho insistito. Non un lavoro fisso: se disgraziatamente il Sindaco si dimette, io sono a spasso. Alle 15 di nuovo nella prima redazione, quella in cui ero stato alle 7. Lì, nel frattempo, scrivo anche per un quotidiano. Sono un Co.Co.Co.: questi contratti non esistono più, eppure io ce l'ho ancora. Meglio non farsi troppe domande. Se tutto va bene, sono a casa per le 20. E questo succede dal lunedì al sabato. A volte anche la domenica. Il mio lavoro da precario non lo cambierei con nessun altro mestiere al mondo. Non conosco uno, dico uno, con un lavoro fisso, quello che se hai il raffreddore te ne rimani a casa una settimana, alienato dal dover timbrare il cartellino e rispettare gli orari di entrata e di uscita senza sgarrare di mezzo secondo. E chissenefrega se qualcuno giudica un precario “non abbastanza uomo” da poter garantire alla propria donna la certezza di uno stipendio che sia sempre lo stesso per i prossimi trent'anni. Io un lavoro così non lo voglio. E come me, tanti altri ragazzi non inseguono il posto fisso. Perché sanno che, se le cose vanno bene, ci si passano 35 anni della propria vita (sempre che non innalzino l'età pensionabile), ma se vanno male ti possono licenziare nonostante il tuo bel contratto a tempo indeterminatissimo e blindatissimo ed i sindacati che fanno le barricate. Io scelgo di essere felice, di gestirmi il mio tempo. Allora: chi è più uomo?
Stefano Cortelletti


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