acquaesapone Interviste Esclusive
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Jeremy Irons: classe pura

Essere liberi dalla schiavitù del denaro è la vera libertà

Lun 23 Mag 2011 | di Manlio Dolinar | Interviste Esclusive
Foto di 9

Un golf normalissimo, una camicia bianca, pantaloni comodi. è più che casual Jeremy Irons, eppure sembra vestito di tutto punto. Quando lo incontriamo, in un albergo berlinese, appare elegante come la sera prima al Palazzo del Cinema di Potsdamer Platz, quando ha calcato il red carpet in uno smoking impeccabile. Classe pura. Lo incontriamo per un film che in Italia presumibilmente vedremo solo in autunno, “Margin Call”. Un thriller finanziario sul giorno, sul luogo dove è esplosa la crisi finanziaria del 2008. Un modo romanzato per racchiudere in pochi uffici e in grandi attori (tra gli altri anche Kevin Spacey) il crollo della civiltà moderna.

“Margin Call” è una scelta fuori dai suoi schemi. Cosa l'ha attratta del progetto?
«Intanto credo e cerco di non avere schemi. Mi ha molto attratto il fatto che fosse un progetto indipendente e rigoroso, ho letto lo script e mi ha coinvolto subito. Proprio perché non c'è retorica, si racconta una storia moderna, importante, fatta di personalità forti, di decisioni importanti e spesso sbagliate, trattando di molti temi centrali in questo pianeta dominato dalla finanza. E inoltre è interessante perché il personaggio interpretato da Kevin Spacey e il mio vengono da una generazione, la nostra, che ha dovuto fare molte scelte e spesso sbagliate. E forse è il caso di fermarsi, di sottrarsi al ritmo frenetico di cui siamo schiavi, e ricominciare. Riflettendo su quello che è successo in passato».

È la finanza, creativa e non, quindi, ad essere il male assoluto del mondo? Il fascino del denaro non l'ha mai sedotto?
«Sono stato sedotto spesso nella mia vita, ma devo confessare di non interessarmi molto alla finanza, di non crederci molto. Non investo in titoli di borsa, preferisco l'edilizia. Detto questo, è affascinante capirla, entrarvi dentro perché ormai è lì che si gioca tutto. Lì si dipanano le trame politiche, lì che il mondo capisce quali saranno le sue strade future. Tutto il potere è lì, inutile nasconderlo. Ma non è lì che sta il male, quello lo portiamo noi».

 

 

 

L'immoralità non va cercata nello strumento, ma in chi lo usa?
«La moralità sembra essere, nelle banche e nell'industria, tutta fondata sul giocare duro, massimizzare il guadagno e dividere i profitti tra gli azionisti privilegiati. D'altronde abbiamo introiettato una logica sbagliata per cui dovremmo crescere ogni anno del 3%. E questo indirizzo parte dagli Stati. E così i cittadini diventano consumatori che provocano la crescita o il calo del progresso. Il punto è che in questo processo ci sono milioni di vittime, che non traggono alcun beneficio dalla nostra crescita, ma solo danni, vedi il Terzo Mondo. E in questa logica abbiamo creato quest'abitudine perversa delle carte di credito che di fatto son solo carte di debito, o dei prestiti. Creare bisogni e poi debiti per alimentare il consumo e fa sì che i più deboli rimangano schiacciati dagli stessi. Ecco, questa è l'immoralità, o meglio l'amoralità del business. Un cinismo materialista che ha pervaso molti dei nostri comportamenti. Ma non è colpa della finanza, è nostra la responsabilità, di chi ha scelto questa direzione, della società che gli ha dato questa centralità».

Lei come fa a sottrarsi a questa logica?
«Io sono un uomo molto fortunato. Ora ho abbastanza per vivere bene con le persone a cui tengo di più, e posso farlo per aver guadagnato bene in 30 anni, giorno dopo giorno. In maniera onesta e non eccessiva. Forse l'arte ti aiuta anche in questo ma, devi credermi, non sono mai stato molto interessato al denaro. Ed essere liberi da questa schiavitù è la vera libertà. Quella di scegliere l'edilizia non è solo una “strategia” economica: amo le case, i palazzi, perché sono tangibili, reali, non sono carte figlie di altre carte. Non conosciamo più il concetto dell'“abbastanza”, ma solo del “di più”, dell'avidità. La verità è che i soldi, è una banalità, sono importanti solo per chi non li ha».

Come si può risolvere la situazione? Come si potrebbe uscire da questo labirinto?
«Quello che noi dobbiamo cambiare è il Sistema. Le persone, con le loro debolezze, ne vengono risucchiate e condizionate. La vita di una persona è ostaggio di troppe variabili, spesso si è costretti a fare certe scelte. Vanno cambiate le regole, la prospettiva. Vale anche per il cinema, per il teatro, per l'arte, nessuno si senta escluso. Ecco perché il mio personaggio ha una scena drammatica con il suo cane morente: volevamo che risultasse umano, non un cattivo tout court. Volevamo che gli spettatori capissero che è una persona normale corrotta dal sistema in cui è inserito e che “deve” portare avanti. Non siamo soli in questo mondo, siamo connessi tutti con gli altri. Ma l'errore è che agiamo come se esistessimo solo noi».

Curioso che a dirlo sia un attore. Di solito siete proprio voi ad essere i più egocentrici!
«Vero, ma io penso ad altro, oltre al guadagno e al successo. Magari può sembrare snob. Penso alla soddisfazione che provo nel fare il mio lavoro e nel farlo bene, a rispettare il pubblico che mi vede al cinema, al teatro. Penso alle persone che mi sono vicine, perché mi sentano sempre al loro fianco. Dobbiamo rimettere al centro di tutto noi, le relazioni personali, i valori. E non quelli intesi nella retorica comune, ma quelle regole di convivenza umana e morale che ci fanno stare bene. Viviamo in un posto in cui tutti ragionano in termini di profitto e nessuno in termine di benessere. Quello reale, non quello materiale».

È

 una regola che segue anche sul lavoro?
«Le mie scelte artistiche avvengono in base a questo. Onestamente non prendo una sceneggiatura in mano pesandola e pensando a quanto mi potrebbe far guadagnare o a quanti biglietti farà vendere. La leggo a fondo, cerco di capire se può dare qualcosa d'importante a me e a chi godrà dei suoi frutti. E se mi dà una sensazione speciale, allora cerco di interpretarla al mio meglio».
 

 

 

MUSICISTA MANCATO
Comincia tentando invano la via della musica. Si iscrive alla Old Vic Theatre School di Bristol. Nel 1972 si trasferisce a Londra e si fa notare nel musical “Godspell”. Inizia ad avere ruoli televisivi. Dalla seconda metà degli anni Ottanta è un susseguirsi di successi fino ad arrivare al 1991 quando vince l'Oscar, il Golden Globe e il David di Donatello come miglior attore per “Il mistero Von Bulow”. Tra gli innumerevoli film da lui interpretati da segnalare “La casa degli spiriti”, “Il mercante di Venezia”, “Mission”, “Die Hard”, “Appaloosa”, “Lolita”, “La maschera di ferro”, “Io ballo da sola”, “Callas Forever”...


Condividi su:
Galleria Immagini