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Simone Cristicchi: sono un cercatore di tesori

Ha cantato l’amore tra due matti, Biagio Antonacci, Carla Bruni e Sarkozy e ora suo nonno Rinaldo

Lun 23 Mag 2011 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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Il suo aspetto è inconfondibile ed è difficile che passi inosservato: la capigliatura informe, gli occhialoni neri che contrastano con un atteggiamento riflessivo e pacato. Ma Simone Cristicchi sarebbe inconfondibile anche senza quel suo aspetto eccentrico, ma per ciò che dice, per quel suo modo “strano” di comunicare: ci parla di matti, soldati, minatori e persone al margine e poi di una studentessa universitaria di periferia e poi di Biagio Antonacci, Carla Bruni e Sarkozy! Da qualche mese, dopo la musica, i video, i libri, sta portando in scena un monologo, “Li Romani in Russia” di Elia Marcelli. Un testo che racconta la tragica Campagna di Russia del 1941-43. Lo spettacolo ha debuttato lo scorso novembre per la regia di Alessandro Benvenuti.

Cosa ti ha spinto a portarlo in scena?
«Ho sempre sognato di intrattenere il pubblico completamente da solo. Il monologo è una delle cose più difficili che un attore può realizzare. Io non sono neanche un attore...».

Perché ti sei voluto occupare della campagna italiana in Russia?
«Quando ho scovato questo poema, l’ho trovato meraviglioso: un poema in ottave, scritto in romanesco, che racconta quella campagna da un punto di vista inedito, quello dei romani e non degli alpini. L’ho scelto anche perché mio nonno Rinaldo fu uno dei pochi reduci romani a tornare».

Prima dei soldati italiani, avevi parlato di minatori, prima ancora di igiene mentale: cosa ti porta a voler frequentare questi campi così difficili?
«Sinceramente è la curiosità che mi spinge a fare tutto, anche al di là della musica. Mi piace far riemergere le storie nascoste, che grazie ad uno spettacolo ritrovano luce. Sono un cercatore di tesori nascosti, se ho un pubblico che è disposto a seguirmi in questi deragliamenti dagli iter di un cantautore “normale”, mi sento autorizzato a continuare».

Dove nasce questa attenzione per l’inedito?
«L’elemento scatenante probabilmente è stato l’incontro con Jacovitti, che raccontava la realtà in modo grottesco, pungente, ironico, era una voce fuori dal coro. è stato lui a spingermi a trovare un modo di essere al mondo e a fare questo mestiere e soprattutto ad essere coerente con quello che si è. Ho poi una naturale voglia di preservare la memoria, che è molto presente in tutti i miei lavori: voglio raccontare quelle facce che non hanno nomi, che sono stati dimenticati, raccontare qualcosa di più grande, anche una istituzione violenta come quella del manicomio».

Perché pensi che la follia sia così ‘temuta’?
«Perché è poco conosciuta, è un argomento tabù. L’Italia ha fatto grandi passi in avanti rispetto agli altri Paesi, perché nel 2008 ha chiuso, con la legge 180, i manicomi. E non si parla dei matti, perché si ha paura del diverso, è visto come un incubo, come qualcosa di scomodo. Nel momento in cui ho trovato una chiave di lettura giusta, attraverso il documentario, il libro, la canzone, ho capito che i giovani avrebbero potuto capire e per questo ho deciso di dar voce ai matti».

Come ti ha cambiato cominciare a frequentare i manicomi poco più che adolescente?
«Mi ha cambiato perché mi ha fatto capire che esistono dei mondi paralleli, non mondi fantasy o favole, sono mondi che camminano accanto a noi. Anche lì la mia curiosità mi ha spinto a cercare di comprendere, mettermi in relazione, cercare una chiave per entrare in contatto con loro: l’incomunicabilità e la paura di non riuscire a comprendere rappresentano il grande muro. Ho capito che anche uno sguardo poteva avere la profondità di un discorso intero, basta mettere da parte le proprie certezze, i castelli che ci creiamo tramite l’educazione, le convenzioni sociali, le religioni. Stare davanti ad un matto è come essere nudo».

Da bambino sei vissuto e cresciuto a Roma: cosa immaginavi per il tuo futuro?
«I miei nonni sono di Trastevere, io invece sono cresciuto nel quartiere Appio… Ricordo che da piccolo volevo fare l’archeologo, quindi diciamo che volevo sempre cercare tesori. Poi il fumettista, sono sempre stato molto portato per il disegno, per la creazione di storie, prima su un foglio di carta e poi su un pentagramma… Da piccolo mi creavo un mondo fantastico: invece di comprare i fumetti, me li disegnavo da solo!».

Quale tema vorresti ora approfondire?
«Vorrei approfondire la tematica della donna, partendo dall’Inquisizione medievale sino ai giorni nostri, vorrei analizzare tutto ciò che ha attraversato la popolazione femminile, dai secoli bui all’età contemporanea, che qualcuno definisce il nuovo Medioevo. In realtà voglio realizzare uno spettacolo da ridere. Mi piace sempre bilanciare l’impegno con il disimpegno, anche perché io sono così. Nei miei album si piange, si riflette, ci si commuove, si ride: sono dei frullati».

 

SPOSATO E CON FIGLIO
Secondo di tre figli, si appassiona ai fumetti e coltiva il suo talento con il fumettista Jacovitti. Cantautore, scrittore, autore ed interprete di monologhi, la svolta arriva nel 2005, con “Vorrei cantare come Biagio”. Nel 2006 partecipa al Festival di Sanremo con il brano “Che bella gente”, classificandosi al 2° posto nella categoria Giovani. Nel marzo 2007 vince il Festival, categoria Campioni, con “Ti regalerò una rosa”. Nel 2007 pubblica il libro “Centro di igiene mentale - Un cantastorie tra i matti”. Nel 2009 parte il tour "Canti di miniera, d'amore, vino e anarchia". Partecipa a Sanremo 2010 con “Meno male”. Canta nell'ultimo disco di Claudio Baglioni "Q.P.G.A.", con “Nuvole e sogni”. Il brano "Genova Brucia" ispirato ai fatti del G8 2001 ha vinto il premio Amnesty 2011 indetto da Amnesty International. Sposato con Sara, ha un figlio, Tommaso nato nel 2008.  


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