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Libertà di informazione

Nell’era della guerra al terrorismo

Mar 31 Mag 2011 | di Manuela Senatore | New York

Era il 1943 e ci vollero sette mesi prima che la rivista LIFE riuscisse a pubblicare una fotografia in cui i soldati americani apparivano morti sulla sabbia di Buna Beach (in Nuova Guinea), invece che in una bara o coperti dalla bandiera a stelle e strisce. Alla fine il presidente Roosevelt diede il consenso alla pubblicazione per spronare i suoi compatrioti che stavano diventando insensibili alla guerra. Ora invece la Casa Bianca rifiuta di rilasciare le foto del cadavere di Osama Bin Laden per evitare di incitare violenza e fomentare la propaganda antiamericana. Una ragione che non sembra sufficiente ad alcuni media americani: l’agenzia di stampa Associated Press ha perfino presentato un ricorso. Difficilmente l’avrà vinta, ma per i media si tratta soprattutto di difendere un principio: quello della libertà di stampa. Quanto alle foto, si dice che prima o poi appariranno; ma questa è un’altra storia.

Valore basilare ma con dei limiti
Considerate valori basilari della democrazia americana, la libertà di parola e quella d’informazione sono sancite dal Bill of Rights, che contiene i dieci emendamenti alla Costituzione statunitense. Gli emendamenti pongono limiti al potere del governo federale e proteggono i diritti naturali dei cittadini, come la libertà di religione, di parola, di stampa, di assemblea, di associazione, di proprietà e anche quella di detenere armi. Ma c’è un limite alla libertà di parola: non sono ammesse la diffamazione, le intimidazioni e le false notizie, la pornografia minorile e le oscenità e, soprattutto, sono bandite le informazioni che mettono in pericolo la sicurezza nazionale.

Sicurezza nazionale innanzi tutto
Ogni volta che il diritto all’informazione coinvolge interessi contrapposti se ne ridiscute il valore e la posta in gioco. Uno dei dibattiti più infuocati si è acceso a fine 2010 quando il sito Wikileaks ha deciso di pubblicare migliaia di documenti segreti (o riservati) della diplomazia americana. La reazione delle istituzioni fu quella di tamponare il danno, ma furono soprattutto i privati a boicottare Wikileaks. Amazon cessò di ospitare il sito sul proprio server; Bank of America cessò di gestirne i pagamenti; Visa, Mastercard e PayPal interruppero tutte le transazioni finanziarie con il sito. Fu un momento difficile per l’Amministrazione democratica, che ha sempre difeso la libera informazione su Internet come un mezzo a disposizione dei cittadini per conoscere le azioni dei loro governi. Solo che questa volta le notizie riguardavano il governo americano e la sua diplomazia, rappresentandola non sempre nella luce migliore. Nel dibattito che seguì, alcuni giustificarono le azioni di Wikileaks con la necessità di diffondere informazioni di pubblico interesse. Altri accusarono il sito d’irresponsabilità, per aver messo in pericolo la sicurezza nazionale e quella di tante persone citate nei documenti. I più conservatori iniziarono una vera e propria crociata contro l’editore e portavoce di Wikileaks, Julian Assange, paragonandolo a un terrorista.

Tra i giudizi contrastanti, la domanda che conta è se questa vicenda controversa avrà conseguenze positive per la libertà d’informazione, aumentando la trasparenza dei documenti di pubblico interesse o se invece porterà solo più controlli e censure su Internet.

Guerra al terrorismo e difesa dei diritti civili
La libertà d’informazione e di parola non sono l’unico diritto difeso dal preambolo della Costituzione statunitense. Altri diritti sono spesso al centro del dibattito pubblico e oggetto di varia interpretazione a seconda che siano valutati da un punto di vista conservatore o liberale. Gli osservatori progressisti – il regista Michael Moore è uno tra i più famosi – lamentano spesso che la guerra al terrorismo ha ridotto la tutela dei diritti civili in America. Una stretta minoranza si domanda se sia lecito l’uso della tortura per ottenere informazioni di utilità nazionale, o se sarebbe stato meglio catturare Osama Bin Laden e processarlo, se davvero era disarmato. Con buona pace della minoranza, l’80% degli americani si è però detto in favore dell’uccisione, secondo un sondaggio della NBC, e a dieci anni dall’11 settembre, il simbolo più controverso della guerra al terrorismo, la prigione di Guantanamo Bay, è ancora aperta.

 


Libertà di parola anche quando offende
Altro episodio recente in cui è stata coinvolta la libertà di opinione è il caso Snyder contro Phelps. Il pastore Fred Waldron Phelps è il fondatore della chiesa battista di Westboro, in Kansas. Lui e il suo gruppo hanno idee particolari (credono ad esempio che l’11 Settembre sia stata una punizione del Signore), e hanno l’abitudine di presentarsi ai funerali dei soldati morti in guerra urlando insulti e imbracciando cartelli offensivi (letteralmente recitano “Dio sia lodato per i soldati morti”). Albert Snyder, il padre di un soldato caduto in Iraq nel 2006, ebbe questi indesiderati ospiti al funerale del figlio e decise di denunciare Phelps per invasione della privacy e danni morali.
Eppure, la Corte Suprema gli ha dato torto all’ultimo grado del processo, con una sentenza che difende il diritto della setta di Phelps a manifestare le sue opinioni, per quanto offensive. Le autorità sono autorizzate a mantenere i manifestanti a una certa distanza dai funerali, ma in nome del primo emendamento, gli accoliti di Westboro conservano il diritto di esprimere il loro “dissenso”.  


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