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Trieste: una “scontrosa grazia” di confine

I contrasti di una cittŕ che affascina ed incanta

Lun 06 Giu 2011 | di Lucia Cosmetico foto di Duccio Pugliese | Bella Italia
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Pronunci la parola Trieste e viene naturale proseguire con i versi di Umberto Saba, che alla sua città natale dedicò una delle sue più belle poesie: “Trieste ha una scontrosa grazia. Se piace, è come un ragazzaccio aspro e vorace, con gli occhi azzurri e mani troppo grandi per regalare un fiore; come un amore con gelosia”. Contrasti dell’anima che risuonano ancora tra le vie di una città che continua ad affascinare ed incantare turisti e visitatori di passaggio, colpiti dall’originalità di questo luogo così periferico, diverso e singolare rispetto al resto del Paese. A partire dalla storia: sotto l’Austria per più di cinquecento anni, porto franco dell’Impero asburgico dal 1719, unito all’Italia soltanto a partire dal 1918 e poi segnato da vicende drammatiche come l’occupazione jugoslava alla fine della seconda guerra mondiale, l’esodo istriano e un processo di ‘liberazione’ che durò di fatto fino al 1954.

UNITI IN PIAZZA, SEPARATI IN SPIAGGIA
Quando vi troverete a contemplare Piazza dell’Unità d’Italia dal molo Audace, quindi, pensate a quanto questa ‘unità’ fu davvero faticosa da raggiungere in queste terre, e poi distendetevi al sole per abbandonarvi ad una delle attività più amate dai triestini: prendere il sole, appunto. Prenderlo tutto, dai più timidi raggi invernali al solleone d’agosto, senza tralasciare le stagioni di passaggio che preparano o salutano l’estate.
Sul luogo dove stendervi, avete davvero l’imbarazzo della scelta: può essere il già citato molo Audace, da cui si gode un’amena vista sulle Rive, il lungomare barcolano, oppure una caratteristica spiaggia di origine asburgica dove vige una regola ferrea: uomini e donne separati da un muro. Si tratta dello stabilimento comunale ‘Alla lanterna’, più comunemente noto in città come ‘El Pedocìn’, vero orgoglio di generazioni di signore e signorine che qui possono assumere tintarelle da competizione lontano da mariti molesti, fidanzati o aspiranti tali. Né il crollo del muro di Berlino nell’89, né la frontiera aperta tra Italia e Slovenia alla fine del 2007, hanno influenzato l’aurea tradizione di questo luogo che consente di fare un’inedita esperienza da separati in spiaggia, con eventuali incontri romantici, dove la solidità del muro cede il passo al più promiscuo mare. «è un posto unico al mondo - spiega Giampaolo, dipendente comunale qui considerato un vero e proprio ‘sindaco’ locale -: per vedere una cosa simile bisogna andare in Cina». Che le donne siano poi le principali affollatrici di questo piccolo fazzoletto di spiaggia in pieno centro cittadino, lo si vede dal tappeto multicolore di corpi e asciugamani che ricopre quasi interamente il ‘reparto’ femminile d’estate, e dalle liti che qui si possono scatenare anche solo per semplici questioni di appendini. «Bisogna fare attenzione ai ‘clan locali’ - avverte ancora Giampaolo -: qualche anno fa mi è toccato dirimere una lite che stava finendo a zoccolate in testa tra vecchie signore». E il muro, in questi momenti, deve sembrare agli uomini una vera benedizione.

UN ‘CAPO IN B’ A BRACCETTO CON JOYCE
Se la vostra pelle inizia ad assumere le sembianze del cuoio, può essere che abbiate esagerato con il sole, ma così vi sentirete molto più in sintonia con la popolazione autoctona. Più difficile sarà la comprensione di alcune espressioni linguistiche tipiche che ancora oggi frastornano il visitatore straniero. Una delle più disorientanti è ‘volentieri’, che nell’idioma locale comprime un più lungo ‘volentieri, ma adesso non ce l’ho’. Ore di vana attesa di ciò che avevate ordinato o richiesto (un caffè come una rivista) vi convinceranno alla fine che è meglio desistere e cercare altrove. E d’altra parte in una città in cui si parlò tedesco e si parla ancora lo sloveno, non è possibile pensare di capire proprio tutto da capo a fondo. Stesso discorso vale per le varie tipologie di caffè, cappuccini e caffelatte serviti nei bar: se chiedete un ‘capo in B’ (caffè macchiato in bicchiere), dimostrerete comunque di aver acquisito le basi fondamentali per trascorrere in questa bizzarra città almeno un paio di giorni.
Un illustre straniero che entrò molto presto in sintonia con il dialetto triestino fu James Joyce, grande amico di Italo Svevo oltre che suo insegnante di inglese per un periodo. Come nel caso di Saba e dello stesso Svevo, anche lo scrittore irlandese è una presenza ancora viva nel cuore del Borgo teresiano: lo si vede camminare sul Ponterosso con quella bronzea eleganza che gli ha ritagliato addosso lo scultore Nino Spagnoli, autore anche delle altre statue letterarie della città. Mettendosi a braccetto con Joyce, che a Trieste scrisse alcuni capitoli del fluviale ‘Ulisse’, si può ammirare la chiesa serbo-ortodossa di S. Spiridione con le sue cupole azzurrognole, segno di quella vocazione multietnica che ha da sempre contraddistinto la città.

UNO SGUARDO DAL TRAM
Ma questo capoluogo regionale, al quale di recente ha dedicato un lungo articolo il New York Times (“un tranquillo angolo d’Italia ingiustamente trascurato dalle guide turistiche”), chiede di essere anche contemplato dall’alto. Non occorrono velivoli per farlo, né auto private o mongolfiere. Basta affidarsi allo storico ‘tram de Opcina’ (tram di Opicina), che parte dalla centrale piazza Oberdan e si inerpica sull’altopiano carsico con la pigra lentezza di un trenino espresso d’altri tempi, sfidando il dislivello di quasi 400 metri con un complesso sistema di funi e carrucole che lo rende unico in tutta Europa. Dentro, l’arredamento è rimasto quello del primo Novecento, quando questo mezzo di trasporto formato da un caratteristico vagone blu iniziò a funzionare: panchette in legno e, in alto, piccoli sostegni per infilare valigie e borse da viaggio. Lungo il tragitto si aprono squarci di panorami mozzafiato sul golfo di Trieste e sulla vicina costa istriana. In discesa, stessa lentezza della salita, e meno male che sia così, visto che una celebre canzone triestina rievoca i tempi in cui il ‘tram de Opcina’ “se ga ribaltà” (“si è ribaltato”), come la “bora che vien e che va”, e che ancora oggi viene e va a più di 100 km/h, scompigliando acconciature e pensieri. Uno sguardo al castello di Miramare, sfortunata residenza di Massimiliano e Carlotta, e un pezzo di torta al Caffè San Marco, dove potreste incontrare Claudio Magris tranquillamente seduto al tavolo a lui riservato, possono completare la visita. In alternativa, si può concludere la serata in ‘osmiza’: una delle tante case private nel verde del Carso che, in precisi periodi dell’anno, offrono affettati, uova sode e vino rosso (‘terrano’) a prezzi modici. Per trovarle, basta adocchiare una delle tante frasche con frecce rosse o gialle poste ai crocicchi delle stradine carsiche, e seguire poi gli echi dei cori ad alto tasso alcolico che si riverberano nelle vicinanze. Tra le note potreste anche distinguere quelle del ‘Can de Trieste’, che “solo davanti a un fiasco de vin fa le feste”. Parola del grande Lelio Luttazzi.

 

NELLA LIBRERIA DEL POETA
Bisogna entrare nella Libreria antiquaria Umberto Saba, da lui stesso acquistata nel 1919, e dare un’occhiata all’interno, che si apre come un lungo antro oscuro (“funesto”, diceva Saba) pieno zeppo di libri e rarità da bibliofili. Tra queste, un incunabolo del 1484 con le opere morali di S.Gregorio e un “trascritto micro-calligrafico a mano libera senza uso di lente” della ‘Divina Commedia’, riportato su un un’unica grande pagina formato poster, datata 1888. L’ingresso in questo tempio del rigattiere dal pavimento scricchiolante consente anche di conoscere la ‘scontrosa grazia’ dell’attuale proprietario, Mario Cerne, con il quale vale la pena di scambiare due chiacchiere su vizi e virtù della Trieste di oggi.
 


ABBRONZARSI AL ‘PEDOCIN’
Il bagno ‘Alla lanterna’, dove uomini e donne si abbronzano separati da un muro, è uno dei luoghi più amati dai triestini, che lo chiamano anche ‘El Pedocin’. Il nome, che in dialetto vuol dire ‘piccola cozza’ o ‘piccolo pidocchio’, pare faccia riferimento al fatto che la spiaggia era frequentata nell’Ottocento dalle classi più povere, che qui si affollavano come tante cozze attaccate allo scoglio oppure – versione alternativa – venivano qui a spidocchiarsi. Oggi l’ingresso, del costo di 1 euro, invita con un cartello ad “entrare adagio”, e serve soprattutto nei giorni di congestione estiva per placare la ressa delle bagnanti che scalpitano all’entrata. Gli uomini si dirigono a destra, le donne (con nipoti al seguito) a sinistra. Obbligatorio obliterare il biglietto nell’apposita macchinetta posta all’ingresso. Anche cambiare pelle è un viaggio!

 

NEL TRAM DIPINTO DI BLU
Il tram di Opicina (‘el tram de Opcina’) è oggi l'unico tram in tutta Europa con impianto a trazione elettrica integrato con una funicolare ancora funzionante. Collega il centro città con la frazione di Opicina, sull’altopiano carsico. Entrò in funzione il 9 settembre del 1902, e di quei tempi ormai lontani mantiene quasi intatte le sue caratteristiche, in primis la velocità massima, che non supera i 35 km orari. Un invito a prendersela comoda e a farsi guidare nelle delizie della natura carsica da questo caratteristico vagone blu dall’eleganza un po’ rétro.

 

IL CAFFÈ SAN MARCO
Claudio Magris ha dedicato al Caffè San Marco il primo dei suoi ‘Microcosmi’, in cui ricordi, immagini, suoni, ritratti ed atmosfere si mescolano in un impasto dolce e malinconico. «Il caffè – scrive Magris, che al San Marco ha il suo tavolino a lui riservato – è un luogo della scrittura. Si è soli, con carta e penna e tutt’al più due o tre libri, aggrappati al tavolo come un naufrago sbattuto dalle onde. Pochi centimetri di legno separano il marinaio dall’abisso che può inghiottirlo, basta una piccola falla e le grandi acque nere irrompono rovinose, tirano giù. La penna è una lancia che ferisce e guarisce; trafigge il legno fluttuante e lo mette in balia delle onde, ma anche lo rattoppa e lo rende di nuovo capace di navigare e tenere la rotta» (Claudio Magris, ‘Microcosmi’, Caffè San Marco).


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