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La felicità è fatta ad “u”. Cala a 30 anni, risale a 50Responsabilità e doveri “uccidono” la felicità durante la maturità. Per tornare contenti bisogna aspettare di superare il mezzo secoloMar 21 Giu 2011 | di Maurizio Targa | Salute
Indipendenza economica, prime affermazioni sul lavoro, viaggi, piena realizzazione affettiva e un nutrito gruppo di amici collaudati. Ma non basta: i traguardi che solitamente si raggiungono a 30 anni non valgono a mitigare la caduta verticale che subisce la curva della felicità, una volta spente le fatidiche trenta candeline. Le cause? Responsabilità e doveri avvertiti in maniera troppo gravosa: a sostenerlo è una ricerca condotta dall’università di Maastricht, secondo cui la curva dello stato d’animo descrive una “U”, con un declino che inizia già a partire dalla fine dei vent’anni. I ricercatori teorizzano che, tramite l’analisi statistica dei campioni raccolti, il raggiungimento degli obiettivi sostanziali porta sicuramente una maggiore autostima e ad un maggiore senso di benessere, ma contro ogni previsione il raggiungimento di mete come carriera e prosperità è paradossalmente foriero di ansia ed infelicità. Più alto è il numero di obiettivi apparenti che le persone raggiungono, più essi tendono a sentirsi come pedine, parte di un gioco più grande che dura per sempre e che non li fa sentire realmente responsabili di se stessi. Edward Deci, co-autore dello studio, ha spiegato che è come se alle persone che raggiungono questi obiettivi mancassero le cose più importanti. Un altro degli artefici, Bert van Landeghem, ha aggiunto che la diminuzione della felicità dopo i venti anni è così profonda che la sua entità è paragonabile a quella provata dopo aver perso il lavoro. L’analisi, presentata ad aprile alla Royal Economic Society annual conference di Londra, ha poi evidenziato che non si ricomincia ad essere felici prima di aver superato i 50 anni, quando iniziano a calare le aspettative sul futuro. E più avanti? Sempre meglio: a sessanta anni si è felici quanto a venti. Paradossale? Il fatto che a 60 anni si sia felici come giovanotti, hanno spiegato i ricercatori, non significa che l’esistenza sia decisamente migliore: un 25enne e un 60enne sono entrambi senz’altro d’accordo che la vita sia più bella a vent’anni, quando si hanno meno pensieri e responsabilità, ma il sessantenne potrebbe essere comunque più felice, perché ha imparato ad esserlo con quello che si è conquistato nel tempo. Altre ricerche decisamente più estreme sono arrivate a piazzare addirittura dopo gli ottanta il picco della felicità, come il recente studio condotto dall’American National Academy of Sciences su oltre 370mila persone. Sarebbero, secondo loro, gli ultraottantenni a sperimentare la vera serenità, in barba alla vecchiaia e alla tanto temuta solitudine. Ammesso che la salute psicologica arrivi davvero dopo gli 80 anni, bisogna avere quindi molta, molta pazienza. L’importante è crederci. A New York invece, ma anche in posti come Detroit, dove lo stile di vita è frenetico, la gente, pur indubbiamente benestante, è portata a voler sempre di più e questo porta all’infelicità, dicono i ricercatori, condannando le metropoli agli ultimi posti tra i “paradisi americani”. |
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