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Silvio Orlando: non sono servile

"Volere la perfezione è sbagliato, forse aiuta il cercarla"

Mer 22 Giu 2011 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Viso gentile e all'apparenza dimesso, lo ricordiamo ne “La scuola” a cogliere l'attimo fuggente, ne “Il caimano” di Moretti, per quella scena piena di rabbia e indignazione, quando si scagliava contro una macchina di lusso. Volto di un cinema che ha nobilitato con tante grandi interpretazioni. Silvio Orlando, però, è anche, anzi soprattutto, un concentrato di umanità. Lo vedi quando guarda il suo Napoli alla tv, tranquillo ma sofferente, e quando ti parla del suo lavoro. In cui lui mette davvero tutto se stesso, tanto da cominciare (quasi) sempre percorsi di vita che si intrecciano con la sua carriera. Come in “Se non ci sono altre domande”, lo spettacolo d'esordio a teatro di Paolo Virzì.

Ci voleva lei per convincere Paolo Virzì a mettersi alla prova con il palcoscenico?
«Un po' di merito me lo prendo. Ho sempre fatto almeno due film con i registi con cui ho lavorato. Mi chiedevo perché non avvenisse con Paolo, soprattutto perché abbiamo fatto un gran bel film insieme, “Ferie d'agosto”. Ho trovato quest'opportunità teatrale e gli ho dato l'input. Lui, poi, ovviamente si è allargato su un testo che teneva nel cassetto».

Cosa ama del regista livornese?
«Sai Paolo com'è fatto, è incontenibile, ha un'energia esagerata, è splendidamente barocco, uno che può dare linfa vitale alle ritualità un po' decadenti del teatro. Uno spettacolo così può esser fatto da chi non ha fantasmi, serviva uno vergine di teatro. Solo così poteva nascere un bellissimo pasticcio che ha pure le sue ingenuità e alcune lungaggini. Il punto è che, a mio parere, volere la perfezione è sbagliato, anche se forse aiuta il fatto di cercarla. Lo spettacolo, il teatro non deve essere perfetto, ma vivo».

Il teatro non è solo lavoro per lei, vero?
«Il teatro probabilmente è la mia prima anima, rimane sempre il punto di partenza e ripartenza per me. Ogni anno ho bisogno del Palco, di ritrovarmi, non solo lavorativamente, in quel contesto. Anche “La scuola”, per esempio, è nato dal teatro. Quel luogo è vitale per un attore e riuscirlo a mescolare con altro, usare il teatro come il laboratorio eterno che è, non può che far bene al cinema. Chi lo fa, impara molto. Ne sono convinto».

“Se non ci sono altre domande” è una critica etica ed estetica al modello televisivo di vita attuale?
«Di sicuro è un ritratto della spettacolarizzazione a cui ormai siamo costantemente sottoposti. Una commedia surreale in cui tutto è esposto al giudizio superficiale di estranei, in cui tutto è mostrato senza pudore. In cui tutto viene travisato. Come in tv. Nel secondo atto cade il velo, le maschere, si verifica la reale tragedia. E come sempre, a fine carnevale, arriva il momento più triste dell'umanità. Non solo nella finzione, ma anche nella vita».

Cosa le piace del suo protagonista?
«Lui autocensura le sue qualità, fa i conti con la vita e con i suoi errori, e ciò che gli preme è tirare le redini di una vita. Senza mentire, agli altri e a se stesso. Virzì mi ha cucito addosso questo vestito, anche perché un attore dopo 30 anni di carriera finisce per portare in scena tutte le storie che ha raccontato. L'attore e l'uomo lo fanno con la loro faccia, con i loro ricordi fuori e dentro al palco. E probabilmente si appropriano anche di quelli degli altri. Alla fine si riazzerano come una lavagna, ma mai del tutto. Qualcosa rimane. E questo è uno dei punti di forza dell’attore».

 Non ho mai sentito parlar male di lei: il segreto?
«Credo sia il fatto di mettermi sempre sinceramente a disposizione, voglio sempre essere utile al progetto, ho un animo gregario ma mai servile. Sentono che mi sforzo di non essere mai un ostacolo, di risolvere problemi e non crearli. Per questo si crea sempre una sincera unione con le persone con cui lavoro, nel rispetto dei ruoli. E cerco di farlo sempre, fuori e dentro il set, sopra e sotto il palco».

Ha parlato di rispetto dei ruoli. Mai tentato dalla carriera di regista?
«No. Molti mi hanno tentato con delle proposte, ma io non ho mai voluto. Spesso gli attori diventano dei registi frustrati, io invece lo considero un altro mestiere, né superiore né inferiore. Il fatto è che a questo punto della mia carriera ho capito cosa vuol dire stare dietro una macchina da presa. E mi sento ancora troppo vitale per smettere di fare l'attore, o per dedicarmi a un'impresa così difficile per poi magari essere mediocre. E se faccio un capolavoro è anche peggio! Mi ammazzerei, vorrebbe dire che avrei sprecato una vita a fare il lavoro sbagliato!». 

E ora cosa dobbiamo aspettarci da Silvio Orlando?
«Sempre il massimo impegno! Scherzi a parte, dovrebbe uscire un'opera prima che sta avendo molti problemi di distribuzione. Il regista è l’esordiente Francesco Lagi, il film si chiama “Missione di pace”, una commedia farsesca e folle sulla missione militare in ex Jugoslavia. E poi nella prossima stagione torno ancora a teatro con “Il nipote di Rameau”, di Diderot: uno dei testi più divertenti e brillanti del Settecento».

 


DA MORETTI A SALVATORES
Ha lavorato con vari registi del cinema italiano, come Nanni Moretti, Daniele Luchetti, Paolo Virzì, Michele Placido, Carlo Mazzacurati, Pupi Avati, Gabriele Salvatores e altri. Tra i suoi film ricordiamo: “Palombella rossa”, di Nanni Moretti; “Il portaborse”, di Luchetti; “Sud”, di Salvatores; “La scuola”, di Luchetti; “Ferie d'agosto”, di Virzì; “Vesna va veloce”, di Mazzacurati; “Nirvana”, di Salvatores; “Auguri professore”, di Milani; “Aprile” e “La stanza del figlio”, regia di Moretti; “Luce dei miei occhi”, di Piccioni; “Il posto dell'anima”, di Milani; “Il caimano”, di Moretti; “Caos calmo”, di Grimaldi; “Il papà di Giovanna”, di Avati; “Ex”, di Brizzi; “Il grande sogno”, di Placido; “Genitori & figli - Agitare bene prima dell'uso”, di Veronesi; “La passione”, di Mazzacurati; “Missione di Pace”, di Lagi.

 


‘VALLE’ OCCUPATO
A metà giugno il Teatro Valle, a Roma, è stato occupato da parte dei 'Lavoratori e lavoratrici dello spettacolo autorganizzati', che hanno lanciato un appello, sottoscritto da moltissimi personaggi della cultura, perché vengano ''riconosciuti come interlocutori indispensabili nelle scelte politiche che riguardano il nostro settore, il nostro lavoro, la nostra vita''. Tra i principali sostenitori Silvio Orlando: «Io ho cercato di portare la mia solidarietà e anche una piccola proposta, cioè gestirlo noi questo teatro con una sorta di stagione autogestita, in cui tutti gli artisti propongono spettacoli, della durata di due settimane in cui ogni attore più famoso viene affiancato da una giovane talento, in modo da fare uno spettacolo spaccato in due, un primo tempo con un 'vecchio trombone come me’ e il secondo tempo con una giovane promessa».                            


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