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Giorgio Fornoni: ai confini della vita

Ha realizzato nelle zone più pericolose del mondo importantissimi reportage così scomodi che nessuno li voleva pubblicare fino a...

Mer 22 Giu 2011 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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Ha trovato la sua vocazione dando voce ai più deboli e sofferenti, realizzando decine di reportage esclusivi nelle zone più pericolose del Pianeta. Giorgio Fornoni testimonia che, per essere veri giornalisti, non serve una tessera, ma un’anima che comunica al servizio della Vita.

Dopo molte inchieste giornalistiche, cosa ti ha spinto a pubblicare il recente cofanetto “Ai confini del mondo”? 
«Le molte insistenze della casa editrice Chiarelettere mi hanno convinto a scrivere questa raccolta di diari ed appunti di viaggio, contenente anche alcune importanti interviste che ho avuto la fortuna di realizzare in tanti anni di avventure intorno al mondo. Nel dvd allegato si racconta anche una parte della mia storia personale; questo mi mette un po’ in difficoltà perché non voglio mettermi in mostra, ma mi dà l’opportunità di parlare della cosa che più mi sta a cuore: l’uomo che soffre e che dona la Vita».

Come nasce il tuo impegno per le vittime di violenze e soprusi?
«Ho sempre avuto chiaro che è necessario essere veramente vivi, mettendosi continuamente in cammino: l’esistenza me la sono costruita quotidianamente, imparando le cose lungo la strada. All’età di undici anni rimasi affascinato da alcuni sacerdoti comboniani che erano venuti nella nostra valle bergamasca a far conoscere la loro attività missionaria: partii per andare nel loro collegio, ma dopo quaranta giorni mio padre venne a riprendermi e alla fine delle scuole medie mi mandò a lavorare. Le famiglie del nostro paese erano tutte povere e io facevo il garzone di bottega per più di dodici ore al giorno!».

Come hai conquistato la tua emancipazione? 
«A me stava tutto stretto: la mia anima premeva per uscire fuori ed ho sempre voluto andare al di là della quotidianità. L’unico sollievo della mia adolescenza mi veniva dalla lettura di libri d’avventura e dal suonare la batteria in un complesso musicale di buon livello. A 23 anni, in coincidenza con la morte di mio padre, mi resi conto che dovevo impegnarmi per non lasciare represso il mio desiderio profondo di dare un senso all’esistenza. Continuando a lavorare, ripresi a studiare ed in pochi anni riuscii ad avviare la mia attività di commercialista. Ma dentro di me c’era sempre una grande inquietudine».

Cosa ti ha permesso di trovare il tuo equilibrio interiore?
«Avevo capito che per costruirmi un’esistenza diversa avevo bisogno soprattutto di cultura e libertà di pensiero; inoltre, compresi che non aveva nessun senso accumulare denaro ed iniziai a finanziare i miei sogni e i miei viaggi con la mia professione. Cercavo continuamente di cambiare, provai anche a fare l’archeologo, ma la mia inquietudine è scomparsa solo quando iniziai ad andare a trovare i tanti sacerdoti missionari che conoscevo: loro vivono sempre ai margini, nelle aree del Pianeta più dimenticate, nei campi profughi, nelle aree teatro delle tante guerre in corso, dove ci sono milioni di persone che soffrono». 

Com’è iniziata la tua avventura di reporter? 
«Ogni volta che andavo in una missione scattavo foto e scrivevo articoli che però riuscivo a pubblicare solo su alcune riviste missionarie: per me era importante fissare e testimoniare ciò che sperimentavo. Nel 1982 provai una scossa interiore quando in Vietnam visitai il museo degli orrori della guerra che era ancora in fase di allestimento: rimasi scioccato vedendo conservati nei vasi di formalina i bambini nati deformati e mostruosi per le conseguenze del Napalm (la terribile arma usata dall’esercito USA - ndr). Inconsciamente iniziai ad interessarmi sempre più alla sofferenza dell’essere umano, realizzando inchieste ed interviste di esclusiva mondiale in varie zone di guerra, documentando inoltre molti traffici e soprusi».

Hai mai offerto i tuoi reportage ai mass media internazionali?
«Io racconto cose scomode e la corporazione giornalistica è molto forte e chiusa: nessuno ha mai voluto pubblicare un mio lavoro fino al 1999, quando, casualmente, Milena Gabanelli vide un mio documentario e mi chiamò a partecipare alla trasmissione Report di Rai 3. Comunque, non mi sono mai fermato: non si può vivere da frustrati e bisogna sempre cercare la via d’uscita per testimoniare la verità. Ai giovani tento di trasmettere che, se fanno qualcosa in cui credono, non possono arrendersi solo perché gli altri non lo apprezzano: le delusioni devono essere solo una spinta per diventare migliori! È necessario essere indipendenti e staccati dalle persone, consapevoli che non esiste il vicolo cieco: ognuno deve sempre andare avanti trovando la propria via d’uscita». 

Cosa hai provato intervistando personaggi apparentemente irraggiungibili e filmando in aree ritenute pericolose ed inaccessibili?
«Quando si è in prima linea nelle zone di guerra, bisogna essere umili, dosando la propria paura con la libertà di poter andare più in là per aumentare la possibilità di avvicinarsi alla realtà e alla verità. Stando in prima linea, non puoi barare, proprio come quando sei nella sofferenza: è lì che trovi la verità, anche quella più profonda sull’essenza dell’uomo».

Cosa hai imparato raccontando la ferocia della morte?
«In tutto il mondo, i più poveri ed indifesi sono quelli che maggiormente soffrono per la violenza e l’avidità di pochi. Ricordo che nel 1999 ero sul fronte della guerra assurda e taciuta tra Eritrea ed Etiopia; camminavo con la mia videocamera tra centinaia di soldati, ragazzi giovanissimi, lasciati insepolti con le braccia verso il cielo sulla sabbia del deserto. Quel terribile odore della morte è indelebile e per molti mesi non riuscii più a dormire con la luce spenta. Successivamente però, girando l’inchiesta sui terrificanti Gulag russi, ho capito il grande valore della Fede che dona la speranza e la forza di resistere». 

È meraviglioso sentirti parlare di speranza dopo le atrocità che hai documentato! 
«La speranza è l’àncora di salvezza di ogni essere umano, anche se non si ha una fede; ma la speranza bisogna cercarla, non la si può aspettare restando seduti. Nelle situazioni più difficili ho provato paura e non riuscivo a pregare, ma mi ha salvato la speranza. Ho imparato moltissimo quando ho girato il reportage sull’assurda inciviltà della pena di morte ancora presente in troppi Stati: entrando in un carcere del Texas, mi resi conto che avevo oltrepassato il confine del mondo, proprio come il titolo del mio libro. Il condannato a morte che intervistai prima di assistere alla sua terribile esecuzione mi ringraziò moltissimo e mi testimoniò la sua speranza: rifiutato dal mondo, dentro di sé aveva la Vita che si accingeva a donare per salvare gli altri».

Partecipando alla sofferenza degli ultimi, hai percepito cosa significa offrire la Vita per la salvezza dell’uomo: un dono immenso testimoniato in modo completo da Gesù con la Sua morte e Resurrezione!
«Non riesco ancora ad avere questa Fede fino in fondo, ma sono in cammino: i miei dubbi, accompagnati dalla speranza, diventano preziosi. Per me non è facile parlare di Dio, ma mi dona molto sollievo pensare alla Sua presenza. Bisogna essere veri e lottare per la Verità senza demordere, testimoniando agli altri la vittoria dell’Amore di Dio che crea la Vita: in questo modo costruiamo un futuro di libertà, che dona senso alle nostre giornate. Nei miei viaggi, incontro Gesù nell’uomo che soffre e di fronte al quale dobbiamo essere solidali: io mi limito a raccontarlo mentre altri intervengono concretamente con Carità, ma ringrazio Dio perché mi ha fatto nascere e mi ha donato queste esperienze che hanno cambiato la mia esistenza e mi hanno portato a fare questo lavoro bellissimo».

Come arrivare a realizzare un’autentica comunicazione?
«Si continua a dire che il bravo giornalista deve essere un cronista imparziale: ma non ci si può limitare a fare una semplice cronaca dei fatti! Bisogna dare conto delle ragioni delle varie parti, ma soprattutto mettere in primo piano la sofferenza delle persone indifese. Per comunicare veramente, su qualsiasi argomento, è necessario sforzarsi di raccontare a se stessi: solo così possiamo evitare di barare ed illuderci, tentando anche di essere utili agli altri. I bambini sanno veramente comunicare; Gesù stesso disse che è indispensabile tornare bambini: bisogna cioè tornare puri e veri perché il mondo ti porta via. I matti e i bambini dicono sempre la verità: purtroppo i primi li rinchiudono e i fanciulli li educano! In ogni ambito ognuno deve credere in se stesso ed in quello che fa, coltivando la fiducia nell’uomo e nella Vita».

Le tue scelte interiori e professionali hanno inciso sui tuoi rapporti personali?
«Durante l’anno viaggio per circa sei mesi ed i restanti li utilizzo per scrivere, montare le immagini e testimoniare le mie esperienze. Probabilmente non ho avuto la maturità necessaria, ma era molto difficile trovare un giusto equilibrio tra la grande spinta che sentivo nel cuore e l’amore per la mia famiglia: nel 1993, con molto dolore e senza separarmi, decisi di andare via da casa lasciando mia moglie. Il nostro unico figlio, laureato in Economia e Commercio, dopo aver lavorato per tre anni nel mio studio di commercialista, qualche settimana fa mi ha comunicato la sua intenzione di diventare sacerdote! Di fronte al mio iniziale stupore mi ha detto: ”Papà, non puoi sorprenderti, tu mi hai sempre insegnato ad inseguire i sogni”».

Quale sarà il tema della tua prossima inchiesta?
«In questi ultimi anni è aumentata in me l’attenzione alla spiritualità per percepire chi è veramente l’uomo: intuisco che c’è qualcos’altro che va al di là del mondo terreno e che dona un senso alla nostra esistenza. Per questo sto realizzando un documentario con alcune mie interviste a vari leader religiosi, dal Dalai Lama all’Abbé Pierre, a diversi biblisti, fino ad un gruppo di frati francescani che ospito ogni anno nell’eremo che mi sono costruito in montagna». 

Come mai un mancato missionario, poi commercialista scopertosi reporter, si costruisce un eremo tra le montagne?
«Tempo fa comprai e ristrutturai spartanamente delle case abbandonate: quando tornavo dai viaggi, ci andavo per meditare e scrivere, ma anche per mettermi in salvo dalle preoccupazioni quotidiane e dai tormenti dell’anima. Mi piacciono molto i miei amici francescani che sanno rinunciare a tutto, mentre noi pensiamo solo ad avere ed arraffare. Nel mio piccolo eremo pieno di icone e crocifissi, i frati vengono per fare gli esercizi spirituali, rendendo l’aria un po’ più sacra. Anch’io vorrei imparare a rinunciare, perché ho avuto molta fortuna a non soffocare nella quotidianità: una fortuna che ho sempre pagato volentieri. Fin da bambino ho cercato continuamente la libertà, che significa staccarsi da tutto ciò che non è nato con noi».

 


UN REPORTER A REPORT
Nel 1999 Milena Gabanelli vede casualmente uno dei tanti documentari di Giorgio Fornoni: «Quando ho visto il suo materiale – afferma la giornalista di Rai 3 - sono rimasta sbalordita: aveva fatto in dieci anni quello che un professionista realizza in un'intera carriera. Fornoni è giornalista non per interesse, ma per documentare le tragedie umane a se stesso. Non aveva mai parlato nella telecamera, non aveva mai montato, ma ha imparato. È uno di quei casi in cui il dilettantismo è un valore aggiunto. Una vera scoperta». Nei mesi successivi, dopo avergli dedicato un’intera puntata della trasmissione Report, lo chiama a far parte dei suoi collaboratori. Tutte le inchieste realizzate fino ad oggi da Giorgio Fornoni per Report possono essere riviste gratuitamente sul sito www.report.rai.it

 


GIORNALISTA PER VOCAZIONE
Giorgio Fornoni nasce il 5 ottobre del 1946 a Ardesio (Bg). Titolare di uno studio commercialista, negli anni Ottanta inizia a viaggiare intorno al mondo andando a trovare molti suoi amici sacerdoti missionari. Scopre così la sua vera vocazione di reporter, arrivando a realizzare molte inchieste giornalistiche di esclusiva mondiale che documentano le sofferenze di milioni di persone, le tragedie di tante guerre dimenticate, la violazione dei diritti umani e i retroscena di molti traffici illegali. Nel 2009 viene eletto sindaco del suo Paese; con le recenti elezioni delega ai giovani l'amministrazione di Ardesio, dopo che la lista da lui capeggiata ha battuto la Lega Nord. 
Ha da poco pubblicato “Ai confini del mondo” (ed. Chiarelettere) un libro con dvd contenente anche alcuni dei suoi reportage.


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