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Quel che resta degli Aborigeni

Ultimi tasselli di una cultura quasi completamente sterminata

Gio 23 Giu 2011 | di Roberta Giaconi | Australia
Foto di 2

Quelle di Lola Greeno non sono collane come tutte le altre. Me le mostra a Launceston, nel nord della Tasmania: lunghe file di conchiglie colorate, intrecciate tra di loro. «L’arte per fare queste collane è stata tramandata per anni dalle donne aborigene», spiega Lola, aggiungendo che oggi è uno degli ultimi tasselli rimasti di una cultura quasi completamente sterminata. Si dice che ci fossero oltre 600.000 aborigeni in Australia quando gli europei misero piede per la prima volta sul continente. Gli indigeni avevano tradizioni profondamente legate alla natura e non furono capaci di combattere gli invasori. Il risultato fu che l’Australia, a differenza di quanto successo nella vicina Nuova Zelanda, terra dei guerrieri Maori, venne dichiarata “terra di nessuno”. Gli aborigeni non avevano nessun diritto a compensazioni o concessioni per la propria terra occupata. Vennero allontanati, disprezzati, rinchiusi nelle riserve. Fino a non molto tempo fa.

«Quando sono nata, era ancora in vigore la legislazione che ci confinava nelle riserve», spiega Lola. A quel tempo viveva a Cape Barren, un’isola a largo della Tasmania. «Noi aborigeni potevamo uscire dalla riserva durante il giorno, ma avevamo l’obbligo di rientrare prima del tramonto», ricorda.

NON CITTADINI FINO AL 1967
Del resto fino al 1967, quando dopo un referendum vennero ufficialmente inclusi nei censimenti nazionali, gli aborigeni non erano considerati cittadini della terra che per primi avevano abitato. «Mia madre mi diceva sempre di ricordare che prima del 1967 non eravamo vere e proprie persone, non potevamo neanche votare», ricorda Lola.

VIETATO PARLARE LA PROPRIA LINGUA
Fino alla fine degli anni Settanta i bambini aborigeni venivano prelevati dalle famiglie, allontanati, affidati a centri religiosi o ad australiani bianchi per essere obbligati a integrarsi. Vietato parlare la propria lingua o mantenere la minima continuità con le proprie tradizioni. Nel 1994 un’indagine dell’Ufficio australiano di statistica rivelò che, in tutta la popolazione aborigena sotto i 25 anni, un bambino su dieci era stato sottratto alla propria famiglia.

IL GOVERNO CHIEDE SCUSA
Il governo ha tentato da qualche anno di fare marcia indietro, di chiedere scusa. Il primo è stato l’ex premier laburista Kevin Rudd in uno dei primi discorsi successivi alle elezioni. «Chiediamo scusa per quelle leggi che hanno causato profondo dolore, chiediamo scusa per l’allontanamento dei bambini aborigeni dalle loro famiglie, per il dolore e le sofferenze di questa generazione rubata, per il degrado che abbiamo inflitto a un popolo orgoglioso», disse nel febbraio del 2008.

TROPPA DISOCCUPAZIONE E POCA ISTRUZIONE
Non che sia servito a molto. Ancora oggi, nonostante i sussidi del governo e la convinzione diffusa che gli aborigeni abbiano ingiustamente accesso a troppi fondi statali, il tasso di disoccupazione e di scarsa istruzione degli indigeni è altissimo, aggravato da un frequente abuso di alcool e droghe. La maggior parte degli indigeni vive nelle zone centrali e settentrionali dell’Australia, dove la terra è più arida e meno generosa. Lola Greeno conosce la stagione e i luoghi in cui si possono ancora trovare le conchiglie. Regolarmente si reca sulle isole per raccoglierle per le sue collane. Organizza seminari con giovani aborigene per tramandare loro l’arte. «Non possiamo permetterci di dimenticare», spiega. Anche semplici e belle collane di conchiglie possono infatti aiutare a guarire le ferite del passato.


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