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Acqua azzurra acqua poco chiara

I telegiornali non dicono che in 20 anni la casta ha fallito sulla depurazione: quasi un italiano su 2 è senza, ma gliela fanno pagare lo stesso. E ora pagheremo pure 700mila euro al giorno di multe europee

Lun 25 Lug 2011 | di Francesco Buda - ha collaborato Sabrina Protano | Acqua
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Di tutto si parla, a proposito di spiagge ed estate, tranne che della cosa principale: quant’è inquinata l'acqua? Prova costume, pareo, bikini, topless o intero? Ricette, granite, abbronzatura, l'immancabile scoop per svelare che “fa caldo” magari con approfondimento su caldo percepito e caldo effettivo, umidità e zanzare... Ciò che conta veramente non ci viene raccontato: in che acque andiamo a farci il bagno?
A mare, infatti, finiscono prima o poi le acque delle nostre case. Quanti di questi scarichi vengono effettivamente trattati e resi innocui prima di essere riversati in fiumi, fossi e infine a mare? Per potercelo dire, dovrebbero interessarsi ad uno dei maggiori scandali in corso in Italia: il malandato o addirittura spesso inesistente sistema di depurazione urbana. Nel Paese delle acque minerali, ricco di fiumi e adagiato sul mare, non è per niente scontato trovare dati certi e aggiornati in materia. Di sicuro c'è che molti milioni di italiani non sono serviti da efficienti servizi fognari e di depurazione. Gli impianti o non ci sono oppure, dove ci sono, non di rado sono rotti e con inadeguata manutenzione. Una carenza che rischia di procurarci salate multe europee, oltre che minare il più grande patrimonio che abbiamo: la natura e il turismo. Tra i dieci nemici del mare italiano, infatti, elencati nell'approfondito dossier “Mare Monstrum” appena pubblicato da Legambiente, al primo posto c'è proprio la carenza di adeguata depurazione degli scarichi. Cioè non solo la mancanza di impianti, ma pure il fatto che, anche laddove esistono, spesso funzionano male. Specialmente nelle località balneari e d'estate, quando vi si riversa l'esercito di bagnanti e turisti e i depuratori non reggono il sovraccarico. O altrove, basta un po' di pioggia e collassano. E allora si arriva al “trucchetto” del cosiddetto troppo pieno: tutto ciò che tubi e vasche non sono in grado di accogliere e trattare, viene riversato così com’è nell'ambiente. Lo abbiamo verificato di persona, persino sopra le spiagge, sulla sabbia dove va la gente.

OLTRE 4 ITALIANI SU 10 SENZA DEPURAZIONE
Quando andiamo in bagno, quando laviamo i piatti e facciamo il bucato, quasi uno su due è involontariamente inquinatore: il 53,5% degli italiani non è servito da depurazione secondaria e terziaria (che effettivamente “puliscono” gli scarichi dagli inquinanti). L'incredibile dato è contenuto nell'indagine dell'Istat sulle acque (SIA 2009, dati al 31 dicembre 2008). E il problema riguarda un po' tutto lo Stivale, dal nord al sud, passando per il centro, isole comprese. E se la regione messa peggio è la Sicilia, benché lì si paghi la tariffa idrica pià alta d'Italia, forse molti non sanno che ad Imperia risulta 0% (sì, zero) la popolazione servita da depuratori. Ma nella primavera 2003 Milano era ancora sprovvista di depuratori urbani.

PEGGIO DI QUANTO SI DICA
Oltre il 43% degli italiani senza depuratore: possibile? Il dato dell'Istituto Nazionale di Statistica stupisce ancora di più perché è assai più basso di quello che gira solitamente e riferito dagli stessi ambientalisti: circa il 30% degli italiani senza depurazione. Quest’ultima cifra è indicata, anche quest'anno, con grande e sacrosanto clamore, da Legambiente nella nuova sconcertante edizione del dossier “Mare Monstrum”, pubblicato a fine giugno. La nota associazione riporta il 70,4% come copertura del servizio di depurazione in Italia. Percentuale presa dal Blue Book 2009, il libro sui servizi idrici pubblicato da addetti ai lavori come l'Anea, associazione nazionale autorità ed enti d'ambito, e dal centro di ricerca Utilitatis. «Guardi, quel 70,4% è un dato ormai superato – dice ad Acqua & Sapone un’esperta di Utilitatis che ha curato il Blue Book – e sono stata “fucilata” per averlo inserito. Riguarda ambiti disomogenei, non è un dato più consono alla realtà, le cose sono ora migliorate». Meno male. Allora esisteranno dati aggiornati sulla depurazione in Italia? «Non ne abbiamo. Comunque l’Istat registra dati così bassi perché magari ha chiesto ai Comuni, che spesso non gestiscono loro gli impianti e quindi non hanno dati aggiornati, e non ai gestori - minimizza l'esperta -. Chieda alla Conviri (Commissione nazionale per la vigilanza sulle risorse idriche, ndr), loro stanno facendo un gran lavoro». Detto fatto. «Dati aggiornati non ce ne sono», risponde la signora della segreteria Conviri. «Siamo in una fase di stallo, con il Presidente dimissionario e non si sa nemmeno se resterà questa Commissione...». C'è infatti aria di smantellamento anche di questo residuo organo di controllo sul delicato e strategico settore idrico.

L’ISTAT CONFERMA
Ad ogni buon conto, abbiamo girato i dubbi e le perplessità all'Istituto nazionale di statistica. Che prontamente ha risposto: «L'Istat rileva i dati direttamente dai 3.351 gestori degli impianti», confermando che il 56,5% di "Quota di popolazione equivalente urbana servita da depurazione" rappresenta «i residenti, pendolari, turisti, bar, mense, e microattività industriali fino a 5 addetti nelle nostre città e paesi serviti da impianti secondari e terziari». «Tale metodologia – precisa il dottor Corrado Abbate, responsabile dell'indagine Istat - è stata concordata con le Regioni e con il Ministero dello sviluppo economico, per evitare le metodologie differenti attualmente applicate dalle Regioni o dai singoli gestori (fatta su una generica definizione di Abitanti Equivalenti = Popolazione residente + popolazione fluttuante ?!? + microattività economiche ?!?)». Il lettore scuserà il tecnicismo, ma è bene evitare sospetti di approssimazione. In soldoni: l'Istat ha fatto un lavoro ben più capillare e approfondito, insieme alle istituzioni. E in effetti, questa ricerca è presa a riferimento dal Ministero dello Sviluppo anche per il “target”del 70% di acque urbane depurate con sistemi secondari e terziari, che è l’obiettivo da raggiungere entro il 2013, in particolare nelle regioni meridionali.

RISCHI PER SALUTE E AMBIENTE
È questa la realtà e sono questi i dati considerati dal Governo per pianificare gli interventi. Abbiamo comunque chiesto lumi e dati al Ministero dell'Ambiente: «Vi faremo sapere». Stiamo ancora aspettando. Perché invece di martellarci con cetrioli e insalate killer – accusati di aver portato la peste da escherichia coli – non ci spiegano e risolvono questa situazione? Il veicolo principale di quel pericoloso batterio è proprio l'acqua che scende dai nostri wc.

20 ANNI PERSI
La normativa europea più recente, quella che tutti i Paesi dell'Unione sono tenuti a seguire, risale al 1991. Da allora i nostri governanti e amministratori avrebbero dovuto iniziare a mettere in regola l'Italia in fatto di fogne e depuratori, con varie scadenze (1998, 2000 e 2005). Ma in questi 20 anni, tra mirabolanti progetti per grandi opere, nuovi miracoli italiani, tanti governi con relative schiere di politici regionali, provinciali e comunali al seguito, non sono stati in grado di assicurare una buona depurazione a tutti. «La mancanza di idonei sistemi di raccolta e trattamento comporta rischi per la salute umana, le acque interne e l'ambiente marino», ha scritto Janez Ptocnik, commissario europeo all'ambiente, nell'ultimo avvertimento all'Italia, colpita da vaire procedure d'infrazione in materia di depurazione dei reflui urbani. E se 20 anni non sono bastati ai politici per dare ai cittadini una depurazione capillare ed efficiente, in pochi mesi hanno invece reintrodotto l’obbligo per tutti di pagare il canone di depurazione anche se il servizio non c’è. Ingiusta gabella che la Corte Costituzionale ha bocciato (vedi riquadro nella pag. seguente), ma la casta si è letteralmente precipitata a ripristinare. Né i telegiornali parlano più di inquinamento del mare, come se il problema fosse stato risolto. 30 anni fa se ne parlava. E c’erano solo due Tg... n

 

UN MARE DI ILLEGALITÀ
Allo spregio “istituzionale” delle norme europee (e della natura) che rischia di farci pagare come cittadini italiani un patrimonio in multe per l'inadeguata depurazione in centinaia di Comuni, si aggiunge la sfilza di illegalità contro il mare nelle 15 regioni costiere. Un fenomeno in aumento ovunque, tranne che in Abruzzo, Marche e Basilicata. Nel 2010 forze dell'ordine e capitanerie di porto hanno rilevato 1.168 violazioni in più rispetto al 2009. Una su 3 registrata nel 2010 riguarda depuratori, scarichi e inquinamento da idrocarburi. In testa alla classifica ci sono Campania, Calabria, Puglia, Sicilia e Sardegna. La selva di questi crimini ambientali è vasta: «Impianti non a norma, scarichi non allacciati alle fognature – scrivono gli esperti di Legambiente nel dossier “Mare Monstrum” 2011 - perché provenienti da case abusive, alberghi e abitazioni private che scaricano direttamente in mare, sversamenti illegali di residui industriali direttamente nei corsi d'acqua, per non dimenticare le infiltrazioni della criminalità organizzata negli appalti per la costruzione o ristrutturazione di depuratori».

 

MULTE EUROPEE IN VISTA
Il danno è triplo: fanno pagare la depurazione anche se non c’è, in più dobbiamo pagare le multe e il mare è sempre più sporco

Lo scandalo dei reflui non depurati o depurati male, ha costi altissimi. Una beffa doppia. Innanzitutto si inquinano fiumi, mari e falde acquifere, danneggiando moltissimo la migliore risorsa che abbiamo, la natura, ed anche l'economia del turismo. A queste perdite, si potrebbero ormai aggiungere le salatissime multe europee. Vi sono un paio di procedure di infrazione contro l'Italia per la violazione della normativa Ue sul trattamento delle acque reflue. Spiega una nota della Corte di giustizia dell’Unione europea, “il ricorso è volto a far dichiarare l’inadempimento dell’Italia rispetto ai suoi obblighi”. La cosa riguarda “un gran numero di agglomerati non disponevano (al febbraio 2009) di sistemi di trattamento secondario delle acque reflue urbane che permettesse di trattare, in modo completo ed in ogni momento dell’anno, tutti i reflui prodotti” sottolinea la Corte. Tali agglomerati, ossia aree che ricompnredno vari comuni e abitati, “non garantiscono un trattamento completo di tutto il carico inquinante generato in condizioni normali e, a maggior ragione, non garantiscono un trattamento sufficiente del carico che tenga conto delle variazioni stagionali”. Il problema riguarda senz'altro il sud, ma tra le almeno 143 città medio-grandi interessate ci sarebbero anche Milano (che nel 2000 ancora non aveva un depuratore...), Firenze, La Spezia, Padova, Rovigo, Urbino, Pesaro, Cagliari, Frosinone, Monza, Brescia, Forlì, Aosta, Vicenza, Gorizia, Pordenone. Se l'Italia non si sbriga a rimediare, i cittadini oltre a restare senza servizi e a subire l'inquinamento, finiranno per pagare sanzioni pecunaiarie tra gli 11.000 e i 714mila euro per ogni giorno di ritardo. Oltre a questa procedura d'infrazione aperta nel 2009, un'altra specifica riguarda la Lombardia, con centinaia di comuni coinvolti dal rischio di pesanti multe. Quanto? Difficile stabilirlo.

«La Regione Lombardia parla di una cifra nell'ordine di mezzo miliardo di euro in tutto – spiega Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia - in merito alle infrazioni europee, ai numeri e ai dati precisi è tutto secretato dagli uffici della Commissione Europea, forse tra sei mesi potrebbe arrivare l'emanazione della sentenza della Corte di Giustizia europea. Comunque si tratta di circa 190 agglomerati, un insieme di più abitati con almeno 15.000 abitanti equivalenti (anche fabbriche), che riguardano oltre 400 Comuni. Non ci sono precedenti su questa specifica di violazione della Direttiva 1991/271/ CE».

Abbiamo dunque questo primato: siamo i primi in Europa a “conquistare” questi severi richiami dall'Unione Europea. Intanto a marzo scorso si è conclusa un'altra procedura d'infrazione: la Corte di Giustizia europea ha condannato il nostro Paese per la violazione di un'altra direttiva, la Ipcc 2008/1/CE, sulla riduzione dell'inquinamento dalle fabbriche in aria, acqua e suolo.
 


POPOLAZIONE URBANA SERVITA DA DEPURAZIONE

Abitanti equivalenti effettivi urbani, solo civili, serviti da impianti di depurazione che effettuano trattamento secondario e terziario (cioè con sistemi per il disinquinamento vero e proprio dalle sostanze) sugli abitanti equivalenti totali della regione

Fonte: Istat, Sistema di indagine sulle acque (SIA) 2009


INSISTONO A FARCI PAGARE LA DEPURAZIONE CHE NON C’È
Gli utenti devono pagare il canone di depurazione soltanto se gli viene fornito davvero il servizio. Questa elementare regola è stata ribadita lo scorso aprile dai massimi giudizi italiani. La Corte di Cassazione ha stroncato l'odioso balzello, già bocciato dalla Corte Costituzionale ad ottobre 2008 ma poi immediatamente reintrodotto dalla casta politica a febbraio 2009 con la legge n. 13. La Cassazione ha sottolineato che deve essere rispettato “il principio della corrispettività tra la quota dovuta ed il servizio di depurazione”. Cioè, si deve pagare solo per ciò che si riceve.
 


E SE CI SONO, GLI IMPIANTI SONO SPESSO MALGESTITI
La presenza di un depuratore purtroppo non significa automaticamente depurazione efficace. Spesso questi impianti non sono adeguatamente gestiti, vanno in tilt perché sottodimensionati, si rompono e non vengono riparati. Tanto che con frequenza preoccupante le forze dell'ordine arrivano a sequestrarli. Qualche esempio: nei mesi scorsi la Procura della Repubblica di Lamezia ha sequestrato e chiuso 16 depuratori in provincia di Catanzaro.

“L'età media degli impianti censiti corrisponde a 16 anni, periodo in cui iniziano a manifestarsi fabbisogni di rinnovo e di adeguamento tecnologico”, si legge nella relazione che a luglio 2004 presentò al Parlamento l'allora Comitato di vigilanza sulle risorse idriche (Coviri), che esaminò la situazione dei servizi idrici del 45% degli italiani (41 Piani d'Ambito). Ma non si sono visti adeguati investimenti sui quali, invece “nel complesso, nel periodo 1993-2001 […] si è registrato un trend particolarmente negativo […] più marcato con riferimento ai lavori pubblici finalizzati alla costruzione di impianti di depurazione” e “le risorse impiegate appaiono particolarmente scarse soprattutto laddove le necessità di intervento sembrerebbero maggiori, cioè nelle regioni meridionali”. In Italia solo nel 2006 si è recepito con una legge nazionale, dopo ben 15 anni, la Direttiva europea del 2001 sul trattamento delle acque reflue urbane.

Nel 2007 l'Ispra ha calcolato il livello di conformità dei depuratori alle nuove regole, cioè se e quanto le rispettano e quindi se e quanto depurano davvero. Il 21% della depurazione complessiva in Italia è risultata “non conforme”. Con punte minime di conformità davvero misere in alcune regioni: 28% in Sicilia, 57% in Liguria e 63% in Umbria. E a guardare i dati di Legambiente (“Ecosistema Urbano 2009”), ci sono capoluoghi di provincia delle regioni bagnate dal mare con efficienza della depurazione misera: a parte Imperia che risulta a zero, Benevento è al 21%, Catania al 23%, Trieste al 31%, Palermo al 39% e Nuoro al 40% e Latina depura con efficienza al 59%. Altro esempio, nella regione della Capitale d'Italia.

Il Reparto operativo aeronavale della Guardia di Finanza ha monitorato potabilizzatori e impianti di depurazione, con l'operazione “Fiumi e laghi blu”: fino a settembre 2009 il 72% sono stati trovati con irregolarità (nel 2004-2005 erano addirittura l'86%). «Gli ecosistemi fluviale e marittimo sono costantemente minacciati dagli scarichi illegali di acque reflue provenienti da depuratori industriali urbani mal gestiti. Dai controlli effettuati è emerso che la responsabilità primaria è dei gestori e dei titolari degli impianti». Parola della Guardia di Finanza.


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