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Sean Penn: In Italia grazie a Sorrentino

Il premio oscar in autunno nel nuovo film del regista de “Il Divo”

Lun 25 Lug 2011 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 8

Invecchiando la sua espressione dolente diventa sempre più sexy e profonda. Invecchiando, come il buon vino, diventa sempre più bravo e, va detto, ‘gigione’. Come un campione che fa un colpo di tacco di troppo, ma comunque non puoi non amarlo. Dopo l’Oscar per la strepitosa performance in “Milk” - in cui, signorilmente, si dichiarò sorpreso perché considerava il collega Mickey Rourke più meritevole del riconoscimento, nonostante il loro rapporto non idilliaco -, è tornato con ben due film: comprimario di lusso in “The tree of life” di Terrence Malick, protagonista assoluto in “This must be the place” (in autunno nelle sale italiane) del nostro Paolo Sorrentino, on the road di una rockstar alla ricerca di se stesso e del carnefice nazista del padre, sopravvissuto con il corpo, ma non con l’anima, all’Olocausto. Lo avevamo incontrato per “Into the wild”, a Roma, e nel frattempo è successo di tutto. è finito il matrimonio con Robin Wright, ha avuto una breve liaison con Scarlett Johansson, tra New Orleans e Haiti, il suo impegno a favore degli ultimi del mondo è aumentato, e, diciamocelo, il suo proverbiale caratteraccio è peggiorato. Tanto che a Cannes ha disertato la conferenza di Malick per dedicarsi unicamente a quella del film in cui era protagonista. Quello che Ilaria Ravarino, brillantissima collega, ha definito un road’n’roll.

Sean Penn incontra l’Italia grazie a Paolo Sorrentino. Ci racconta com’è successo?
«Ci siamo incontrati la sera della cerimonia dopo la consegna dei riconoscimenti del Festival di Cannes. Come sapete io ero il presidente della giuria che lo premiò per “Il Divo”. Durante la foto con la giuria e i premiati, ho detto a Paolo: “quando vuoi, dove vuoi, io ci sarò”. Quel film, quel regista mi avevano profondamente colpito. Un anno dopo, mi ha telefonato e mi ha inviato questa meravigliosa sceneggiatura. Ho detto subito sì. Paolo è un artista: con una metafora posso dire che, se lui fosse un pianista, io gli girerei le pagine!».

Cosa l’ha attratta di questa storia?
«Sono sempre stato affascinato dalle opere che riflettono sul senso della vita, ma non ho mai trovato un'articolazione precisa di questo concetto, almeno fino a che non ho incontrato Paolo. Scherzando gli dico sempre che fa film rapidi su persone lente e film divertenti su persone tristi. Inoltre ha un'incredibile capacità di rappresentare l'umanità».

Come avete lavorato sul personaggio e sul film?
«Abbiamo parlato molto con Paolo del film. Abbiamo discusso, per esempio, sulla depressione e in particolare sulle sue “conseguenze” sul fisico. è stato interessante capire subito che un regista come lui riesce a visualizzare benissimo il film anche prima di girarlo. Aveva idee molto chiare sul personaggio. è un piacere raro lavorare con un regista come lui, perché ha una visione coraggiosa, forte. Secondo me, è uno dei più grandi registi della nostra epoca e continuerà per tanto tempo a creare in maniera originale, lui dà grande ispirazione a un attore. è uno che riesce a fare una cosa in cui pochi ormai riescono: sorprenderti, portarti altrove. Ho visto il film con mio figlio diciassettenne e anche a lui è piaciuto molto: ha detto che non aveva visto niente di simile fino ad ora. E lui è un duro banco di prova».

Questo film, però, sia per la colonna sonora che per il tema, è molto rock!
«Il rock è una sorta di malattia della società perbene e borghese, una patologia buona. La storia del film è una ricerca per uscire dalla depressione, cosa che il rock è sempre stato, perché incarna l’idea di una società migliore e più giusta.

Anche da regista ha girato un “on the road”, “Into the wild”. In entrambi i casi il viaggio è fisico, ma anche sentimentale. Per ritrovare se stesso anche lei viaggia?
«Credo che ciò che più mi fa avvicinare all’esperienza vissuta in questi film dai personaggi citati, tra tutte quelle che ho fatto, sia la mia esperienza in mare e i viaggi che ho compiuto in barca. Niente a che vedere, quindi, con le esperienze di Cheyenne (il protagonista di “This must be the place” - ndr) o del ragazzo interpretato da Emile Hirsch, Christopher McCandless. Credo solo che certe esperienze servano a trovare o a riconquistare la libertà, liberandoci dai condizionamenti esterni».

L’impressione è che in ogni film lei esprima la rabbia per l’America in cui vive.
«Non solo questo, ma probabilmente questo sentimento c’è. è inevitabile, mi viene spesso in mente la canzone in cui Bruce Springsteen dice “guardate quanta strada abbiamo fatto e quanta ne abbiamo fatta per tornare indietro”. Questa stessa rabbia, però, credo sia il mio combustibile».

Questo film sprigiona la sua rabbia con il sentimento della vendetta. Anche questo fa parte di lei?
«No, ma fa parte del mio Paese. La vendetta è un tema che appartiene agli Stati Uniti: basta guardare la reazione scatenata dall’uccisione di Osama. Ma la vendetta nel film è solo una molla, non ciò attorno a cui si costruisce la storia. è un pretesto, la cosa più importante è il viaggio del mio personaggio, un innocente naif alla ricerca di sé. Nel film la vendetta è qualcosa di impalpabile, un'idea che accompagna il protagonista nella sua ricerca e nel suo viaggio. è il motore che spinge Cheyenne ad abbandonare il suo rifugio e a conoscere veramente se stesso nel momento della scoperta del mondo».

Passiamo a temi più leggeri. Si dice che lei abbia apprezzato molto il set in Irlanda!
«Lo ammetto, trovo che sia un paese bellissimo e che Dublino sia una città fantastica. Non era la prima volta che ci lavoravo e, nonostante la recessione, rimane un luogo speciale. E mi sono divertito molto con gli irlandesi, che rimangono la risorsa più importante del loro Paese».

 

PREMIO OSCAR
Il suo debutto come attore avviene nel 1974 in un episodio della serie “La casa nella prateria”, mentre al cinema arriva nel 1981 con “Taps - Squilli di rivolta”; seguono “Bad Boys” (1983), “A distanza ravvicinata” (1986), “Shanghai Surprise” (1986) e “Non siamo angeli” (1989), “Carlito's Way” (1993). Nel 1996 è protagonista di “Dead Man Walking”, di “La sottile linea rossa”, “Mi chiamo Sam”. Nel 2003 con “Mystic River”, di Clint Eastwood, vince l'Oscar; seguono “21 grammi”, “The Interpreter”. Dirige “Into the Wild - Nelle terre selvagge”. Nel maggio del 2008 è presidente della giuria del Festival di Cannes. Il 22 febbraio 2009 vince il suo secondo Oscar per la performance nel film “Milk”. Nel 2010 lo abbiamo visto in “Fair Game”, “The Tree of Life”. In autunno in Italia arriva il film di Sorrentino “This Must Be the Place”.


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