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Don Aniello: Gesù è più forte della camorra

I suoi 16 anni a Scampia, uno dei quartieri più difficili di Napoli

Gio 28 Lug 2011 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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Don Aniello Manganiello per 16 anni ha rappresentato la voce e le mani di Scampia. Aveva “paura” di Napoli al suo arrivo, nonostante fosse la sua città. Aveva paura come tutti gli uomini che si trovano a vivere in una realtà che molti amano raccontare, senza averla mai vissuta veramente. E Don Aniello ha deciso di “sporcarsi le mani”, di scendere tra la gente, abbattere le mura che separavano la vita dalle Istituzioni (quelle civili e religiose), cercando di far capire alla gente di Scampia, ultimi tra gli ultimi, che una vita diversa è possibile, che la legalità può esistere, che combattere la camorra si può e che chi nasce a Scampia non ha un destino segnato. Dopo 16 anni, tante battaglie perse e tante vinte, dopo aver dimostrato di non aver paura di nulla, neanche di quelle Istituzioni che a volte ostacolano il cammino, è stato sollevato dall'incarico “ufficialmente per l’avvicendamento naturale”. Tornato a Roma, al Trionfale, dopo 3 mesi ha deciso che era arrivato il momento di prendere un anno sabbatico e di raccontare la sua Scampia. Da poco, edito dalla Rizzoli, è stato pubblicato “Gesù è più forte della Camorra”, in cui Don Aniello, con l’aiuto di Andrea Manzi, racconta quei giorni, i mancati incontri con i politici, gli incontri veri con la gente. Quella stessa gente che è scesa in Piazza per protestare contro il suo allontanamento. Ora Don Aniello vive a Camposano, suo paese di origine... e anche lì sta lasciando un segno.

Perché non sei più a Scampia?
«Ufficialmente per la regola dell’avvicendamento. Il problema è che alcuni episodi, alcuni passaggi, interventi, situazioni dove ha un ruolo forte il Cardinale di Napoli e i parroci di Scampia che non hanno mai gradito i miei interventi nel tema della politica, del sociale, sulla realtà, sul degrado del territorio di Scampia, hanno sicuramente in qualche modo condizionato la decisione dei miei superiori nel trasferirmi. Ecco perché ho contestato, ho fatto fatica ad accettare l’obbedienza perché non mi sembrava libera da qualsiasi condizionamento. Ecco perché la comunità di Scampia, la mia parrocchia ha fatto una fiaccolata, è scesa in piazza, 2000 persone hanno contestato».

Dove sei ora?
«Dopo aver lasciato Roma, sono tornato a Camposano, il mio paese natale. Sono in un rione popolare, vivo da mia sorella che è vedova. C’è lì una parrocchia ed io mi prendo cura della comunità attraverso la visita agli ammalati, attraverso un lavoro di monitoraggio delle povertà che ci sono e dei bisogni. Mi sto attivando per dare dei riferimenti ai giovani che sono un po’ spaesati. E poi, dal momento che il libro è stato pubblicato, vado in giro dall’Italia dove vengo invitato da politici, associazioni…».

Commenti al libro?
«Non ho avuto nessun riscontro né da parte della mia Congregazione né da parte della Curia di Napoli. Silenzio totale. Non so se sia disprezzo o indifferenza o il tentativo di fare terra bruciata».

Cosa provoca questo in te?
«Grande amarezza. Tante volte mi dico: “pensavo di avere una famiglia ed è stata solo un’illusione”. Perché non ho avuto nessuna difesa. Mi hanno dato dello showman, dell’esibizionista, di uno alla ricerca di fama e celebrità, di essermi cucito addosso il ruolo di prete anticamorra, di essermi inventato le minacce».

Il sostegno di chi ti ha stupito?
«L’opinione pubblica, soprattutto la mia gente che mi ha sempre voluto bene e me lo dimostra ancora. I giovani dell’Associazione sportiva Don Guanella di cui sono ancora presidente. Tanti attestati di solidarietà e di stima».

Cosa ti ha insegnato Scampia?
«Scampia mi ha insegnato una vita essenziale. La bellezza di stare dalla parte dei poveri, di stare vicino a loro. Mi ha insegnato la speranza».

Quanto ti manca?
«Vado spesso, almeno due o tre volte a settimana, a Santa Maria della Provvidenza, la mia parrocchia. Ogni volta che vado, le emozioni sono grandi. L’essere stato privato di quella esperienza mi provoca sempre un dolore nuovo».

Cosa significa avere la vocazione?
«Sai, la mia vocazione, con tutte le sue fragilità si sviluppa in una situazione di grande povertà e di disagio economico e in un contesto di grande fede e di abbandono nelle mani di Dio. Credo che siano questi i due elementi: grande fede e grande senso di abbandono nelle mani di Dio, in un contesto di povertà».

Cosa vuoi dire ai giovani?
«I giovani hanno bisogno di modelli, di vedere una chiesa nuova, essenziale, chiesa del grembiule, come diceva Monsignor Tonino Bello, morto nel ’90. Vedere una chiesa che educa più che insegnare, che accompagna alla scoperta della felicità, delle cose belle. Una chiesa vicina ai giovani senza la preoccupazione di imporre delle verità, ma di cercarle insieme a loro. Questo penso che i giovani vogliono. I giovani sono come quelli di ieri. Non hanno nulla di meno. Quindi vanno accompagnati, non aiutati. Hanno bisogno di una chiesa che condivida il loro percorso e che li vada a cercare là dove stanno, vivono e si divertono».

Sei stato contrapposto a Roberto Saviano dai media: cosa è sbagliato in questo tipo di messaggio?
«Non mi piace questa accentuazione della mia posizione che invece è complementare a quella di Saviano, e viceversa. Quando io parlo di anticamorra delle opere intanto riprendo un pensiero di Sciascia, che diceva che non è sufficiente per debellarla l’antimafia delle parole. Per esempio il mio libro è uno strumento per educare alla legalità, all’esercizio del diritto di cittadinanza, a combattere tutto ciò che è espressione del non rispetto degli altri e delle leggi. Però, a fronte di tutto questo, delle fiaccolate, delle manifestazioni, ci vuole anche l’antimafia delle opere. Nello specifico parlando del territorio di Scampia, più noi miglioriamo la qualità della vita di quella gente e più la camorra non ha dove attingere manovalanza. Gli togliamo l’ossigeno e il territorio. Quindi questa contrapposizione fatta dai giornali e dalle televisioni non va bene».

 

VIVERE A SCAMPIA
È stato da poco pubblicato per la Rizzoli “Gesù è più forte della camorra”, il diario in prima linea dei sedici anni napoletani di Don Aniello, coadiuvato da Andrea Manzi. Un richiamo forte a chi propone parole nobili – legalità, moralità, non violenza – eppure si tiene lontano dalla realtà del quartiere. Una testimonianza necessaria per capire cosa significa nascere, vivere e morire a Scampia.


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