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Giornalista in Africa

Spazio all’altra Africa: quella coraggiosa e operosa, fatta di giovani professionisti

Ven 29 Lug 2011 | di Boris Sollazzo | Media
Foto di 3

Burkina Faso, Ouagadougou. Con la mia compagna, Marie-Eve Ciparisse, abbiamo deciso di seguire il Fespaco, una gemma, un festival di cinema biennale divenuto centrale nel continente africano grazie al capitano Thomas Sankara, eroe nazionale e capo di stato che diede gli anni migliori, suoi e del paese, per rendere la sua terra natia un luogo migliore. Fu fatto fuori dal suo delfino, tuttora al potere. Nella peggiore tradizione dell’Africa che noi occidentali conosciamo, giudichiamo, guardiamo con superiorità e paura. Noi, però, abbiamo cercato l’altra Africa, quella operosa e coraggiosa, fatta di giovani professionisti che non vogliono fuggire, ma migliorare insieme al proprio paese.

GENERAZIONE DI FENOMENI
Marie-Eve, che qui è stata un anno come cooperatrice internazionale, mi ha presentato un giornalista, Christian Koné. Un rappresentante di questa generazione di fenomeni.
«Ho 31 anni, ho studiato giornalismo all’università di Ouagadougou, sono giornalista radiofonico presso Radio Nostalgie. Mi occupo di raccogliere le informazioni, fare il servizio dalla A alla Z e presentarlo». Christian guarda il nostro microfono, gli viene naturale parlare come se fosse in diretta.
«In Burkina è un vantaggio essere giovane, soprattutto se sei formato per fare il tuo lavoro». è già caporedattore - io sono un suo collega e lui si stupisce scoprendo che sono un precario - e ci sorprende parlando del suo paese come di una terra delle opportunità.
«In Burkina si è giornalisti senza veramente essere formati per diventare tali. Se in una redazione c’è qualcuno che è più formato, le responsabilità, quando ce ne sono, cadono automaticamente su di lui. E a me è capitato esattamente questo. Ho iniziato come deejay nel 2000, poi ho studiato da giornalista per acquisire competenza, perché il grande dibattito in questo momento nel nostro paese non è se è meglio l’essere giovani o vecchi, ma se si è formati oppure no. Ci sono tanti pionieri del giornalismo burkinabé che hanno aperto la strada a noi, al fianco dei quali siamo cresciuti e abbiamo imparato tanto. A loro dobbiamo rispetto. E poi ci sono tanti giovani preparati, ma attenzione: la scuola di giornalismo non è sinonimo di bravura».

CAPACI DI INFORMARE
La scuola dura due anni e ha 15 materie. «Attrae studenti da ogni parte della regione: Nigeria, Mali, Costa d’Avorio, Camerun, Gabon. Alcuni di noi finiscono in grandi network, anche internazionali come France 24, Africa 24, BBC. Non forma giornalisti “da dibattito”, ma professionisti capaci di fare informazione: perciò si studiano diritto costituzionale, diritto imprenditoriale, antropologia, sociologia, tutte cose che fanno sì che ognuno di noi abbia gli strumenti per dire la sua in ogni situazione. Un giornalista deve in teoria conoscere tutto».

Sorrido, spiegandogli che in Italia il livello di professionalità, spesso, è più basso. Sorride anche lui. E continua, riflettendo sui media stranieri in Burkina Faso e in tutta l’Africa. «Per quanto riguarda la radio non posso lamentarmi, perché l’informazione con cui RFI e BBC innaffiano il continente con comunicazioni continue è di buona qualità, ma la televisione offre immagini pessime, si finisce sempre per parlare del lato brutto del continente: dalla ribellione in Ciad al conflitto in Darfur o alla guerra in Somalia, l’immagine dell’Africa sui canali stranieri è desolante. Sicuramente molte cose non vanno bene, ma parlare solo di questo scoraggia chi invece avrebbe voglia di cambiare le cose. Inoltre questi sono anche i canali visti da chi di noi si è trasferito all’estero e, quando accende la TV per sapere cosa succede a casa e vede solo le cose brutte, non vorrà mai tornare ad investire e a concretizzare i suoi sogni nel continente. Le immagini che si vendono meglio dell’Africa sono quelle delle barbarie o delle tragedie umanitarie e, quando vengono richieste sul mercato, è perché si vuole implicitamente quel tipo di iconografia. Ma questo è anche e forse soprattutto un continente che pullula di idee di sviluppo, cosa che sembra non interessare nessuno». Anche sulla radio confessa di preferire «la BBC, sei notiziari al giorno e solo fatti. La RFI, in qualche modo, è ancora lo sguardo dei coloni che se ne sono andati, ma seguono quello che accade nelle ex colonie molto da vicino».

75 EURO AL MESE
Ma tutto il mondo è paese e, quando Christian parla dei problemi della categoria in Burkina Faso, chiaramente ne sottolinea la situazione precaria. «Il salario, che dopo 4 anni di giornalismo e 2 di praticantato percepisco, basta appena per vivere nella capitale. E, se chiedi un aumento, i capi te lo rifiutano, ricordandoti che ci sono colleghi meno qualificati che fanno la fila dietro di te». Il 6 gennaio 2009, proprio per ovviare a questo, il governo ha approvato la “convenzione collettiva dei giornalisti”. Se venisse applicata, Christian dovrebbe guadagnare attualmente il triplo. «Esiste, certo, ma non può essere attuata. E, se io scrivo un articolo che poi mi crea dei problemi, sono io a dovermi trarre d’impaccio.
Nessuna indennità di trasporto, nessun rimborso per l’alloggio. Con 40 o 50.000 Fcfa al mese (ndr: 60-75 euro al mese!) come salario minimo, non vai lontano. Se poi hai moglie e i figli a carico, è un altro problema. Eppure il mercato funziona bene e gli editori hanno uno standard di vita molto alto, hanno case e macchine molto belle».

LA TECNICA DEL GOMBO
Prima di salutarci, ci svela la tecnica del “gombo” (verdura usata in cucina per rendere le salse più “collose”). In Italia la chiamerebbero marchetta. «Si stabilisce con le autorità interessate un prezzo per ritrarle al meglio. Il problema è che non c’è un ordine, una tessera da giornalista, un organo che sorvegli il nostro lavoro e la nostra deontologia. E poi lo Stato sovvenziona ogni anno la stampa privata: ma questi soldi dove vanno? Non certo a noi, che usiamo mezzi nostri per lavorare. La passione per questo lavoro ci fa andare troppe volte oltre le nostre possibilità». Occhi determinati, si congeda da noi: deve andare a verificare una notizia e poi tornare alla radio. Ovviamente con la sua moto, ad occhio e croce più vecchia di lui.

 

FESTIVAL DEL CINEMA PANAFRICANO
Il Festival Panafricain du Cinéma de Ouagadougou (Fespaco) è un festival cinematografico che viene allestito ogni due anni a Ouagadougou, in Burkina Faso. Il premio è stato istituito nel 1969 ed è probabilmente l’evento principale del cinema africano. La visibilità internazionale dell’evento ha permesso a molti giovani registi africani di farsi conoscere nel mondo. La ventiduesima edizione si è svolta lo scorso marzo.


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