acquaesapone Interviste Esclusive
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Lorenzo Cherubini: Penso positivo

L'infanzia, serbatoio inesauribile di prime volte

Lun 22 Ago 2011 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
Foto di 11

Jovanotti il dj, il ragazzo dinoccolato, il senza pensieri, lo scanzonato che ama la notte e poi il Jovanotti che ci fa ballare, che ci fa piangere, riflettere e che canta la vita, l'amore per Francesca e per Teresa. è cresciuto Lorenzo Cherubini e, con lui e le sue canzoni, siamo cresciuti noi: i ragazzi della notte di allora, gli Uomini di oggi. Anche se 'la foto della scuola non gli assomiglia più', Jovanotti è lì di fronte a me e in lui c'è quel poco più che adolescente che cantava "Sei come la mia moto", ma c'è anche l'uomo che impara dalla figlia a guardare il mondo ancora con stupore, nonostante i dolori inevitabili incontro ai quali la vita lo ha portato: «Molti dicono che io sia un ottimista, ma è una parola che non mi dice molto, che è restrittiva. Ti posso dire come io reagisco alle cose. Per esempio se mia figlia ha la febbre, non mi dispero ma la guardo e dico "allora, che si può fare, quanto c’hai, 37? Allora stai una nottata a letto e vedrai che domani starai bene". Altri reagirebbero disperandosi, ricorrendo ad antibiotici… Ecco io affronto le cose con uno sguardo positivo, poi chiaramente gli slogan riducono tutto. Sino ad ora ho avuto questo sguardo sulla vita e cercherò di rimanere così sempre».

Da cosa nasce il successo di una canzone?
«Credo che il successo di una canzone, il suo grado di penetrazione nel vissuto, nelle anime delle persone dipenda da qualcosa di insondabile che ha a che fare con l’autenticità… una canzone funziona non perché è ottimista o pessimista. Ma perché c'è dentro autenticità».

Di cosa nutri la tua creatività?
«Sono appassionato di tutto. E nella mia formazione professionale le immagini hanno avuto e hanno un valore importante. Da piccolo non ero vorace di libri - ho cominciato a leggere molto più tardi - ma ascoltavo e guardavo. Anche ora quando lavoriamo alla progettazione di uno spettacolo, quando scrivo una canzone, lavoro e ragiono soprattutto per immagini. Sono un divoratore di pittura, grafica, cinema, tv...».

Come nascono le tue canzoni?
«Quando scrivo una canzone la guardo da più punti di vista. Se osservo questa bottiglia, la vedo da un certo lato. Ma se la guardo dall'altra parte, ho un'altra prospettiva. Ecco, io faccio lo stesso con la canzone che cerco di costruire per immagini tridimensionali. Dietro una canzone c'è un complesso lavoro di progettazione. Un po' quello che faceva Cezanne. Sono stato recentemente nella sua casa in Provenza ed è stato bellissimo vedere dalla sua finestra ciò che lui vedeva. Lui, guardando da quella finestra, ha dipinto quel paesaggio almeno 300 volte. Eppure ogni volta era un paesaggio diverso. Certo, se io fossi vissuto in quella stanza forse non avrei prodotto dei quadri come i suoi, perché la differenza in quel caso non la faceva la stanza, ma il suo sguardo. Il suo punto di vista, che è fondamentale!».

Anni fa hai scritto la canzone "La linea d'ombra": cosa rappresenta per te?

«La canzone è nata dopo che un amico, più grande di me, mi consigliò di leggere questo libro di Conrad. Mi piace chiedere, ascoltare i percorsi degli altri. Ricordo che lessi le prime tre pagine e poi scrissi la canzone: mi bastò quella scintilla per far nascere in me una immagine forte! La mia linea d’ombra, allora, era diventare grande. Mio padre lo era diventato a 18 anni, perché il padre era morto ed era dovuto crescere necessariamente. Oggi questo appuntamento con la maturità, soprattutto in Occidente, si è spostato. Ma, a prescindere dal momento, ad un certo punto del tuo percorso devi fare delle scelte. Quella è la linea d’ombra. Il fatto che io sia un cantante popolare, nel profondo non cambia le cose. Il passaggio arriva nella vita di qualsiasi essere umano, a prescinder se sei un pasticcere o un cantante. La linea d'ombra è il prendere coscienza che i genitori sono persone, presa di coscienza dolorosa, significa capire che sono esseri umani, che tuo padre non è l’essere invincibile, insormontabile. E che tua madre diventa più piccola, perché diventa anziana».

è diventare adulti e responsabili...
«Nella vita di un essere umano, ad un certo ponto, arriva un carico di responsabilità, parola bellissima, perché significa capacità di rispondere. Ad un certo punto, quando il mondo ti fa una domanda, tu devi saper rispondere. Non puoi dare una risposta evasiva o più di una risposta. Questa presa di coscienza, questo passaggio deve avvenire. Quando avrai persone che dipenderanno da te, capirai che questo è il mondo: crescere è rispondere e farsi carico anche di cose che possono fare male».

Come fai a provocare grandi emozioni con parole semplici?
«Ci lavoro… non faccio altro dalla mattina alla sera. Non stacco mai. Sono sempre acceso rispetto alla ricerca di suggestioni. Chi mi frequenta pensa che io sia pazzo… Non lavoro solo quando sono in uno studio di registrazione, ma lavoro sulle emozioni, anche in maniera compulsiva, ogni attimo. Dalla mattina alla sera. Ogni cosa che vedo la registro nella mia testa, perché la materia prima delle canzoni è la vita. Se decidiamo di fare uscire un disco nel giro di due anni, io vado in libreria e compro libri a caso. Vado su internet, viaggio. Vado a vedere il saggio di danza delle amiche di mia figlia e guardo nei loro occhi e nei loro corpi cosa significa la vita, cerco di capire cosa significa vivere l’emozione del palco per la prima volta. Vado in mezzo alla gente, osservo chi passa, chiacchiero. Prendo la metro a Città del Messico e decido di scendere alla fermata Barranca del Muerto della metro soltanto perché mi piace il nome e forse un giorno quel nome mi servirà in una canzone, per una rima. E allora scendo a quella fermata e arrivo in un  posto che potrebbe essere la periferia di Cosenza. Mi siedo, prendo un caffè e registro ciò che vedo. Le emozioni arrivano da qualsiasi situazione. Lavoro molto!».

Un lavoro che non ha orari...
«Si chiama lavoro ma non è soggetto ad alcune caratteristiche tipiche del lavoro. Io credo che se vuoi una cosa dipende tutto da te, dall'energia che ci metterai! Sei tu a far la differenza. Comunque l'impegno, a rescindere dal risultato, è già un risultato. L'applauso è solo un fiocco!».

Quando scrivi una canzone pensi al pubblico?
«Non sono un creatore di consenso… a volte in una canzone arriva il consenso, a volte non arriva e pensavi che sarebbe arrivato. A priori posso valutare solo che cosa dà a me quella cosa in quel momento! Parte dal me ogni cosa e anche le canzoni partono sempre dalla mia vita. Non è importante sempre avere successo. Importante per un artista è sempre fare quello che sente».
 
Cosa significa essere artista?
«Sul contratto discografico c’è scritto "Artista". E c’era scritto artista anche sul mio primo contratto. Certo è una parola ampia: Gigi D’Alessio e Leonardo da Vinci sono artisti. Poi di Leonardo ne stiamo ancora parlando, magari tra 500 anni di D’Alessio non ne parleranno. Penso che si è artisti se si ha qualcosa da comunicare e se senti di poterlo fare. Quando ero ragazzino mi buttavo a pesce quando c’era qualcosa che aveva a che vedere con il teatro, se si doveva scrivere sui muri. E se mi chiedessi che funzione ha l’artista ti direi che non ha una funzione specifica, come può essere quella di un medico o un ingegnere. Magari è colui che fa esplodere una emozione dentro una persona tanto da spingerla a chiedere la mano della ragazza… Un artista non ha attestati. I bambini non sono forse artisti quando fanno quei disegni meravigliosi alle elementari? Per me, mia figlia è stato un laboratorio pazzesco. Aveva a 5/6 anni una creatività irraggiungibile da me, che tendevo a razionalizzare. Picasso ha detto: "c’ho messo 80 anni ad imparare a disegnare come un bambino". I bambini sono tutti artisti. Probabilmente mantenere il punto di vista dei bambini con la responsabilità che cresce dentro di noi è difficile».

L'infanzia quanto è importante per un artista?
«Penso, come molti di quelli che fanno un lavoro come il mio, che l’infanzia sia un serbatoio inesauribile da cui attingere. In tutta la sua vita l’artista deve ridipingere il mondo come se fosse nuovo, come se lo vedesse per la prima volta. Così come lo vedono i bambini. L’infanzia è quella cosa lì, serbatoio di prime volte. Quindi anche io sempre, quando scrivo, torno bambino. Addirittura torno a quella fase prima dell’infanzia, prima del linguaggio. Le canzoni prendono vita lì. Prima di cominciare a parlare succedono delle cose che ti andranno a nutrire le canzoni, le emozioni, ancora prima di saper fare l’analisi logica, che non so fare neanche adesso. La faccio con mia figlia…».

Ai giovani cosa ti va di dire?
«Vivete, succhiate tutto ciò che c’è, fregatevene di tutto. Andate dritti per la vostra strada!».


Hai cantato nel giorno della Strage di Capaci
«Credo che non mi tirerò mai indietro quando qualcuno mi chiederà di mettere a disposizione la mia popolarità per ricordare che ci sono state persone come Falcone e Borsellino che hanno messo la loro vita a disposizione della crescita civica dell'Italia!».

“Io lo so che non sono solo”: ti sei mai sentito solo!?
«Sì e ho scritto quella canzone proprio perché mi sentivo solo. A volte capita che una canzone sia un tentativo di uscire da quello stato d'animo. Nelle canzoni racconto quello che vivo o quello che vorrei vivere. Quella canzone è pervasa di malinconia».

Eri a favore dell'America quando eri giovane e poi ti sei scoperto pacifista...
«In realtà sono espressioni che servono ai giornalisti, non mi riconosco negli stereotipi. La mia generazione è nata sotto l'influenza americana e cose generate dall'America: l’idea del farsi una carriera, di libertà, di essere padroni del proprio destino. Valori che sono ancora molto vivi in me. Poi ci sono altri aspetti che con il tempo prevalgono, come l’importanza della qualità della scuola pubblica che loro non hanno. Nonostante tutti i problemi che abbiamo, le nostre scuole pubbliche sono migliori delle loro. Ma l'idea americana del merito... Negli Usa sono importanti le idee: non devi essere figlio di qualcuno per affermarti. Puoi non essere nessuno e diventare superman o l'inventore di Facebook».

Quale rapporto ti legava a tuo fratello Umberto, scomparso 4 anni fa in un incidente aereo?
«è stato ed è ancora oggi il grande vuoto della mia vita, perché mio fratello mi ha insegnato tutto: mi ha insegnato ad amare la musica, mi ha protetto, mi ha coperto spesso quando facevo qualcosa, si prendeva le colpe, mi ha fatto diventare un boy-scout. Mi ha insegnato a riparare biciclette e poi è sempre stato un grandissimo entusiasta, di tutto. Quindi il rapporto è di infinito amore. Ogni volta che faccio un concerto è sempre con me. Prima lo sentivo qualche volta al telefono ora lo sento 24 ore al giorno. è sempre con me».

Cosa sognavi di fare da grande?
«Sognavo di diventare un pittore, un disegnatore di fumetti e cartoni animati! Leggevo l'uomo ragno e a scuola prendevo sempre 10 a disegno, ero proprio bravo. In realtà, però, quando si è piccoli non si sogna, le cose si sanno. Allora io dicevo “farò i fumetti”, “farò il disegnatore” e allora cercavo il modo di iscrivermi ad una scuola. Poi a 14 anni ho pensato di fare il cantante, anzi il rapper! Mi piaceva di più fare il dj, il produttore di musica dance. Il cantante vero e proprio è successo dopo… anche oggi non so se faccio quello». 

Il viaggio più bello che vorresti consigliare?
«Il viaggio più bello è stare insieme, condividere… non è importante il dove si va…».       



MI CHIAMO JOVANOTTI E FACCIO IL DJ
Nato a Roma il 27 settembre del 1966, diventa famoso negli anni ’80, lanciato da Claudio Cecchetto. Impossibile riassumere la sua carriera in poche righe. Primo italiano a lavorare per MTV, ha pubblicato 21 cd, ha collaborato con Ben Harper, Michael Frantis, The Beastie Boys, Bono degli U2, Planet Funk, Miguel Bosè, Jarabe De Palo, Pavarotti... Vive a Cortona, in Toscana, ha una figlia di 12 anni, Teresa. Ha sposato nel 2008 Francesca Valiani, dopo un fidanzamento di 15 anni. Nel 2008 l’album “Safari” è stato il più venduto in Italia con 600 mila copie.


Condividi su:
Galleria Immagini