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Luigi Lo Cascio: Mi esibivo ai semafori

“Le ascelle”, l’atletica leggera e l’iniziale odio per il cinema

Mar 23 Ago 2011 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Faccia scavata e pulita, minuto ed educato, ma potente e determinato appena sale sul palco o si grida “azione”. Eclettico e coraggioso, è stato uno psichiatra contro il sistema ne “La meglio gioventù”, il dj antimafia Peppino Impastato ne “I cento passi”, il terrorista Mario Moretti in “Buongiorno, Notte”, un eroe risorgimentale in “Noi credevamo”. E ora con Marco Tullio Giordana ha appena finito di girare “Romanzo di una strage”, che affronta la tragedia di Piazza Fontana.

Prima del debutto a teatro, chi era Luigi Lo Cascio?
«Ho studiato medicina due anni, pensando di fare lo psichiatra. Il guaio è che volevo anche fare dei viaggi per seguire l'atletica leggera con i miei amici del Cus Palermo. Pur di andare agli europei di Stoccarda, ai mondiali di Helsinki, alle Olimpiadi di Barcellona, ci autofinanziavamo con il teatro di strada. Eravamo cinque o sei, il gruppo si chiamava “Le ascelle”, facevamo pantomime quasi mute perché dovevamo essere internazionali. Per fortuna non rimane nessuna testimonianza: erano sketch che avevano a che fare con gli umori fisici! Tutto nasceva dal fatto che a Palermo, ai semafori, facevamo il juke box umano: con chitarra, bonghi e altri strumenti chiedevamo agli automobilisti quale canzone volessero e la eseguivamo. L'esibizionismo, insomma, c'era già! In una delle pantomime mi notò il regista Umberto Cantone, che mi propose per un ruolo in “Aspettando Godot”. Là mi sono innamorato del mestiere dell'attore, del camerino, della vestizione. Mi godevo ogni secondo anche quell'attesa quasi monacale, ma forse anche maniacale, di salire sul palco».

Quali erano il suo pezzo comico più apprezzato e la sua specialità nell’atletica leggera?
«Ne “Le ascelle” impazzava il mio sketch su come andare alla toilette in 10 modi diversi in vari paesi del mondo... Ma facevo anche degli scioglilingua, dei versi di Petrolini... In pista invece facevo il mezzofondo: a scuola ero il più basso, ma in V Ginnasio vinsi inaspettatamente tutte le gare dagli 800 in poi. Una dote di famiglia: mio padre e mio fratello erano ottimi marciatori. Il fatto, però, è che battevo tutti fino alle gare distrettuali, ma poi, essendo fortissima in Sicilia la scuola del mezzofondo, io ero sempre tra gli ultimi. Allora per fare le trasferte accettai di fare una specialità diversa: il salto triplo!».

In tema di maratone, sarà Dorando Pietri in tv.
«Sì. E credo di poter capire il suo dramma (a pochi metri dall’arrivo, mentre era primo, crollò: venne squalificato perdendo l’oro olimpico di Londra 1908 - ndr). A teatro, in uno spettacolo lungo, rischi di avere la stessa scissione del maratoneta: una parte di te ti chiede di fermarti, l'altra di continuare. E del film tv “Il sogno del maratoneta” mi affascina questo piccolo italiano che affrontava e batteva i colossi anglosassoni e americani, meglio nutriti e più ricchi».

Cosa c’è nella sua valigia dell’attore?
«è una metafora che mi fa pensare al baule in cui si portavano gli effetti personali, ma anche i costumi di scena. In questa scatola puoi trovare i trucchi, come quelli di un mago, per interpretare la tua maschera. Dal punto di vista della professione penso che non esista una valigia che possa contenere degli arnesi universali, perché vanno forgiati di volta in volta rispetto a ciò che affronterai. Materialmente porto dei medicinali, più per scaramanzia che per ipocondria. E dei libri».

L’Accademia Silvio D’Amico è stata determinante per lei.
«Ero compagno di Favino, Boni, Gifuni, una classe veramente bella. E avevamo maestri come Ferrero, Manzari e Costa. Con loro feci tre anni, al quarto feci lo spettacolo con Patroni Griffi. Per me è stata indispensabile l'Accademia dove ci si esercita in uno spazio protetto: confrontandoti con grandi personaggi, impari ad essere alla loro altezza».

Confessi, però: lei odiava il cinema, vero?
«Un po' mi vergogno a dirlo, ma avevo uno stupido pregiudizio sul cinema che nasceva dal confronto con il teatro. Il mestiere dell'attore per me passava dal palco e dagli sceneggiati tv in cui Stoppa, Celi e Cervi recitavano con un’impostazione fortemente teatrale. E andare al cinema, poi, per una famiglia numerosa come la nostra, voleva dire lasciare mezzo stipendio. Il punto è che i grandi testi teatrali possono essere riproposti continuamente, mentre il film è un'esperienza quasi irripetibile. Dopo “I cento passi”, però, ho scoperto che Herzog, Kubrick, Orson Welles non hanno nulla da invidiare a grandi autori».

è considerato uno dei massimi esponenti del cinema civile: le pesa questo ruolo?
«Io cerco sempre di non perdere la voglia e la possibilità di essere chiunque, di non farmi etichettare. Ma, quando senti che qualcuno ti dice “dopo aver visto I cento passi ho scelto Legge” oppure “grazie a Noi credevamo ora conosco il vero Risorgimento”, capisci che hai cambiato qualcosa».
 
Per questo ha appoggiato l’occupazione del Teatro Valle?
«Sì, e colgo l’occasione per ringraziare i miei colleghi che sono riusciti a occuparlo con costanza: quel teatro sarebbe assurdo perderlo. Anche io ci sono andato in una serata portando dei canti di Leopardi in cui diceva “Piangi che ben ne hai donde Italia mia”. Mi auguro che un'occupazione del genere possa far piangere meno l'Italia».

Qual è il sogno nel cassetto mai realizzato?
«Devo raccontarti un aneddoto buffo. Quando ero molto giovane, cercavo di emulare Bruce Lee. Allora ero molto mingherlino, un nanetto, subivo le vessazioni dei miei compagni. Mi consolavo immaginando sempre la stessa scena: ero in un vicolo di Palermo e a un certo punto vedevo una ragazzina importunata, “anquietata” da 5-6 malacarne (bulli, in dialetto siciliano - ndr). E io andavo là, mi toglievo la camicia bianca, mostravo dei pettorali mai avuti e col verso tipico di Bruce Lee, “uuuuu”, li mettevo in fuga e la ragazzina mi regalava il suo sorriso. Ecco, vorrei essere protagonista di un action movie!».   

 



CINEMA CIVILE
Nato a Palermo nel 1967, lo abbiamo visto ne  “I cento passi”, di Giordana;   “Luce dei miei occhi”; “Il più bel giorno della mia vita”; “La meglio gioventù”; “Buongiorno, notte”; “Mio cognato”; “La vita che vorrei”; “La bestia nel cuore”; “Il dolce e l'amaro”; “Miracolo a Sant'Anna”,   “Sanguepazzo”; “Gli amici del bar Margherita”; “Baarìa”; “Noi credevamo”.   
 


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