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Pietro Sarubbi: lo sguardo dell’ amore

Cosa è cambiato dopo “La Passione di Cristo”

Mar 23 Ago 2011 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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Può un film arrivare a toccare l’anima fino a cambiare l’esistenza non solo degli spettatori ma anche dei protagonisti che lo hanno interpretato?
Sì, se il film narra la Passione di Cristo con una fedele trasposizione del Vangelo, arricchita dai racconti delle visioni della Beata Anna Katharina Emmerick. Durante le riprese di quella memorabile opera, voluta per raccontare le ultime dodici ore dell’esistenza terrena di Gesù e costata dodici anni di preparazione al grande attore e regista Mel Gibson, gli addetti lavorarono in un ambiente caratterizzato dalla preghiera e da segni straordinari. Pietro Sarubbi, l’attore che in quella pellicola del 2004 interpretava Barabba, nel recente libro “Da Barabba a Gesù. Convertito da uno sguardo” racconta quella sua inaspettata esperienza.

Cos’è accaduto durante le riprese del film di Gibson che ti ha spinto a scrivere questo libro “Da Barabba a Gesù?
«Sul set si respirava una grande profondità e c’erano anche alcuni sacerdoti a disposizione degli attori per eventuali colloqui. Per girare la mia scena dovevo truccarmi fin dalle 4,30 del mattino e durante le innumerevoli prove iniziarono a sanguinarmi i polsi per le pesanti catene. In particolare mi impressionò l’immedesimazione e la serietà di Jim Caviziel, l’interprete di Cristo: era lacero e sofferente, pregava molto e mi fu d’esempio per entrare interiormente nel mio personaggio. Un giorno, durante le riprese, al momento di scendere dalle scale del Sinedrio, sentii come una leggera scossa mista a una sensazione di calore sulla spalla destra. Mi voltai d’istinto e rimasi spiazzato dallo sguardo enorme e soave dell’attore che interpretava Gesù: un’emozione forte, indescrivibile, che d’improvviso mi cambiò il cuore».

Cosa è cambiato in te dopo quell’episodio?
«Dopo quello sguardo iniziò in me un forte cambiamento. Già la sera stessa rimasi in albergo e per alcuni mesi non riuscii a dormire, ricordando sempre quel momento: non sapevo come affrontare quello che mi stava succedendo e non ero capace di parlarne neanche con mia moglie: improvvisamente mi accorsi di essere solo. Ci misi un anno a comprendere che il problema erano le mie resistenze nell’intraprendere un cammino di conversione. Stranamente, diversi giornalisti furono colpiti dal personaggio di Barabba e, dopo varie interviste, fui contattato da alcune persone che mi aiutarono ad aprirmi alla meditazione del Vangelo ed allo sguardo di Dio che passa attraverso la sua lettura».

Come reagirono i colleghi alla tua conversione?
«Migliaia di persone di tutto il mondo sono state profondamente toccate e cambiate da quel film, così come molti di coloro che hanno partecipato alla sua realizzazione. La maggior parte dei miei colleghi ha scelto però di non dirlo apertamente e mi fu ripetutamente consigliato di fare altrettanto per evitare di essere emarginato dall’ambiente dello spettacolo. Ma io non riesco a tenermi dentro questa grande gioia e continuo a condividerla anche nelle varie conferenze alle quali sono invitato: mi dispiace poter recitare molto meno di prima, ma non mi preoccupo perché mi fido di Dio e sono troppo felice di essere finalmente vivo».

Prima di allora eri interessato ai temi religiosi?
«Sono sempre stato molto attratto dallo studio dell’antropologia e del rapporto dell’essere umano con il divino: anche per questo ho girato tutto il mondo vivendo tra l’altro con i monaci tibetani e facendo meditazione in India. All’improvviso, qualche mese prima di essere contattato per il film, disperato perché con mia moglie non riuscivamo ad avere il secondo figlio, mi ritrovai a pregare come quando ero bambino».

Che tipo di padre sei?
«Ho cinque figli, dai ventuno ai due anni, con tutte le varie problematiche che le famiglie italiane devono affrontare; ho vissuto in varie Nazioni, ma purtroppo devo dire che non ho mai trovato un decadimento morale e sociale come quello che sta attraversando il nostro bellissimo Paese. Abitiamo nella campagna milanese e per qualche anno abbiamo provato a vivere in modo molto spartano, senza tv, telefono e riscaldamento. Con la crescita dei primi due figli abbiamo dovuto necessariamente diventare meno rigidi, ma cerchiamo di rimanere essenziali: un solo televisore, vacanze semplici e scambi di vestiti con altre famiglie. I nostri ragazzi sono felici, cucinano, curano l’orto e gli animali: quando mi capita di arrabbiarmi con loro, interviene sempre mia moglie Maria a ricordarmi che sono figli di Dio e non nostri. Ancora rimango sbalordito dall’evento che si rinnova alla nascita di ogni bambino: provengono dal nostro amore, ma sono altro da noi, diversi e meravigliosi».

Il famoso oncologo Umberto Veronesi ha recentemente affermato che “Quello omosessuale è l'amore più puro, al contrario di quello eterosessuale, strumentale alla riproduzione”. Come valuti queste dichiarazioni?
«Provo un grande dolore per Veronesi. Con quelle affermazioni è come se, inconsapevolmente, ammettesse che, nonostante i tanti figli e nipoti avuti, il suo amore verso una donna non è mai stato puro. Non sono un bigotto, però non mi va neanche di sperimentare la naturale gioia di essere uomo e padre passando per impuro!».

Cosa pensi delle controverse vicende private e professionali di Mel Gibson?
«Sono rimasto in contatto con lui e so che ha attraversato dei momenti molto difficili. Gibson è un grande e geniale professionista ma, come ogni essere umano, ha i suoi problemi personali. Ci confidò che attraverso la “Passione di Cristo” aveva voluto ringraziare Dio per averlo aiutato, sostenuto dalla moglie, ad uscire dalla depressione. Purtroppo però, dopo l’uscita del film, è stato tormentato ed esasperato sia nella sfera privata che lavorativa, arrivando a compiere gesti inconsulti. I nemici di Mel sono chiaramente tutte le major cinematografiche controllate da capitali ebrei. Non è una questione di razzismo o antisemitismo, ma è noto quanto la lobby ebraica negli Usa sia potente anche nella comunicazione e nel giornalismo: in poche mani è concentrato il potere di decidere e diffondere cosa è vero e falso, arrivando anche a distruggere l’esistenza di alcune persone. Pure il protagonista del film, Jim Caviziel, dopo la manifestazione della sua profonda fede cristiana, è stato fortemente emarginato».

Come vivi oggi la tua fede?
«Con il miracolo della conversione, Dio mi ha fatto un dono inestimabile e spesso mi sento di non esserne all’altezza: mi rendo conto di poter sembrare un esagitato, ma forse può capirmi solo chi ha avuto esperienze di conversione. Oggi comprendo che Barabba è il simbolo della nostra società sofferente e rappresenta l’uomo di cui Gesù prende il posto, caricandosi dei peccati dell’intera umanità. È molto difficile essere coerenti ogni giorno, soprattutto se siamo soli; dobbiamo essere indipendenti da tutti, ma è bellissimo sentire una comunità che ci sorregge: in questi anni mi sono cresimato e sposato in Chiesa, mentre tutti i miei figli si sono battezzati. Dopo la conversione ho scoperto anche l’importanza della preghiera, soprattutto quella per gli altri. Per me è più facile avere un rapporto con la Madonna: sento che Lei mi accoglie, perdona e rigenera. Nei confronti di Gesù ho ancora un certo timore reverenziale, anche in ricordo di quello sguardo…» .             
 



LA CONVERSIONE DI BARABBA
Nato a Milano nel 1961, Pietro Sarubbi esordisce giovanissimo in tv nel programma “Fantastico” di Rai Uno, mentre più tardi acquisisce popolarità con la presenza a varie puntate del “Maurizio Costanzo Show”. La sua vera passione è il teatro per il quale scrivere varii testi, oltre a recitare con Franco Zeffirelli e Gabriele Lavia. Partecipa a varie fiction televisive (“Casa Vianello”, “Il Maresciallo Rocca”, “Un medico in famiglia” e “Vivere”), mentre tra le interpretazioni cinematografiche segnaliamo “Il mandolino del capitan Corelli” di John Madden (2001) e “La Passione di Cristo” di Mel Gibson (2004). Sulle vicende legate a quest’ultimo film ha recentemente pubblicato il libro “Da Barabba a Gesù. Convertito da uno sguardo” (ed. Itaca, 2011). Docente di Regia presso la Scuola di Cinema e Televisione della Fondazione Milano, è sposato con cinque figli e abita nella campagna padana con uno stile di vita essenziale; non guida l’automobile, mentre le sue passioni sono le arti marziali, il rugby e l’allevamento di canarini.
 


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