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Caso Calipari: il mistero rimane

Giuliana Sgrena: cosa rimane a 6 anni dal rapimento, dalla morte di Calipari e dal mancato processo

Mer 31 Ago 2011 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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«Faceva freddo, più del solito. L’inverno è rigido a Baghdad, ma quel giorno era anche umido, aveva piovuto, succede raramente in Iraq. La sciarpa che mi avvolge il capo e che mi ero messa per andare in moschea questa volta non mi risulta insopportabile, anzi, mi dà calore e mi “isola” da quello che mi sta succedendo…». Guliana Sgrena è stata rapita il 4 febbraio del 2005 e da quel momento trascorrono 30 giorni interminabili: «trascorro le mie giornate al buio. Il tempo non passa mai, questa è la sensazione: le ore, i giorni, le notti sono interminabili». Poi la luce. Quella della libertà. E quella provocata dalla pioggia di spari americani da cui vengono investiti lei, il suo salvatore, il Funzionario dei Servizi Segreti Nicola Calipari, e l’autista della macchina sulla quale si trovava. Tutti sanno come è andata a finire: Calipari è stato ucciso e da allora è cominciato un processo per capire le responsabilità di questo “incidente”.

Che cosa è successo in questi 6 anni?
«Dopo il primo grado e la Cassazione – spiega il Pm Erminio Amelio -, la Corte d’Assise ha dichiarato il difetto di giurisdizione e la Corte suprema ha confermato questa sentenza. Cosa si intende? La Corte ha affermato che l’Italia non poteva giudicare il soldato americano che ha sparato in base alla cosiddetta legge della bandiera o legge dello zaino. Mi spiego: in tempo di guerra, a giudicare il soldato ci pensa lo Stato di appartenenza del soldato e non può occuparsene un altro Stato. Tra l’altro questa legge è stata sconfessata nel 1927 dalla Sentenza Lotus. Però la cosa importante è che la Cassazione ha detto che la corte d’Assise ha sbagliato. Comunque ci sono molte incongruenze: in merito al tipo di posto di blocco, in merito alla presenza del posto di blocco americano giustificato dal passaggio di un ambasciatore, che era già passato di lì un’ora prima, sulla velocità del mezzo… Ma questo sembra valere poco dal momento che il soldato ha agito come organo di uno Stato sovrano: è come se avesse agito lo stato americano, quindi non si può processare».

Non ci sono eccezioni?
«L’immunità è funzionale, cioè soffre dei limiti - continua il Pm -. La legge dello zaino non è valida in caso di crimini di guerra o infrazioni gravi. Il problema è che, per la Cassazione, l’uccisione di Nicola Calipari e il ferimento della Sgrena e Andrea Carpari, l’autista, non si trattava di un crimine di guerra. Quindi non si poteva annullare questa immunità funzionale!».

È capitato durante l’indagine di trovarvi di fronte a funzionari che hanno posto il segreto di Stato?
«Su alcuni punti c’è stata piena collaborazione da parte delle autorità italiane».

Sono trascorsi 6 anni da quei giorni: che cosa rimane?
«Rimane molto dolore – spiega Giuliana Sgrena -, ma soprattutto ciò che fa male è il senso di impotenza di fronte all’impossibilità di sapere cosa è successo veramente. Di fronte all’impunità della guerra. Anche gli italiani hanno rinunciato a fare il processo. Per gli americani è solo guerra. Ma il problema non riguarda solo me, ma anche tanti iraqueni che sono nella stessa situazione: vittime di violazioni e violenze senza possibilità di giustizia. Si ha la sensazione di non avere diritti quando c’è una guerra».

Gli inviati di guerra sono consapevoli dei pericoli?
«Gli inviati che vanno in zona di guerra prendono precauzioni fino ad un certo punto… Naturalmente non potevo ignorare che c’era la possibilità di essere rapita o uccisa. In quel periodo era in sequestro la giornalista francese di Libération Florence Aubenas e c’erano stati altri sequestri che avevo seguito prima. Prendevo le mie precauzioni. Non andavo in giro avventatamente. Andavo camuffata, cambiavo gli appuntamenti all’ultimo momento, cambiavo percorso, non dicevo mai dove andavo. Tutte precauzioni che pensavo fossero sufficienti: evidentemente no».

La “paura” influisce sul lavoro?
«Tutto questo non poteva indurmi a non fare il mio lavoro: perché se io vado in un posto, a Baghdad o a Kabul devo raccontare quello che vedo, devo cercare informazioni e devo verificarle. Il giornalista che va in luoghi di guerra, come è di moda molto adesso, spesso va solo con le truppe, cosa che dà una visione parziale della realtà, da un solo punto di vista: per me questo non è sufficiente. Perché la conseguenza è che delle guerre si hanno solo alcune informazioni. E si ha la propaganda di guerra. Bisogna cercare di mantenersi indipendenti da entrambe le parti…».

Avrebbe mai immaginato che fossero quei servizi segreti italiani che poi sarebbero riusciti a portarti a casa?
«No…, evidentemente è stata una scoperta, perché noi al Manifesto eravamo abituati a considerare le deviazioni dei Servizi Segreti. Anche con il mio giornale, abbiamo ammesso pubblicamente che ne avevamo scarsa conoscenza. Ma ne abbiamo preso atto ed abbiamo dovuto riconoscere questa cosa. Forse anche perché Calipari aveva già liberato le due Simone, ma, poiché faceva parte dei Servizi Segreti, non era potuto comparire. Era comparso qualcun altro a fare bella figura! Io ho “scoperto” tutto quando sono tornata a Roma. Sia da colleghi, sia da persone normali che l’avevano conosciuto durante l’attività normale. Io l’ho conosciuto in quei 20 minuti e saremo uniti per sempre».

Durante la prigionia lui si è tenuto costantemente in contatto con il giornale e con il suo compagno, con i colleghi, con il direttore del Manifesto…
«Tutti me ne hanno parlato come di una persona per bene. Lui aveva dato loro sicurezza. Li aveva aiutati a portare avanti tutta quella attività che avevano fatto. Certi di poter contare su una persona che aveva in mano la situazione».

Il processo non si farà mai. Questa è la sentenza definitiva.
«Spesso vado a vedere “Il viaggio di Nicola Calipari”, lo spettacolo scritto per il teatro da Fabrizio Coniglio, che racconta quei giorni attraverso le pagine del mio libro “Fuoco Amico” e attraverso le carte processuali. Grazie a questo spettacolo riesco a mantenere viva la memoria di Calipari, dal momento in cui non siamo più in grado di fare azioni giudiziarie. Purtroppo di questa cosa, a livello politico e anche giornalistico, se ne sono completamente dimenticati, e non è l’unica questione messa da parte in Italia. Questo è un Paese che non ha memoria e un Paese che non ha memoria non ha futuro. La cosa che colpisce è, che quando è tornato in una bara, Nicola tutti l’hanno celebrato come un eroe e quando c’è stata la sentenza della Cassazione, c’è stato qualche trafiletto sui giornali, ma non c’è stata nessuna reazione da parte di nessuno schieramento politico. Oggi non se ne parla più. E non fa bene a nessuno. Recentemente sono stata a Washington, perché faccio parte dell’Unesco nella Giuria per il Premio sulla libertà di stampa, e ho incontrato una signora che sta nel Dipartimento di Stato a dei livelli abbastanza alti e ho fatto presente questa situazione: è cambiato il governo negli Usa, non c’è più Bush, c’è Obama, forse si potrebbe far qualcosa… ma nulla è cambiato e in molti di noi Obama ha suscitato delle aspettative nuove, inutilmente… Insomma, questa signora si è rivolta alla segreteria dicendo di prendere appunti riguardanti la mia storia... ma sanno tutti chi sono: sanno, hanno ben presente la questione, ma in nome della ragion di Stato hanno deciso di seppellire il tutto. Spero che questa pietra non si metta sopra la morte di Nicola Calipari».

 

IL FATTO
Rapita il 4 febbraio del 2005 a Baghdad dalla Jihad islamica, è stata liberata dai Servizi Segreti Italiani il 4 marzo, in circostanze che hanno portato al suo ferimento, al ferimento dell’autista Andrea Carpani e all'uccisione di Nicola Calipari, uno degli agenti dei servizi di sicurezza italiani.

LA VERSIONE USA
Secondo l'indagine interna svolta dai militari degli Stati Uniti si è trattato di un tragico incidente.

IL PROCESSO

1° GRADO: La Procura della Repubblica di Roma il 19 giugno 2006 ha formalizzato la richiesta di rinvio a giudizio per il militare americano Mario Lozano, imputato per l'omicidio di Nicola Calipari e per il ferimento della Sgrena e di Carpani.

2° GRADO: Il 25 ottobre 2007, la Terza Corte d'Assise di Roma ha prosciolto l'imputato non potendo procedere per difetto di giurisdizione perché le forze multinazionali in Iraq ricadono sotto la giurisdizione penale esclusiva dei rispettivi paesi d'invio.

CASSAZIONE: Con sentenza del 19 giugno 2008, la I Sezione penale della Corte di Cassazione ha rigettato il ricorso della Procura di Roma, confermando la mancanza di giurisdizione italiana sul caso.

 

INVIATA DI GUERRA
Giuliana Sgrena, nata nel 1948, scrive per il quotidiano “Il Manifesto” dal 1988; per il mensile “Modus vivendi” dal 1997 e per il settimanale tedesco “Die Zeit”. Nella sua carriera di cronista, la Sgrena ha avuto modo di realizzare numerosi resoconti da zone di guerra, tra cui Algeria, Somalia ed Afghanistan. Tra i libri da lei pubblicati: “Alla scuola dei taleban”, “Il fronte Iraq. Diario di una guerra permanente”; “Fuoco amico”; “Il prezzo del velo. La guerra dell'Islam contro le donne”; “Il ritorno. Dentro il nuovo Iraq”.


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