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Nel silenzio delle Ebridi

Alla scoperta delle isole scozzesi, terra del tweed e del whisky, tra spiagge bianche e brughiere, tra la torba, i laghi e gli stagni...

Mer 31 Ago 2011 | di Simonetta Bonamoneta | Turisti non per caso
Foto di 18

Quando scendo dall’auto, l’aria fredda e pungente dell’Atlantico mi sferza il volto. Mentre attraversavo la brughiera e la foresta dell’entroterra, il salmastro che si mischiava al profumo dell’erica mi aveva preannunciato quest’incontro e, quello che lungo la strada credevo un lago, in effetti era un sinuoso braccio di mare... C’è poca gente in giro e i rari, frettolosi passanti, non mi degnano nemmeno di uno sguardo. Che differenza con le nostre cittadine costiere, dove il forestiero ancora oggi è osservato con curiosità. Ne fermo uno al volo e col mio stentato inglese gli chiedo dove si fanno i biglietti per il traghetto che va all’isola di Skye. Il pontile è quello su cui mi trovo e l’imbarco si effettua poco lontano. «Fra cinque minuti - mi spiega - attraccherà quel traghetto. è quello che va a Kyleakin». E, così dicendo, mi indica una specie di ponte galleggiante, largo, lungo e basso, che solca le acque quasi a fatica in mezzo al canale, venendo nella nostra direzione. Questo è il modo più avventuroso per raggiungere l’isola, ma per chi non vuole provare questa emozione c’è anche un moderno ponte.

ESTREMA CORTESIA
Nonostante la temperatura, il mio cortese informatore sembra non avere fretta: anzi è così gentile che sembra quasi essermi grato per averlo fermato. Scoprirò che è una caratteristica di questa zona, l’estrema cortesia degli abitanti. Eppure in una guida avevo letto: ”... talvolta hanno il comportamento selvaggio dovuto al sangue norvegese”. Non posso fare a meno di sorridere. Sono cinque le auto che si imbarcano sul traghetto. Un addetto si avvicina e ci fornisce i “ticket”, saliamo su questa specie di piattaforma e ci dirigiamo verso la misteriosa isola.

UN ARCIPELAGO DI 600 ISOLE
Skye è la più emblematica delle Ebridi Interne, l’arcipelago dell’Oceano Atlantico, situato di fronte alla costa nord-occidentale della Scozia e formato da circa 600 isole, di cui un centinaio abitate da una popolazione che non supera le 60 mila unità. Vederle tutte è impossibile, ma Skye, Lewis e Harris sono di rara bellezza e presentano una natura alquanto eterogenea: ad insenature frastagliate e selvagge, sulle quali s’infrangono onde spumeggianti, si contrappongono tranquille baie, con spiagge di finissima sabbia bianca. Un mondo rimasto intatto nel tempo, ove si ode solo il rumore del mare ed il grido dei gabbiani a caccia di crostacei, rimasti prigionieri della bassa marea.
Non solo paesaggi solitari, ma anche caratteristici villaggi di pescatori, antichi castelli come quello di Dunvegan - abitato per 800 anni dalla dinastia Mac Leod -, misteriose distillerie, pittoresche locande e tante, tante piccole aziende familiari che lavorano ancora il tweed nella propria abitazione.

LA TERRA DEL TWEED
Sembra incredibile che quegli stessi telai d’un tempo vengano ancor oggi manovrati con i piedi dagli isolani, dopo aver ricevuto dalle aziende le bobine dell’ordito ed il tessuto per la trama: l’inverno è lungo e con poche ore di luce. Una volta finito il lavoro a casa, il tessuto viene rispedito alla fabbrica, dove si completa il manufatto per renderlo morbido e togliere eventuali difetti. Il controllo finale di qualità viene eseguito da un membro delle Autorità Harris Tweed, con l’apposizione del famoso marchio, il “globo”, che è lo stemma della famiglia Dunmore. Va detto che il colore dei tweed, anticamente, aveva una motivazione precisa per la classifica delle funzioni gerarchiche: il re indossava tessuti con sette colori, il poeta sei, l’aristocratico cinque, l’ufficiale tre, il popolo due e solo il bianco e il nero. Il prezioso tessuto di pura lana vergine viene confezionato col pelo particolarmente arricciato delle pecore razza “black face”, da cui si ottiene una stoffa spessa e voluminosa, caldissima ed impermeabile. E proprio per tale motivo, si narra che alcune antenate di queste pecore furono prese di mira e rapite dai marinai dei sottomarini russi quando incrociavano queste acque.
Muso nero e torvo, se ne incontrano ovunque a migliaia. Onnipresenti ed incancellabili, queste candide nuvolette di lana si muovono sui prati senza pastori, senza recinti, senza cani, trasformando il paesaggio, mentre si raggruppano a gregge o si sparpagliano in lontananza.

L’ISOLA DEL WHISKY
Se è vero, come è vero, che l’isola di Harris è la patria del tweed, a Skye va riconosciuto il titolo di isola del whisky. Infatti, un vecchietto sbiadito dal tempo mi dice che: «Un uomo delle Ebridi appena esce alla mattina manda giù il suo primo bicchiere di whisky». E questo si può ben capire quando si assaggia il delicato whisky che distillano qui; e poi: quando si dovrebbe bere, se alle dieci di sera chiudono i locali? «Libertà e whisky vanno d’accordo», diceva il poeta scozzese Burns, riguardo a “l’acqua di vita” che scalda il cuore: in origine, pare, fosse usata per soli scopi terapeutici. Il diritto di bere e di produrre whisky a proprio piacimento ha rappresentato sempre, per gli uomini delle Ebridi, una patente d’indipendenza. Ed era inevitabile che, su “l’oro del palato” ed i suoi “pionieri”, avvenisse una fioritura spontanea di aneddoti curiosi. Oggi si va in visita alle distillerie come ad un museo. Arrivano comitive perfino dalle scuole ma, ai piccoli marchingegni di un tempo, si sono sostituiti enormi alambicchi di rame e botti gigantesche, dove i “miracoli” si compiono in un clima che ha forse perduto il fascino stregonesco delle prime riuscite distillazioni, ma che conserva ancora quell’atmosfera di magia, tanto cara alla letteratura di Walter Scott.

I PAESAGGI EUROPEI IN POCO SPAZIO
Quando piove, alle Ebridi, l’ombrello appare d’ingenua utilità. La furia dell’acqua penetra con gelide sferzate in ogni piega del terreno, annerendo le brughiere ed i rilievi montani, che si dissolvono in un unico grigiore. Poi, improvvisamente, la luce appare di nuovo, quella luce chiarissima come non si vede neppure sul Mediterraneo, che non viene solo dal sole, ma dal vento continuo che pare aver mescolato tutta la luce e tutti i colori. Skye è un’isola di torbiere, chiare spiagge calde, scogli e laghi, altipiani e coste ripide e frastagliate. Quasi tutti i paesaggi d’Europa in pochissimo spazio, drammatizzati da un cielo che cambia continuamente. Dalle case esce il fumo grigio della torba bruciata, quella stessa torba, che, mischiata all’acqua di ruscello e all’orzo maltato, dopo essere stata miscelata con arte, produce l’inimitabile whisky scozzese.

L’ORA DEL TÈ
Oggi, come un tempo, generazioni e generazioni di Campbell, MacDonald, MacLeod, rinnovano insieme il rituale che più di qualsiasi legge è riuscito ad associare scozzesi ed inglesi: l’ora del tè, che nelle case semplici, essenziali ed ordinate anche nei dettagli, in cui l’atmosfera è ovattata da un impercettibile strato di fuliggine, raggiunge il massimo significato spirituale.

C’ERA UNA VOLTA...
Chiuse nella loro solitudine, le Ebridi sopravvivono oggi mantenendo solo sporadici rapporti con l’esterno. Gli isolani non abitano più in “black houses” di paglia, dove condividevano il calore del camino con le pecore. I pescatori non sono più portati come un tempo sulle spalle dalle mogli attraverso il mare, fino alla barca, per non iniziare la giornata con un bagno. Anche Marion Campbell, l’anziana tessitrice che vinse più volte la coppa per il miglior tweed alla fiera di Leverburgh, dovette accettare l’inevitabilità della tecnica moderna, mandando a cardare la sua lana in fabbrica. Eppure, dai tempi di Bonnie Prince Charlie poco è cambiato. Si parla ancora l’antico gaelico, con qualche concessione di inglese a beneficio del turista. Si tesse il tweed in casa e si riposa la domenica, come prescrivono le antiche Scritture. Nel giorno del Sunday Sabbath – la domenica sacra -, l’ebridiano dorme o va in chiesa: null’altro. I pub sono chiusi, il traghetto Hebrides è attraccato alla banchina e le automobili ferme. Su questo lo scrittore Derek Cooper sentenziò: «Mi è sempre sembrata la giornata giusta per farsi seppellire. Ognuno è già vestito in modo adeguato ed anche l’umore è il più adatto».

L’ISOLA DI HARRIS
L’isola di Harris, la più settentrionale delle Ebridi, è come un grande laboratorio in cui svolsero la loro azione creatrice e distruttrice le forze vulcaniche e i ghiacci dell’era glaciale. Enormi rocce megalitiche verso nord testimoniano come la terra sia stata erosa e perduta attraverso i secoli. Spiagge enormi, coperte di sabbia bianchissima, si alternano a cattedrali di roccia e fitte brughiere, dove la torba cresce con una rapidità sorprendente. Numerosi laghetti e stagni sono sparsi ovunque, mescolati ad alghe dai fiori gialli. Col sole il paesaggio è stupendo, ma appena il cielo si copre di grossi nuvoloni diventa di una affascinante malinconia. E mentre il vento soffia forte e il mare si scaglia rabbioso contro le alte scogliere, l’abbraccio dell’Atlantico si fa possente: è un muggire cupo che fa tremare l’argine di pietra.  


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