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Claudia Cardinale: “Io che ero un maschiaccio”

Quando facevo a botte con i maschi per dimostrare che le donne sono più forti...

Lun 26 Set 2011 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 9

Claudia Cardinale è la storia del cinema: “La ragazza con la valigia” - bravissima e bellissima in quell'esordio -, entrò subito nell'immaginario sentimentale dell'Italia, per non uscirne più. Ha calcato i set nazionali e internazionali più importanti del dopoguerra cinematografico, ha fatto innamorare divi e uomini comuni, con quella bellezza raffinata e selvaggia e un fascino che ancora oggi resta immutato. Lo si è visto all'ultimo festival di Locarno, il sessantaquattresimo: lei che ritira il Pardo d'Oro alla Carriera, pubblico e direttore ammaliati e affascinati a pendere dalle sue labbra. Non ha smesso di fare l'attrice, né di essere un mito. è rimasta una donna profonda e sensibile, indipendente e caparbia. Lo charme, che l'ha resa più amata di qualsiasi altra è tutto là: in quel carattere e in quel talento, in quella franchezza e in quei valori, come la famiglia, a cui lei aderisce con convinzione.

Cominciamo col cinema. Qual è stato il suo segreto quando, negli stessi giorni, girava “Il Gattopardo” e “8 ½”? 
«Ho girato i due film quasi contemporaneamente. Si odiavano Visconti e Fellini, uno mi voleva mora e l'altro bionda, io avevo capelli lunghissimi e dovevo tingermeli di continuo: un piccolo esempio di quanto Visconti e Fellini fossero due estremi inconciliabili, due maestri straordinari, ma diversissimi. Col primo era come fare il teatro, serviva silenzio assoluto; Federico invece non creava se c'era silenzio. Luchino era rigoroso ed esteta, Federico era magico, trovava il mistero nella banalità. Visconti aveva tutto scritto, l'altro improvvisava tutto. Quel periodo in cui partecipavo a due film di quel tipo, che hanno fatto la storia del cinema, non è stato solo un privilegio, ma anche una scuola straordinaria».

Ci vuole anche un gran carattere per farcela. Si dice che lei metteva in riga chiunque, è vero?
«Ero una pazza, un maschiaccio, facevo a botte con i maschi e prendevo i treni in corsa solo per dimostrare che le donne sono più forti. Il mio credo è sempre stato: se vuoi, puoi. Vale anche ora, è quello che in questi anni mi fa spesso rischiare con opere prime. Lavoro soprattutto con gli esordienti, a maggior ragione in questi anni in cui nel cinema ci sono pochi soldi. Per me è fondamentale la sceneggiatura. Se l'apprezzo, poi, devo incontrare il regista: è il suo sguardo che mi deve convincere, la sua fiducia nel progetto e quella che suscita lui in me».

Il suo curriculum è un album di figurine della storia del cinema. Lo sfogliamo insieme?
«Blake Edwards era un pazzo scatenato, girava con le gambe per aria. E non è un modo di dire, si metteva capovolto alla macchina da presa! Era un grandissimo, io amo i pazzi. Sul suo set conobbi David Niven e lui mi disse che, con gli spaghetti, ero la più bella invenzione degli italiani. John Wayne, invece, mi apostrofò: "ma tu sei un uomo!". Non usavo controfigure, facevo anche le scene più rischiose: lui era ammirato dal mio coraggio e dalla mia incoscienza. Resistetti persino a Fitzcarraldo e a Klaus Kinski! E adoravo Lancaster e Roberts. Mastroianni? Era un latin lover, non dico altro. Di Sergio Leone ricordo il metodo di lavoro unico: lui la musica per il film la faceva comporre prima del film, la metteva sul set, ce la faceva sentire e solo dopo c'era il ciak».

E Valerio Zurlini? Fu lui a farla esordire.
«Ovviamente non dimenticherò mai “La ragazza con la valigia”. A Valerio mi lega un ricordo straziante: mi chiamò un giorno per pranzare insieme. Arrivai a casa sua, era vuota: aveva venduto tutto, lui che era un appassionato d'arte. Mangiammo su un cartone e continuava a dirmi quanto mi voleva bene. Due giorni dopo si suicidò, mi aveva chiamato per salutarmi. Non lo dimenticherò mai, ho ancora a casa un quadro che mi regalò. E quel suo film rimane ancora oggi semplicemente incredibile».

Viviamo in uno star system in cui la privacy di divi e dive è violata. Lei come ha fatto a tenere il mondo fuori dalla sua casa?
«Io non voglio essere giudicata per la mia vita e le mie scelte private, ma solo per il lavoro. Ecco perché sono andata in Francia, per stare senza paparazzi intorno. C'erano solo quando girai con Brigitte Bardot: erano convinti che avremmo litigato come matte. Rimasero delusi. Posso solo dire che, se sei debole, non puoi fare questo lavoro. Non mi sono mai sposata, ho voluto essere sempre completamente indipendente. Detto questo, ho dei punti fermi che mi impediscono di uscire fuori strada: per me, per esempio, i figli sono importantissimi».

Il suo fascino è rimasto immutato: se lei entra in una stanza tutti si girano ipnotizzati, anche ora. Come fa?
«Sapendo, per esempio, che non puoi fermare il tempo. Ecco perché odio il lifting e non sono mai intervenuta sul mio corpo chirurgicamente. Il segreto per rimanere giovani è stare sempre attivi, non abbassare mai le braccia». 

Cosa c'è nel futuro di Claudia Cardinale?
«L'ultimo film che ho fatto è “Father” di Pasquale Squitieri, come al solito è un film sulla mafia, la camorra, di quelli che piacciono a lui  (sorride - ndr). Un'opera bella e valida, ma anche un segno di tempi: in Italia, nel cinema, non ci sono più soldi e, infatti, abbiamo lavorato tutti gratis. E poi a novembre sarò sul set con il regista spagnolo Fernando Trueba».


DA TUNISI AL MONDO
Nata a la Goulette (Tunisia) nel 1938 da genitori di origine siciliana, Claudia Cardinale si trasferisce in Italia nel 1958 e si iscrive al Centro Sperimentale di Cinematografia. Abbandona per dedicarsi all’insegnamento. Poi, per caso, ottiene un contratto con la Vides. Colleziona molti successi: “Rocco e i suoi fratelli”, “La ragazza con la valigia”, “La ragazza di Bube”,  “Il Gattopardo”, “Otto e mezzo”, “La pantera rosa”, “C'era una volta il West”, “Il giorno della civetta”, “Il figlio della pantera rosa”. A Locarno, ad agosto 2011, ha ricevuto il Pardo d’Oro alla carriera.


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