acquaesapone Attualità
Interviste Esclusive Viaggi Editoriale Inchieste Io Giornalista TV/Cinema A&S SPORT Zona Stabile Rubriche Libri

Las voces del secuestro

In Colombia, centro mondiale dei sequestri, una radio dà voce ai familiari dei rapiti e speranza a chi da anni è nelle mani delle Farc

Lun 26 Set 2011 | di Roberta Giaconi | Attualità
Foto di 7

C’è un programma radio particolare in Colombia. Qui regolarmente arrivano persone, famiglie, amici con una cosa in comune: hanno tutti una persona cara dispersa, rapita dalla guerriglia in Colombia e mai più tornata a casa.

Si chiama “Las voces del secuestro” e va in onda su radio Caracol. Come obiettivo ha quello di mitigare il dolore del rapimento mandando parole di speranza e tenendo viva la memoria. A fondarla è stato un giornalista, Herbin Hoyos Medina: nel 1994 fu catturato dai guerriglieri. Era in radio, quando arrivarono degli uomini armati che lo costrinsero a seguirli sulle montagne. Prima che l’esercito colombiano arrivasse a liberarlo, aveva conosciuto un altro prigioniero, legato a un albero. «Visto che sei un giornalista perché non fai qualcosa per noi rapiti? - gli chiese -. Pensa che bello se le nostre famiglie potessero parlarci attraverso la radio». E così nacque il programma. Sono centinaia e centinaia le persone rapite in Colombia.

La più famosa di loro, l’unica che abbia beneficiato di un’attenzione internazionale, è stata Ingrid Betancourt. Figlia di un diplomatico, cittadina colombiana e francese, Ingrid nel 2002 si era presentata per le elezioni presidenziali del paese. Fu invece rapita dalle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (le cosiddette Farc), un’organizzazione guerrigliera di sinistra, e liberata soltanto sei anni dopo. Lasciò i figli adolescenti e ritrovò dei giovani adulti.

La intervisto mentre presenta a Melbourne il suo libro di memorie, “Non c’è silenzio che non abbia fine”. È molto gentile, sorridente. «A parte i primi due anni della mia prigionia, quando non sapevo esistesse, ho sempre ascoltato la radio - spiega -. È quello che mi ha permesso di non impazzire».

Ricorda la prima volta. «Ero così concentrata nell’ascoltare la voce di mia mamma che mi parlava alla radio che non capivo cosa mi dicesse, l’emozione era troppo forte».

È attraverso di lei, la sequestrata più famosa per la quale si mobilitò il mondo intero, che sono diventate note le condizioni dei prigionieri della guerriglia.

«Durante il mio sequestro mi costrinsero a spostarmi molte volte. I carcerieri potevano essere anche molto violenti e umilianti. Spesso erano molto giovani, poco più che bambini. Subivano fortissime pressioni: potevano venire uccisi se riuscivamo a scappare». E poi c’era l’ambiente circostante, selvaggio e inospitale, che rendeva quasi impossibile la fuga. «Avevo la sensazione di essere intrappolata nella giungla che vedevo come una presenza aggressiva. Non ricordo un giorno in cui non mi sono fatta male».

A parte Ingrid Betancourt i sequestrati di solito sono gente comune, sconosciuta, senza un reddito alto.

A spiegarlo è José Gregorio Pérez Valdés, un giornalista colombiano con sede a Bogotà che da venti anni scrive dei conflitti che scuotono la Colombia, tra traffici di droga, guerriglia e organizzazioni criminali. «Oltre a poliziotti e soldati, vengono rapiti anche manager, agricoltori, commercianti... La guerriglia lo fa per ottenere soldi in cambio o per avere più forza nelle trattative con il governo». È da oltre cinquant’anni che la Colombia è il teatro di scontro di un violento conflitto armato. Il paese è uno dei maggiori esportatori di droghe al mondo e il governo deve costantemente combattere sul proprio territorio. Non sono soltanto le Farc a operare i sequestri. Nel paese sono attivi molti altri gruppi armati e organizzazioni paramilitari, spesso coinvolti nel traffico di droga. A causa loro la Colombia ha la pessima reputazione di centro mondiale dei sequestri e nessuno sa con certezza quante persone siano ancora nelle mani della guerriglia. Secondo la direzione operativa per la difesa della libertà personale in Colombia, messa in piedi all’interno del ministero della Difesa, soltanto nei primi tre mesi del 2011 sono state rapite 85 persone, 59 delle quali a scopo di estorsione.

In teoria la guerriglia dovrebbe combattere in difesa della propria ideologia politica, ma Ingrid Betancourt si dice scettica. Per lei, l’unico interesse delle Farc è quello di continuare indisturbato con i propri traffici di droga.

«Per quello che ho visto, le Farc sono un’organizzazione militare con le proprie regole e leggi. Ma io non ho mai assistito nei miei sei anni con loro a nessuna discussione politica».

Quello che resta alla radio è il lamento di genitori e figli che continuano a rivolgere parole d’amore a persone che potrebbero essere morte da anni.

Ingrid sospira. «Venti dei miei compagni di prigionia sono ancora laggiù, prigionieri. Sono sotto sequestro da più di dodici anni e nessuno conosce nemmeno il loro nome».  


Condividi su:
Galleria Immagini