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Carlo Delle Piane: fobie e amore per i bambini

Colloquio a cuore aperto con un testimone del cinema italiano

Lun 26 Set 2011 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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Attore unico, inconfondibile, enigmatico. Non è un divo, ma pochi come lui hanno attraversato la storia del cinema italiano: ora ce la racconta insieme alla sua sofferta vita privata nella biografia con dvd appena pubblicata, "Signore e Signori, Carlo Delle Piane" di Massimo Consorti (Testepiene Editore).

Cosa ha provato nel mettere in pubblico i primi 75 anni della sua esistenza?
«È stato faticoso raccontare al giornalista non tanto la carriera quanto la mia vita privata, la mia parte più personale e le vicende intime. Anche perché ho sempre avuto molte difficoltà con me stesso: come attore mi stimo molto, non altrettanto come uomo».

Com’era da bambino?
«Io ero il secondogenito di tre fratelli maschi; abitavamo nel cuore della vecchia Roma, a Campo de’ Fiori, nostra madre era casalinga, mentre mio padre faceva il sarto in casa. Da lui ho ricevuto la fantasia, che per un artista è un dono molto importante. Mio papà era una persona un po’ stravagante: spesso, non riuscendo a rispettare i tempi di consegna dei troppi lavori che accettava, si inventava un sacco di scuse, come incidenti, fasciature, malattie... Ero un bambino un po’ scapestrato e mi divertivo, anche se ero accompagnato sempre dalla mia timidezza».

Eppure iniziò a recitare giovanissimo…
«Avvenne casualmente: era appena finita la guerra, avevo 12 anni e frequentavo la Prima Media. Vennero a scuola per cercare dei ragazzi per il film “Cuore”, tratto dal famoso romanzo di De Amicis, con attore protagonista Vittorio De Sica: mi provarono e improvvisamente mi trovai davanti alla macchina da presa. Ero molto spontaneo e poi… avevo questa faccia così particolare, curiosa: un bambino piccolo, magro, con degli occhi grandi e il mio inconfondibile naso, frutto di una terribile pallonata di qualche tempo prima! In pochi mesi girai altri film, tra i quali gli indimenticabili “Guardie e ladri” con Aldo Fabrizi e Totò e “Un americano a Roma” con Alberto Sordi».  

Come visse l’improvvisa popolarità?
«Io non pensavo affatto al cinema, mi ci sono ritrovato dentro e da bambino mi divertivo: per gioco ho lavorato molti anni con i grandissimi del cinema senza rendermi conto di quello che facevo. Ho sempre saputo di essere brutto, anche se non ne ho mai avuto il complesso: così, quando nei primi anni per strada mi guardavano, non capivo se lo facevano perché mi riconoscevano o per il mio aspetto, quasi da extraterrestre. Però sono stato sempre felice degli apprezzamenti per il mio lavoro, consapevole che alla fine traspare l’uomo dietro il personaggio: non sono stato mai coinvolto nella vita mondana e nei pettegolezzi, apparendo raramente sui giornali».

Quando iniziò a scoprirsi attore?
«Ero contento dei miei primi guadagni e, crescendo, acquistai alcune automobili; più tardi, dopo aver partecipato a vari film musicali negli anni ’60, iniziai a rendermi conto dell’importanza del cinema. Passavo intere giornate nelle prime sale d’essai: cominciai ad apprezzare quello che facevo e a chiedere invano di potermi sperimentare in ruoli e personaggi di maggiore qualità. Erano gli inizi degli anni ’70 e la mia esistenza stava per cambiare dolorosamente…».

Quale evento drammatico segnò la sua vita?
«Nel 1973 subii una grave incidente: rimasi in coma per più di un mese e solo dopo un anno tornai ad una apparente normalità. Per qualche anno non riuscii più a lavorare, ma l’incontro con Pupi Avati, al quale devo molto, diede una svolta alla mia carriera. In realtà dopo quell’infortunio, non sarei mai stato più lo stesso: da una parte, diventai più consapevole delle mie qualità umane, come la lealtà ed onestà che mi insegnò quel grande uomo che fu Aldo Fabrizi; dall’altra, cominciai ad essere assalito da molte manie e fobie, probabilmente derivate dall’ossessione di mia madre per la pulizia». 

Le fobie hanno condizionato molto la sua esistenza?
«Purtroppo sì. Ormai da quasi quarant’anni sono costretto a non dare la mano a nessuno, rifiuto ogni contatto fisico, non apro le porte, anche quando sono a casa mia o in un posto completamente pulito. Anche le mie relazioni personali ne risentono: ad esempio, non ho mai potuto abbracciare i miei tre amatissimi nipoti o formare una mia famiglia; mi dispiace pure per gli ammiratori che mi incontrano e ai quali posso sembrare scostante. Fortunatamente, quando recito, supero tutte le mie manie. Il lavoro per me è come una terapia: mi immedesimo nel personaggio da interpretare e compio tante attività e gesti che normalmente non riesco a fare! Però, con il passare degli anni, le mie manie mi risultano sempre più insopportabili e mi capita di rimproverarmi per la mia incapacità a vivere liberamente».

È mai caduto nella disperazione?
«Quello che mi ha sempre salvato dalla disperazione è la certezza che Dio mi ama per quello che sono, così come Lui mi ha creato, al di là della mia incapacità di affrontare e risolvere i miei disturbi». 

Come esprime la sua Fede?
«Sono credente anche se non molto praticante: entro spesso in chiesa quando non c’è nessuno e resto lì, solo io e Gesù. Ho un rapporto particolare con la Madonna, mia Madre, la Madre assoluta. Percepisco la Sua presenza e vicinanza, chiedo il Suo aiuto, ma spesso La prego per gli altri, in particolare per tutti i bambini del mondo. Però, anche se mi rendo conto di contraddirmi, spesso prevale in me il pessimismo e sono preoccupato per il futuro».

Qual è la sua preoccupazione maggiore?
«La mia preoccupazione più grande è per i bambini: sono profondamente addolorato per le loro sofferenze e per il futuro che gli stiamo preparando. Come posso rimanere fissato sui miei problemi, come possiamo restare indifferenti rispetto ai milioni di bambini che muoiono di fame, vittime di ogni tipo di violenza, costretti a diventare soldati o a prostituirsi?». 

Come aiutare concretamente i tanti bambini che soffrono?
«Ho sperimentato che un mezzo molto valido per aiutare i piccoli del Terzo Mondo è fare un’adozione a distanza: da diversi anni ho adottato tre bambine, anche perché le femmine sono maggiormente esposte ai soprusi. Però facciamo attenzione anche ai nostri figli: probabilmente non gli manca il cibo, ma sono spesso spenti nell’anima: una sofferenza anche peggiore della fame»

 


DENTRO LA STORIA DEL CINEMA
Carlo Delle Piane, nato a Roma il 2 febbraio 1936, esordisce appena dodicenne nel film “Cuore” con Vittorio De Sica. Da allora, la sua bravura ed il suo aspetto inconfondibile lo porteranno a girare oltre cento film al fianco dei più grandi artisti del cinema italiano: da Totò a Aldo Fabrizi, da Gassman ad Alberto Sordi. Dopo il grave incidente del 1973 che gli scatena gravi disturbi fobici che condizioneranno fortemente la sua vita, Delle Piane inizia la sua collaborazione con il regista Pupi Avati, che lo aiuterà ad esprimere al meglio le sue potenzialità artistiche: tra i tanti suoi film diretti dal regista bolognese, ricordiamo “Regalo di Natale” (1986) che gli valse vari riconoscimenti. Con la prefazione di Pupi Avati e la postfazione di Franco Battiato, è stata appena pubblicata la sua biografia scritta da Massimo Consorti, "Signore e Signori, Carlo Delle Piane" (Testepiene edizioni) contenente anche un dvd. Appassionato di blues e jazz, tifoso della squadra di calcio della Roma, è da sempre impegnato per aiutare i bambini sofferenti.



CANTANTE PER I BAMBINI

Quando muore un bambino è un miracolo in meno,

è un frammento di Dio che va via.

Dio quanti piccoli cristi senza neanche una croce,

senza neanche una pasqua per risorgere in pace.

La purezza e il sorriso di un bambino 

sono colori che illuminano la vita

(estratto dal testo della canzone “Bambini”, cantata da Carlo delle Piane e contenuta nel cd omonimo realizzato per promuovere le adozioni a distanza dei piccoli del Terzo Mondo) 


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