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Giornalisti o tifosi?

L’informazione in mano a lobby e partiti: quando troppi cronisti diventano ultrà

Mar 27 Set 2011 | di Francesco Buda | Media

Giocatori, tifosi, arbitri e commentatori: tutti schierati in campo con una squadra. Le notizie dovrebbero essere cercate, elaborate e servite ai veri, principali destinatari: i lettori, il pubblico. In Italia il rapporto è falsato, la partita è truccata. I presunti giornalisti, categoria che ancora vanta ottimi professionisti davvero liberi, seri e scrupolosi, sempre più spesso si gettano nella mischia in mezzo ai duellanti. Al posto dello stadio, il Parlamento con il suo sistema partitocratico. Parolaccia che vuol dire strapotere dei partiti politici. 
Ad essi, anziché ai lettori e ai telespettatori, fanno riferimento un esercito di operatori dell'informazione. Gente schierata, che invece di osservare, pungolare e raccontare miserie (tante) e nobiltà (quasi introvabili) dell'agone politico e dei complessi sistemi di potere economico-finanziario, si mette a fare il tifo. Anzi peggio: vanno in campo pure loro. 
Continue “sparatorie” su giornali, Tg e talk show tra bande opposte a colpi di manipolazioni, omissioni, minimizzazioni o demonizzazioni, a seconda dell'ordine ricevuto e della convenienza di parte. Le vittime: i fatti, la verità e le persone che si aspettano e meriterebbero di essere informate. Cosa ben diversa dall'avere ed esprimere opinioni ed assumere posizioni. Anche qui su Acqua & Sapone abbiamo le nostre vedute, spesso diverse tra noi, e le diciamo. Ma mai perché qualcuno, meno che meno un politico, ce lo ordini o se lo aspetti. 

INCESTO STAMPA, POLITICA, AFFARI 
Un incesto gravissimo, quello tra stampa e potere dei partiti, ma anche della finanza e dell'industria, che ha raggiunto eccessi strabilianti.  «In un ordinato Paese a democrazia compiuta c'è una separazione tra i tre sistemi politico-istituzionale, quello sociale dentro i poteri forti e quello dei media. Da noi no, ci sono rapporti patologici tra queste tre componenti, a scapito della democrazia. Stiamo messi davvero molto male!», tuona il prof Paolo Scandaletti, che insegna Storia del giornalismo alla Libera Università degli Studi Maria SS. Assunta di Roma, già docente all'Università Luiss Guido Carli di Roma, poi a Chieti-Pescara e alla Suor Orsola Benincasa di Napoli. «L'editore puro in questo Paese non esiste – sottolinea il Prof, che da molti anni conduce ricerche sul tema -, questo è il primo grande vizio». Mancano cioè imprenditori che facciano editoria e basta, senza altri interessi ai quali asservire i loro media. Siamo all'ultimo posto in Europa per presenza di editori puri, avverte una ricerca condotta da Ipsos sulla credibilità (2005). E non è storia di oggi. 

«I quotidiani, tornati alla tiratura complessiva del 1939, in Italia sono nati prevalentemente per fare lobby politiche ed economiche (Cavour, Ricasoli, Crispi, Mussolini, Fiat, Montedison, Confindustrie locali, Caltagirone, le banche e le cliniche private eccetera)», ricorda l’esperto. «I giornali da noi sono nati per mano del potere politico o economico-finanziario. Abbiamo un peccato originale nel sistema dei media». Basta guardare i tre quotidiani nazionali più diffusi. «Il Corriere della Sera, ad esempio, già dall'epoca di Crispi (capo del governo di fine '800, ndr) si fece aiutare e diventò degli industriali tessili. Ora il Corriere è in mano a 15 padroni, che però dovrebbero venderlo quel giornale. Ma la stessa Repubblica - incalza il Prof Scandaletti - è in mano ad uno dei più grandi capitalisti italiani, Carlo De Benedetti, e La Stampa, che è della Fiat, quando si parla di autostrade in alternativa alla ferrovia o di automobili, è meglio saltare gli articoli che riguardano questi argomenti! Il maggior giornale della Capitale è in mano al più grande costruttore: lei pensa che si possa scrivere sul Messaggero tranquillamente di piano regolatore e di raccordo anulare senza che non ci sia quantomeno l'avvertenza di stare attenti a quel che si scrive? Quel costruttore, Caltagirone, a Napoli ha Il Mattino (8 edizioni, una nazionale e 7 locali: Napoli, Circondario Nord, Circondario Sud, Caserta, Benevento, Salerno e Avellino, ndr). Il Gazzettino di Venezia, Il Corriere Adriatico (leader nelle Marche, ndr)». Mr cemento, suocero di Pierferdinando Casini (Udc), possiede pure Il Nuovo Quotidiano di Puglia e il quotidiano gratuito Leggo, oltre a coltivare una certa passione per il settore idrico (è dentro Acea, la società delle acque di Roma). Te l'immagini che inchieste sul business della privatizzazione degli acquedotti?

Né facilmente sui giornali del gruppo Espresso-Repubblica leggeremo approfondimenti sulle polveri ultrasottili emesse da certe centrali elettriche a metano (le “turbogas”), visto che De Benedetti, autodefinitosi tessera numero uno del Partito Democratico, ha grossi interessi nel settore energetico, fa affari anche con quelle centrali a gas.

IL “PARTITO” FIAT
Ad ogni buon conto, tra quei padroni del primo quotidiano nostrano, insieme al “salotto buono” del capitalismo italiano chiamato Mediobanca e alla cassaforte dei poteri forti rappresentata dalle Assicurazioni Generali, c'è la Giovanni Agnelli e Sapa Spa. Cioè Fiat e dintorni. Non a caso John Elkann, figlio di Margherita Agnelli (la figlia di Gianni), è nel Consiglio di amministrazione della Rizzoli Corriere della Sera. Con lui anche lo storico avvocato di casa Agnelli, Franzo Grande Stevens, e l’ex direttore generale di Fiat, Cesare Romiti come Presidente onorario della Rcs. Ma c'è spazio anche per il “nuovo miracolo italiano”: nel CdA di Mediobanca siede Marina Berlusconi, con Ennio Doris e Tarak Ben Ammar, targati Fininvest. Fininvest che controlla, tra l'altro, anche Il Giornale e la Arnoldo Mondadori Editore. 
E per non fare torto a nessuno, anche Francesco Gaetano Caltagirone spunta in area Corriere, essendo vicepresidente di Assicurazioni Generali, comproprietaria del gruppo Rcs. Intanto, il capo della Fiat Sergio Marchionne non nasconde lo sguardo lungo sulla politica: ha già detto che, se si candiderà Luca Cordero di Montezemolo, lui lo voterà. È lo stesso Montezemolo presidente della Fiat dal 2004 al 2010. Potrà contare su La Stampa, ma dovrà fare i conti con il fuoco incrociato de Il Giornale e Il Foglio, passato quest’ultimo dalla signora Veronica Lario all'ex cognato Paolo Berlusconi, dopo il divorzio da Silvio.  

E SULLA SANITÀ?
E ancora: come aspettarsi notizie imparziali sul businness - spesso malato - della sanità da Libero, che è in mano al re delle ciliniche private targate San Raffaele Spa, già proprietario de  Il Riformista fino a poco fa? Questi giornali saranno poi imparziali nelle battaglie politiche se quel re, Antonio Angelucci, è anche senatore del Pdl? A dirla tutta, lo stesso Carlo De Benedetti è già sbarcato e ben piazzato negli affari sanitari, con cliniche tutte sue. E i vari quotidiani locali – tra Lazio e Molise - riconducibili a Giuseppe Ciarrapico? Altro senatore Pdl, anch'egli proprietario di strutture sanitarie (ad es. a Roma la clinica dei vip Villa Stuart, e il policlinico Casilino, di cui era socio il defunto Carlo Caracciolo cofondatore de La Repubblica e fratello della vedova Agnelli). E anch'egli,  Ciarrapico, come Angelucci, coinvolto in grane giudiziarie per i fiumi di denaro pubblico incassato dalle sue testate. A luglio la Procura di Frosinone lo ha accusato di truffa ai danni della Presidenza del Consiglio dei ministri - Dipartimento per l’editoria - per aver ottenuto indebitamente 45 milioni di euro di contributi. «L'editore Ciarrapico ha giornali importanti a noi non ostili ed è assolutamente importante che questi giornali continuino ad esserlo», chiarì con schiettezza disarmante il ri-candidato Silvio Berlusconi alle elezioni del 2008. 

ULTRA' A MEZZO STAMPA
Questi intrecci e incesti politico-affaristici inevitabilmente orientano da sempre i contenuti giornalistici. «C'è un difetto strutturale nel giornalismo italiano, che si sviluppa soprattutto dal 1920 ad oggi con troppe connessioni con politica e industria: ha sempre avuto forti condizionamenti dal potere politico economico, non avendo mai la possibilità di reggersi sulle proprie gambe», conferma il Prof Michele Sorice, che insegna Sociologia dei mass media all'Università Gregoriana di Roma e Comunicazione politica e Sociologia della comunicazione alla Luiss di Roma, dove dirige il Centre for Media and communication studies “Massimo Baldini”.
E oggi non va meglio. «Senza generalizzare, abbiamo due grandi deformazioni – prosegue il Prof Sorice –, una legata a forme di orientamento e inquinamento della fonte (provenienti da partiti e industria);  l'altra è la cosiddetta autocensura: il giornalista stesso si limita se ritiene che una notizia danneggi l'azienda. Non si diventa direttore di un grande quotidiano nazionale solo per le proprie capacità, ma anche in virtù di un'area politica di riferimento. E qui scatta l'ultimo problema delle grandi testate: sono generalmente di parte, raramente dalla parte del lettore, spesso dalla parte di uno dei contendenti... prendono posizione in maniera agonistica al pari dei politici, diventano parte in causa». Quindi non solo tifosi, ma addirittura giocatori in campo. «Sì, è quel che succede, a volte persino in maniera più violenta degli attori politici». Magari quei giornalisti snobbano riviste come Acqua & Sapone perché partner di una catena commerciale. Ma i veri pubblicitari sono quelli che dietro testate blasonate, spessissimo foraggiate con milioni di euro pubblici, fanno battaglie per questa o quella fazione, professionisiti della propaganda sotto mentite spoglie. O no?

LETTORI PIÙ SVEGLI
«Si evidenzia palese un clima di sospetto nei confronti delle testate giornalistiche “istituzionali” (a stampa e televisive) generalmente ritenute (pur con le dovute sfumature) poco credibili o solo in parte credibili. Tale percezione può essere imputata a diversi elementi: il peso della politica sul sistema dell'informazione, le logiche economiche che presiedono all'organizzazione dei media system». Così scrivono i Prof Scandaletti e Sorice in “Yes credibility – La precaria credibilità del sistema dei media”, terza tappa della loro approfondita ricerca sui mass media in Italia. «I giornali sono usati spesso come territori di libero scambio con la politica, l'economia, la finanza», sottolineano senza mezzi termini. Siamo troppo pessimisti e criticoni? Senz'altro gli italiani confermano questo scenario e mostrano di essere meno sprovveduti di quanto si creda: il 73% degli intervistati dall'istituto Ipsos ha detto che è “una situazione pericolosa il fatto che un gruppo industriale o finanziario possa diventare il proprietario di uno o più mezzi di informazione perché può avere l'obiettivo di condizionare l'opinione pubblica”. Specificando pure che non è completa e credibile l'informazione sulla politica nel 62% dei casi e sull'economia per il 49%. E purtroppo peggiora il giudizio sui giornalisti: secondo una indagine di Astra Ricerche del 2008, quasi 7 italiani su 10 li considerano bugiardi (il 68%, nel 1997 erano il 60%). E oltre uno su due (il 52%) considera i giornalisti “non indipendenti, al servizio di specifici interessi”, mentre per il 48% sono “di parte, fanno prevalere la propria appartenenza, in genere politica”.  

«Non siamo un giornale di parte, e tanto meno di partito, e nemmeno di classi o di ceti – scriveva Indro Montanelli, nel suo editoriale del primo numero de Il Giornale - […] Vogliamo creare, o ricreare, un certo costume giornalistico di serietà e di rigore». Ottimo auspicio, era il 1974. Intanto che venga messo in pratica, ai lettori resta un'arma formidabile: confrontare i giornali, non accontentarsi del primo titolone sparato e approfondire.                                     

Ha collaborato Roberto Lessio



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Programmi tv di informazione 6

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fonte Ipsos 

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