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Harrison Ford: la magia del volo

L’attore reso famoso da ‘Indiana Jones’ e ‘Guerre Stellari’ non vuole andare in pensione

Mar 27 Set 2011 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Dallo sfrontato e affascinante Han Solo di “Guerre Stellari” a “Indiana Jones”: ecco chi è Harrison Ford, uno degli attori più famosi del mondo grazie a due saghe che hanno fatto la storia del cinema. Targate George Lucas ed entrate nell'immaginario comune, devono molto a lui, anche se viene preso in giro spesso per quell'espressione granitica, l'unica che sa metter su. Ma, quando hai il suo carisma, non hai bisogno di altro. Lo abbiamo incontrato a Locarno, dove ha portato “Cowboy & Aliens”, fantawestern ambizioso e sconclusionato. Lì gli hanno anche fatto trovare una sorpresa, un riconoscimento alla carriera del festival, che ha accolto con entusiasmo, tutto quello di cui lui è capace, visto che parla sempre a voce bassa e non tira (quasi) mai fuori più di una dozzina di parole a risposta. Un osso duro, proprio come il cowboy che interpreta.

Partiamo dal premio alla carriera: non capita a molte star come lei di essere riconociute anche nei grandi festival culturali. Ne è felice?
«Certamente, è un grandissimo onore e, quando me lo hanno annunciato, sono stato molto felice. è vero pure, però, che, quando cominciano a darti riconoscimenti alla carriera, significa che sei diventato vecchio! Ma va bene così, fa comunque un gran piacere».

Non sembra sentirsi molto vecchio: non avrà mica intenzione di andare in pensione?
«Non è ho alcuna voglia: semplicemente, arrivato a una certa età, sento l'esigenza di legarmi solo a progetti che sento dentro, di cui sento l'urgenza. Argomenti importanti o storie divertenti, l'importante è che mi appassionino, al di là del guadagno o della fama. La pensione non è nei miei progetti, fare l'attore è sempre meglio che lavorare! Vedi luoghi molto belli, incontri gente interessante: è un privilegio fare questo mestiere e lo hanno in pochi».

Molti suoi colleghi si atteggiano a divi e sembrano non capirlo...
«Non so perché. A me capita spesso di pensare a compagni di scuola e amici che sono entrati in banca o in un ufficio e che da anni affrontano sempre la stessa routine. Io so che non ci sarei tagliato, che ne soffrirei molto. E sono qua, a godermi questo lavoro così bello. E io sono stato e sono anche più fortunato di molti miei colleghi: ho lavorato e lavoro con moltissimi grandi registi, spesso pagati persino meno di me».

E' per questo che non ha mai fatto il regista?
«(Sorride, almeno sembra in quella faccia di granito e marmo- ndr), il motivo per cui non mi sono mai messo dietro la macchina da presa è la responsabilità: non ho l'ansia del controllo come molti dicono e credono. Dirigere un film è uno dei compiti più difficili da svolgere e io sto così bene nel mio ruolo d'interprete che non ho nessuna voglia di cambiare. Per dire, in “Cowboy & Aliens” non mi dispiace affatto che sia Daniel Craig il protagonista, che il film non sia sulle mie spalle».

Dica la verità, ha accettato questo anche perché di western non ne aveva mai fatti!
«è il mio primo western, è vero, ma non perché non mi piaccia il genere, anzi. Ne farei volentieri altri, ma quando ho cominciato era finita l'età dell'oro di questo genere e la prima occasione è stata proprio questa, se si esclude la quasi parodia “Scusi, dov'è il West?“ di Robert Aldrich. Anche se non sono un grande spettatore di cinema, i western li ho sempre visti con gusto: e da attore amo recitare all'aria aperta e anche andare a cavallo».

Come sceglie i ruoli?
«Al di là dei criteri che ho illustrato prima, ovvero il valore della storia e quanto mi appassiona, li scelgo anche per la loro diversità. Mi piace cambiare, tanto che sarei felice che mi proponessero più commedie. Non vorrei mai essere uno stereotipo».

Però ha interpretato tre “Guerre Stellari” e quattro “Indiana Jones”!
«Lì è diverso, parliamo di George Lucas. Sono film divertentissimi da realizzare e, come è successo nel secondo caso, ho sempre l'ultima parola sulla partecipazione al film e sulla sceneggiatura. Parliamo di Lucas e Spielberg: è un'altra storia».

Ogni tanto fa anche pubblicità, non ha paura di svilire la sua immagine mitica?
«No, affatto. Considero una campagna pubblicitaria il modo più facile, rapido ed indolore per guadagnare tanti soldi da destinare alla fondazione di beneficenza che gestisco con la mia famiglia. Se un risultato è così buono, conta così tanto com'è arrivato?».

Lei ha spesso interpretato il ruolo di eroe. Esistono davvero nella realtà?
«Forse non sono come quelli del cinema, è vero, ma esistono. O meglio ci sono, nel nostro mondo, momenti eroici in ognuno di noi, in cui mettiamo davanti a noi gli interessi degli altri».

Cosa fa Harrison Ford quando non è sul set?
«Un tempo, come sapete, facevo mobili (Quando non riusciva a sfondare da attore, si manteneva con il lavoro di carpentiere - ndr). Ora non più, ho i miei figli con cui adoro passare il tempo e il volo. All'inizio fu una grande sfida, io non più giovane che imparavo a fare una cosa tanto difficile. Ora godo di quest'attività straordinaria e anche delle persone diverse che incontro: non attori e registi, ma quello che mi fa il pieno all'aereo, quello che mi indica le previsioni del tempo, persone semplici fuori dal mio ambiente. Ogni giornata in cabina di pilotaggio, ve l'assicuro, è magica».

 


MANCATO FALEGNAME
Nato a Chicago nel luglio del 1942, dopo aver cominciato come falegname, tra la fine degli anni Settanta e gli inizi degli anni Novanta ha partecipato ad alcuni dei film statunitensi di maggiore successo di quel periodo. Tra i quali i più noti il contrabbandiere spaziale Han Solo nella prima trilogia di “Guerre stellari” di George Lucas, l'archeologo Indiana Jones nella tetralogia di film diretti da Steven Spielberg e prodotti dallo stesso Lucas, e il cacciatore di replicanti Rick Deckard in “Blade Runner” di Ridley Scott.


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