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Professione reporter

Roberto Colella sui fronti di guerra per raccontare l'inenarrabile

Mar 27 Set 2011 | di Angela Iantosca | Media
Foto di 9

“Ho 31 anni e sono un reporter di guerra. I miei genitori sognavano per me un lavoro diverso, più "sicuro". Ma io ho sempre voluto raccontare ciò che non si può raccontare. Ciò che gli altri non vogliono o possono raccontare". Roberto Colella è un ragazzo molisano: dopo la laurea in Scienze Politiche e due master in Geopolitica, in Criminologia e Intelligence, ha cominciato a scrivere, assecondando la sua passione per il racconto, per la ricerca della verità. Per farlo, ha preso il suo zaino e si è avventurato, anche solo, in zone di guerra, in zone poco sicure, tra la gente che vive per strada, tra gli ultimi della Terra: «Sono stato in Kosovo, in Libano, in Rwanda e in Burundi. Ho seguito le vicende della Tunisia fino a spingermi ai confini con la Libia; mi sono interessato dei profughi, seguendo i loro viaggi della speranza».

Cosa ti porta ad andare nei teatri di guerra?
«La passione per il giornalismo, che è forte - mi racconta alla fine di un seminario tenutosi all’interno del Festival del cinema, documentario e reportage di guerradi “Storie nella Storia”  di San Pietro Infine (Ce) -. Ma il giornalismo di guerra è ancora più stimolante».

Come ti sei preparato a questo lavoro?
«Dopo aver seguito dei corsi, anni fa, sono entrato nella lista di giornalisti selezionati dal Ministero della Difesa, facenti parte dell'Associazione Stampa Italia. I corsi, che abbiamo frequentato sono stati formativi, perché oltre alla parte teorica erano previste esercitazioni. Prima di partire, devi essere pronto da un punto di vista fisico e culturale: conoscere gli usi di alcune popolazioni spesso ti salva la vita. Siamo stati a Grosseto con l’Aeronautica. A Brindisi con la Marina, poi abbiamo fatto esercitazioni in caso di rapimento. Con i Carabinieri abbiamo “lavorato” sui check point».

Come operi?
«Come freelance e come embedded (giornalista al seguito dell’Esercito - ndr)».

Quali differenze tra i due ruoli?
«L’embedded è il giornalista inserito nelle truppe. Quando vado con l'esercito, dormo con loro, mangio nella loro mensa, ho una certa protezione. Ovviamente da embedded ascolti una sola campana. Quando ti muovi da freelance sei più libero. Ma fare il freelance in zona di guerra significa che non hai protezioni e devi stare molto attento: so di correre dei pericoli, ma nel reporter c’è una passione più forte della stessa paura di morire».

Giuliana Sgrena critica i giornalisti embedded dicendo che non sono veri giornalisti. In quale ruolo tu ti senti meglio?
«Trovo vantaggiose entrambe le cose. Andando con l’esercito sei sicuro al 100%. Sulla indipendenza informativa, posso dire che ho parlato spesso non bene delle Forze Armate, pur stando con loro. Come quando ho raccontato le vicende reali dei nostri soccorsi ad Haiti, a dir poco ridicole! Noi dovevamo inaugurare la Portaerei di Finmeccanica e quindi siamo andati a portare aiuti un mese dopo il terremoto».

Chi è un vero reporter di guerra?
«è colui che beve e dorme dove bevono e dormono i personaggi delle sue storie, si mimetizza tra a gente. è una persona umile, deve adeguarsi a molte situazioni, capire le persone. Sicuramente è un tipo di attività che  può andar bene per un certo periodo, perché è difficile resistere a questo stress psicologico tutta la vita...».

Ma non vai solo all’estero... 
«Mi è capitato di fare un reportage a Scampia o nelle ville confiscate a Casal di Principe. Ho realizzato dei servizi anche sui vu’ cumprà. E allora sono diventato un vu’ cumprà e ho vissuto con loro... Ogni servizio  deve essere animato da questo».

Ci sono delle ferite che non si sono ancora cicatrizzate?
«Le immagini che mi sono rimaste più impresse riguardano i bambini. Quando sono stato nei villaggi Rom in Kosovo, ho visto questi bambini kosovari che ti venivano incontro con dei topi morti in mano: per loro era l'unico gioco a disposizione. Mi ricordo poi un ragazzo di 13 anni legato al letto, era cieco e i genitori lo tenevano così per impedirgli di andare in giro, mentre loro andavano a cercare cibo e acqua. E poi mi ricordo di un bambino kosovaro serbo abbandonato, che per due mesi è vissuto nella cuccia con il cane. Ora sta bene. Un'altra immagine indelebile sono i cadaveri al confine tra Burundi e Rwanda, o quello che ho visto nei barconi che arrivano a Lampedusa. Dopo due giorni di viaggio, iniziano a scarseggiare i viveri, poi l'acqua. Poi la gente comincia a morire e allora gettano i cadaveri in acqua. Ad un certo punto non ce la fanno più neanche a gettare cadaveri… E poi quanti di voi sanno che ogni anno arrivano tantissimi bambini dall’Afghanistan, viaggiando sotto i camion, legati con delle corde… che spesso si spezzano? Chi racconta i loro volti sfigurati? La realtà è molto più grave di quanto si racconta».

Solo carta stampata?
«Sì, perché con la carta stampata è capitato pochissime volte che mi toccassero il pezzo… I servizi in video sono totalmente limitanti. Di quanti conflitti sentite parlare in tv? Sempre degli stessi, mentre nel mondo si combatte ancora in zone di guerra ormai dimenticate, come il Darfur, la Somalia».

Ci sono stati momenti duri?
«In un periodo difficile della mia vita mi ha dato un forte sostegno Angela Terzani, che mi ha spinto ad andare avanti. A volte sono i genitori che creano ostacoli. I miei genitori sperano per me tutt'altro: sperano che vada in un ufficio, sperano spesso nei loro sogni. Mio padre sperava di diventare ingegnere e di infondermi questa passione. Ma sono i loro sogni. Io non voglio un giorno trasmettere ai miei figli i sogni che io non ho avuto il coraggio di sognare! Ho sempre fatto ciò che ho sognato di fare. Ho percors strade tortuose, difficili, ma sono contento perché sono le mie strade!».

 


GUERRA E PACE 
Giornalista, collabora con Limes (Gruppo l’Espresso) con il Quotidiano Nazionale (Resto del Carlino, La Nazione, il Giorno) curando il blog “Guerra e Pace” ed è Direttore di Embedded Agency agenzia che si occupa di notizie dai teatri di guerra. Ha recentemente pubblicato “Cronache di un Reporter. Dispacci dai teatri di Guerra”, Palladino Editore. 


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