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Gérard Depardieu: la faccia piů bella del cinema

Generoso e contraddittorio

Mar 25 Ott 2011 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 11

Che strano personaggio Gérard Depardieu. Uno che ha amato tante donne e che le ha tradite tutte, non smettendo di amarle. Uno che si dedica ai piaceri della vita - per lui soprattutto cinema e gastronomia -, ma che ha saputo e forse voluto soffrire come pochi (si pensi solo al rapporto tormentato con il figlio Guillaume, prematuramente scomparso). Uno che, come dice il direttore del Festival del film Locarno Olivier Père, “è forse la faccia più bella del cinema” e che ha recitato tutto e con tutti i più grandi. Generosissimo e contraddittorio: può ammaliare il pubblico con la sua oratoria e il suo istrionismo e solo pochi giorni dopo decollare con un aereo che, per le sue intemperanze e la sua incontinenza, in tutti i sensi, è costretto subito dopo a riatterrare. Una bella metafora, forse, della sua grandezza - anche qui, in tutti i sensi - come attore e come uomo: intermittente, discontinua, alternata a momenti di black-out. Per nostra fortuna, quando abbiamo incrociato la sua strada, era in formissima.

A Locarno è venuto soprattutto per ricordare un grande, Maurice Pialat. Il suo mentore?
«Insieme abbiamo fatto un bel poker di film, in 15 anni, tra il 1980 e il 1995 (Loulou, Police, Sotto il sole di Satana e Le garçu - ndr) ed è in quelle occasioni e nella nostra amicizia che ho scoperto la sua grandezza. Era il più pronto fra tutti a spendere le proprie energie per gli altri, un operaio dello spettacolo, aveva la pazienza del creatore. Non si credeva il Cineasta, era uno che arrivava dalla strada e anche per questo ci si è capiti subito e ha saputo trasformare la mia arroganza giovanile in una strana ironia». 

Lei è uno che ha sempre privilegiato il lato umano, nel bene e nel male: le è costato parecchio?
«Forse, ma non me ne sono mai pentito. Continuo a parlare di Maurice, per spiegarmi meglio. In lui ho sempre riconosciuto un amore, un'umanità, una pietas che è davvero difficile trovare anche in altri grandi maestri. A quel punto lavorare con una persona così ti ripaga di qualsiasi sacrificio, proprio perché non lo senti come tale. Non rinunci a nulla, scegli lui e i suoi valori. Era sensibile, anticonvenzionale, un motivatore sui generis». 

Ne parla con nostalgia. Le mancano i vecchi tempi?
«Ormai l'industrializzazione ha privato i paesi di una propria identità cinematografica, le sale sono invase dal cinema americano; tv, internet e satellite hanno contribuito a una deriva pornografica del cinema: in rete o in tv ormai trovi quello che vuoi. Non c’è più il culto dell’arte, l’amore per la sala, l’attenzione e la dovuta lentezza, per assaporare meglio un film, un’opera d’arte. è peggiorato tutto, come ambiente e come industria».

Cambiando il soggetto, si potrebbe dire lo stesso di un altro suo grande amore: il cibo.
«Il cibo e il cinema, è vero, non sono così lontani. Il cibo, il vino sono come il cinema, danno nutrimento e piacere. E la vostra Italia ha molto in entrambi i campi e credo che la bellezza del vostro paese nasca anche da questo rapporto con l’arte e il piacere, vi consente di mantenere forte il rispetto dei valori e della famiglia, di amare profondamente la vostra terra che vi dà tante cose speciali, in termini morali e materiali. Certo, forse vale più per il sud Italia (off records riderà delle parole di Bossi - ndr), sappiamo che al nord c’è la zona più industriale e probabilmente questo legame si sente meno. Ma già da Firenze, la terra di Dante e Benigni, si avverte quanto sia speciale il vostro paese». 

Dopo tanti anni di lavoro e una vita così intensa, guardandosi indietro cosa vede?
«Non so chi sia davvero Gérard Depardieu. Ho avuto fortuna a fare questo mestiere, perché da giovane sono stato cacciato dalla scuola, dalla chiesa e non ho mai avuto un'educazione tradizionale. Non ho studiato, ma ho vissuto. Ho sviluppato una mia spiritualità studiando i testi sacri come il Corano. Ho avuto fortuna ad avere due genitori che si amavano, ma che, purtroppo, sono morti giovani. Non mi è stato regalato niente, ho lavorato moltissimo, ma ho fatto sempre cose che mi piacciono. E, al di là del tanto dolore che ho provato nella mia vita, comunque mi sento un uomo fortunato. Non ho avuto maestri, ma ho imparato dalla vita. Ho cercato di tenermi lontano dalla stupidità, anche se a volte sono stato il più stupido di tutti».

E cos'è il cinema per Gérard Depardieu?
«Ci sono i festival come Locarno, dove cinquemila persone si riuniscono per vedere un film sotto la pioggia. Ecco cos'è per me il cinema: qualcosa che muove migliaia di persone in nome di una passione più forte di tutto. Amo luoghi come questo, perché sono una forma di celebrazione del cinema in cui tutti condividiamo lo stesso sentimento, la meraviglia e lo stupore di quando eravamo ragazzini. Ecco perché amavo i film di Maurice Pialat come attore ma anche come spettatore: il suo era un cinema grandioso. I suoi lungometraggi non erano solo per piccole sale, ma per grandi schermi. Maurice pensava in grande e, con i suoi lavori, trasmetteva le più grandi passioni umane. Ed è questa la Settima Arte, per me».


40 ANNI DI CARRIERA 
Gérard Xavier Marcel Depardieu è nato a Châteauroux il 27 dicembre del 1948. Attore di peso, fisicamente e artisticamente, calca le scene da almeno 40 anni, conquistando tutti con il suo carisma. Celebre per i primi successi con Truffaut (“La signora della porta accanto” e “L'ultimo metrò”, che gli valse anche un Cesar), ha vinto come miglior interprete a Venezia - che gli ha tributato anche un Leone alla Carriera -, Cannes e al Golden Globe. Ha recitato per il meglio della cinematografia del dopoguerra, da Resnais a Bertolucci, passando per Truffaut, Duras, Ferreri, Schmid, Corneau e Téchiné, è stato ed è un'icona, da Cyrano a Obelix, ha riempito il nostro immaginario. 


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