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Steven Soderbergh: rete fuori controllo

Quando ero un ottimo giocatore di baseball...

Mar 25 Ott 2011 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Ci sono uomini che non ti possono lasciare indifferenti. Steven Soderbergh, faccia normale e sorriso pulito, è uno di questi. Dietro una calma piena di attenzione per chi parla con lui, una concentrazione sulle sue risposte che gli permette di essere sempre originale nelle analisi e nel pensiero, si nasconde uno straordinario talento. Da “Sesso, bugie e videotape” all’ultimo “Contagion”, passando per la saga di Danny Ocean, “Traffic” ed “Erin Brokovich”, ha seminato la sua carriera di film cult e premi per sé e per i suoi protagonisti. Partendo dall’ultimo film, che tratta di un virus che decima la popolazione mondiale, il cineasta ci concede una visione della sua arte e della nostra società molto interessante.

Nel suo “Contagion” più pericoloso dell’epidemia sconosciuta, è il virus dell’informazione malata. Un argomento che a questo giornale è molto caro.
«L’intuizione è nata dal voler immettere un altro virus nel film, quello mediatico, un’idea geniale di Scott Burns. Jude Law è stato bravissimo nell’interpretare un giornalista precario di talento e molto spregiudicato. La cosa interessante è che lui, a mio parere, non è cinico né bugiardo: è convinto di quello che dice, si ammala e guarisce da quello che considera la malattia che sta decimando tutti, sfrutta a proprio favore l’attenzione che costruisce attorno a sé, perché pensa di avere ragione. Allo stesso tempo è estremamente ambizioso e furbo e inevitabilmente questo lo porta a cavalcare la situazione. Quello che dice, in effetti, fa parte di un’ideologia, di una paranoia collettiva, la teoria del complotto, condivisa da molti: una leggenda politica per cui il Potere mente sempre. E molti di loro, come lui, vedono in internet una piattaforma democratica dove sbugiardarlo. La Rete però è fuori controllo, anche in senso negativo: io non potrò mai sapere cosa si dice di me, l’esattezza delle informazioni che circolano sul mio conto».

“Contagion” usa un altro fenomeno che si è espanso come un virus: la comunicazione 2.0. Lei che rapporto ha con social network e affini?
«Appunto. Ci sono account su Facebook e Twitter a mio nome, ma non sono miei e approfitto per dirlo, è estremamente seccante che qualcuno abusi del mio nome. Pur essendo interessato ai progressi tecnologici e comunicativi, non mi ha mai coinvolto questa nuova rete virtuale di contatti, ne sono rimasto fuori. Forse anche per un fatto semplicemente anagrafico. Ma è interessante il livello di penetrazione nella societá che ha avuto la comunicazione 2.0, quanto abbia cambiato le nostre relazioni. E non sono di quei moralisti che pensano siano peggiorate: ricordo la fatica con cui chiedevo, e ancora meno ottenevo, un’uscita con una ragazza e come questo sia cambiato ora con tutti questi modi di prender contatto».

Un altro virus presente in “Contagion” è la paura CHE è dilagante. è la vera arma di (auto)distruzione di massa del presente?
«Da sentimento umano utile all’autoconservazione è diventata un’arma. La paura come il dolore dovrebbe essere un avvertimento, un invito alla prudenza: tale era nelle societá primitive e tale è ancora per gli animali e per gli uomini in molti contesti naturali in Africa. Ora invece viene strumentalizzata, è il detonatore di molti dei conflitti che affrontiamo: non solo tra culture e religioni, non solo quelli nei teatri di guerra, ma anche quelli sociali e razziali».

E c’è modo di combatterla?
«Un suggerimento ce l’ho. Come artista devi risolvere un problema ogni minuto, devi sempre guardare a soluzioni nuove, perché non puoi permetterti di non essere originale. Questo modo che io uso nel cinema, come tanti altri colleghi e creativi in generale, dovrebbe essere portato anche in politica, solo perché è una strategia incredibilmente efficiente. E invece la paura che pervade il nostro mondo ci spinge spesso ad avere nostalgia di un passato visto come l’Eden: peccato che allora c’erano più guerre, si moriva di più, c’erano meno sicurezza e diritti. Così finiamo anche per temere il futuro, è assurdo. Tornando alla modalità artistica di contrastare paura e problemi, il segreto della sua efficienza è nel confronto costante, nell’uso della parola e della cultura come argine all’irrazionalitá della paura. Questo ci impedisce di essere controllati da questo sentimento primario».

Ha stravinto ad Hollywood e fa grande cinema indipendente. Qual è il segreto del suo successo?
«Io sono stato molto fortunato per diversi motivi. Uno è stato la mia tempestività: ho iniziato la mia carriera in un ottimo momento per il cinema americano. “Sesso, bugie e videotape” arrivò durante la rinascita della Settima Arte dopo un decennio che aveva segnato la morte della New Hollywood dei giovani, straordinari autori che avevano scritto la storia del cinema negli anni ’70. Erano stati sconfitti, con poche eccezioni come David Lynch: quella new wave era stata spazzata via e avevano ripreso potere gli studios. Ma in quell’anno, il 1989, ci fu una nuova inversione di tendenza e mi trovai al centro di quel cambiamento con il film giusto al momento giusto. L’ulteriore successo commerciale mi consentì di sperimentare più di molti miei colleghi: mi sono potuto permettere più insuccessi di altri. Un altro motivo è la New Hollywood: sono cresciuto guardando quei film straordinari in cui giovani registi geniali riuscirono a sfidare e conquistare gli studios. Il loro esempio è stato fondamentale per me. L'ultimo segreto è la curiosità: ho sempre voglia di qualcosa di nuovo». 

Quali sono le paure più grandi di Steven Soderbergh?
«Non quelle che racconto, sono onesto. Un virus che si diffonde con enorme facilità non riesce a spaventarmi, ha qualcosa di ineluttabile: possiamo proibire agli uomini di bere, giocare, salutarsi, mangiare, usare le stesse suppellettili in un ristorante o viaggiare in aereo? E non ho paura della morte, evento assolutamente naturale. La mia è una paura molto più personale: svegliarmi un giorno e trovarmi di colpo senza più una passione ad accendere la mia vita. Nasce dalla mia adolescenza: ero un ottimo giocatore di baseball e da un giorno all'altro il sacro fuoco per questo sport, che amo, si spense. Ecco, non vorrei mai più rivivere quell'esperienza».                            

 


E SE ABBANDONASSE?
Ex campioncino di baseball, appassionato di musica, regista dei cult commerciali e indipendenti forse più amati degli ultimi vent'anni. Ecco chi è Steven Soderbergh, uno che a metà degli anni '80 gira un documentario musicale sugli Yes e poi nel 1989 stupisce il mondo vincendo la Palma d'Oro a Cannes con “Sesso, bugie e Videotape”. Aveva 26 anni e davanti un decennio di fallimenti commerciali: da “Delitti e segreti” a “Schizopolis”. Ma sarà lui nel 1998 a “scoprire” Jennifer Lopez con “Out of Sight”, affiancata dall'amico di sempre del cineasta, George Clooney. La resurrezione, prima commerciale e poi artistica è compiuta: nel 2000 fa vincere l'Oscar a Julia Roberts con “Erin Brockovich”, nel 2001 lo vince lui con “Traffic”. Arriveranno poi “Ocean's Eleven”, Twelve e Thirteen, regalando anche perle indipendenti come “Solaris”, “Bubble” e “Intrigo a Berlino”. Le ultime gemme sono il dittico su Che Guevara, il divertente “The informant” e l'inquietante “Contagion”, presentato in anteprima mondiale all'ultima Mostra di Venezia. Dopo “Haywire”, in via di realizzazione, si dice possa abbandonare il cinema per la pittura. Uno scherzo? Vedremo. 


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