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Catherine Spaak: ho imparato a dire no

Scrive un nuovo libro e continua il suo percorso di ricerca, cominciato 20 anni fa

Mar 25 Ott 2011 | di Angela Iantosca | Interviste Esclusive
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Mi arriva il suo libro come un segno. “L’amore blu”, questo il titolo del nuovo romanzo di Catherine Spaak: un viaggio attraverso il tempo, lo spazio, le storie, ma soprattutto un percorso interiore, profondo della protagonista dietro la quale si intravede la scrittrice. La chiamo per fissare il nostro appuntamento: ci vediamo a Roma in Via della Pace. Arriva camminando con aria sbarazzina. Vestita di nero, un paio di occhiali da sole. Sorride. Sedute ad un bar, dietro piazza Navona, cominciamo a parlare. «Non credo che esista niente di casuale. Anche le cose più assurde... La protagonista del libro deve spogliarsi di tutto ciò che è schema, smettere di lottare contro. Io ogni tanto a casa prendo e butto ciò che è vecchio. E lo stesso dovremmo farlo nell’anima. Dovremmo scegliere un giorno per “svuotarci” e inventare delle regole… contro le regole!».

Leggendo il libro si intuisce il percorso che ha compiuto e le letture che l’hanno accompagnata in questi anni.
«Sono 20 anni che sono alla ricerca di risposte. Non potendole trovare subito, perlomeno nelle persone, le ho cercate prima nei libri. Credo che nella vita dobbiamo fare un percorso e incontrare anche il diavolo, prima di arrivare alla salvezza».

Come è cambiata negli anni?
«Non credo che si cambi poi così tanto. Si è sempre gli stessi. Io per molti aspetti sono identica a quando avevo 20 anni. È cambiata solo una cosa: ora ascolto la voce interiore e non la metto via come si fa da giovani. Solo questo è cambiato: la capacità di ascoltare. Di avere acuito l’intuito. Adesso vedo una persona per la prima volta e sento: non ho bisogno di guardarla. Sento il pericolo, la sofferenza, la gioia, la cattiveria, l’invidia, la rabbia… e questo è anche un guaio, soprattutto con i parenti e con i fidanzati!». 

è faticoso tacere?
«è faticoso sapere ciò che l’altro non vuole ammettere. D’altra parte è uno dei lati positivi dell’età. Non è solo uno “schifo” invecchiare (ride divertita – ndr). Con l'età si sviluppa questo dono che abbiamo tutti. C’è chi lo sviluppa e chi non lo svilupperà mai! È un regalo che a volte pesa… sentire che una persona molto vicina a noi non è così bella come vorremmo, dispiace. Prima per la persona e poi per noi».

Come è cambiata la sua visione della maternità?
«Totalmente. Io vedo i figli come dei corpi che ho fatto. E vedo i miei figli per quello che sono e non per quello che vorrei che fossero».

Questo viaggio dentro di sé è stato anche fisico?
«Sono andata in India in un posto per aiutare dei bambini, in una scuola cattolica e buddhista con un prete stravagante ed efficace. Li portavo a scuola. è stato volontariato. Però il viaggio lo puoi fare dietro casa tua, oggi. Trent’anni fa non era così. Non c’è bisogno di andare lontano. Dappertutto anche nei posti meno immaginabili trovi persone che stanno in meditazione, persone che sono molto evolute».

Perché negli ultimi anni c’è stato un incremento delle persone che sono alla ricerca di sé, di pace, verità?
«Perché la gente è schifata da tutto ciò che è materia, da questa finta promessa di felicità data dall’acquisto: ho letto recentemente di una ragazza che si è venduto un rene per comprarsi una borsa di Hermes e di tanta gente che spende migliaia di euro perché si annoia! Siamo a dei livelli patetici per cui dentro ciascuno di noi c’è questo annaspare, c’è questa voglia di cercare un qualche punto di riferimento, una luce che ci faccia tornare ad essere umani. E la ricerca può portare a trovare tante soluzioni anche sbagliate, a creare altre sovrastrutture e a commettere errori pesanti... Non possiamo dimenticarci di essere un’anima per 20/30/40 anni della nostra esistenza. È come avere un seme meraviglioso e farlo diventare un sasso».

Si è mai sentita soffocata dall’essere Catherine Spaak?
«Ho sentito questo quando ero giovane e mi sono ribellata immediatamente, scrollandomi di dosso tutto e facendo di testa mia. Non sono mai voluta essere schiava e dipendente. Non voglio essere dipendente da niente. E questa è una cosa che non si risolve in un attimo. Ogni giorno è una lotta. Potrei essere schiava della cioccolata, di coccole, dell’alcol. Ero schiava delle sigarette. E 5 mesi fa ho deciso improvvisamente che non volevo più sentire questa schiavitù! Dico: se mi trovassi in un posto in cui non posso truccarmi, vestirmi, come farei? Mi rispondo: andrebbe alla grande!».

Non ha paura di questa totale indipendenza?
«Ma è bellissimo, perché scegli di esserlo! E lo stesso per l’amore. Il vero amore non è dipendenza, né possesso: è gioia, è il benessere dell’altro che diventa tua».

Questi percorsi si possono insegnare?
«Credo che non serva parlare. Il nostro modo di vivere e di essere è l’esempio più forte».

Come è stato percepito questo cambiamento da parte dei suoi figli?
«Ci sono due reazioni possibili: quello dell’essere travolti dalla bellezza, dall’amore e dal voler partecipare o quello di incazzarsi e dire “no”, rifiutare, chiudersi, puntare il dito,. Capita anche con i figli, anzi è prevedibile. Ma bisogna accettarla questa cosa. E sperare che questo momento di ribellione e ottusità passi. Spero che capiscano che fa male a loro, non certo a me…».

Quando si è sentita libera la prima volta?
«C’è una parola magica che non sappiamo usare: la parola “no”, pronunciata con il sorriso, senza arrabbiarsi! C’è sempre “lo faccio per”, “lo faccio controvoglia, ma..”. Meglio dire no e assumersi le responsabilità».

Ha mai percepito la sua bellezza come una prigione?
«La bellezza fisica può essere una prigione, se viene vissuta come l’unica cosa che abbiamo. Se pensi che è una cosa da sfruttare. Ma, se è un dono e viene rispettato e inteso come dono da donare, è bellissimo. La maggior parte delle persone, invece, pensa di averne il merito… come se fosse il risultato di qualche impresa o sacrificio! Per una donna, quella sulla bellezza è una lezione interessante, da imparare e da non sottovalutare. Perché può essere qualcosa che si ritorce contro le persone!».

 

 


IL SUO AMORE BLU
Catherine Spaak, di famiglia belga, dopo l’esordio cinematografico a 14 anni, debutta in Italia nel 1960 con “I dolci inganni” di Lattuada che condizionerà i suoi ruoli successivi. Sposa Fabrizio Capucci nel 1963, dalla cui unione nasce Sabrina. La Dischi Ricordi le offre un contratto discografico e continua a lavorare nelle commedie all'italiana (“L'armata Brancaleone”, “Adulterio all'italiana”...). Dalla storia d’amore con Johnny Dorelli nasce Gabriele. Dal 1970 scrive per alcune testate giornalistiche. Autrice e conduttrice di talk-show, come “Harem” (più di 15 edizioni per Rai 3), ha scritto diversi libri. A settembre è stato pubblicato “L’amore blu” edito da Mondadori.


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