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Tibet: il terzo millennio

Viaggio nella regione autonoma cinese sospesa tra passato e futuro

Mar 25 Ott 2011 | di Michele Zamora | Mondo
Foto di 17

Ferrovie ad alta velocità, pick-up, hotel di lusso. Ai piedi del palazzo del Potala, molto è cambiato. Il Tibet del terzo millennio ha il sorriso soddisfatto dei giovani imprenditori locali e lo sguardo dimesso delle centinaia di fedeli che, in silenzio, percorrono il ‘kora’, il quotidiano circuito di pellegrinaggio. Sospeso tra passato e futuro, la regione autonoma cinese è una sorta di work in progress guidato con mano ferma da Pechino, ma non privo di quella spiritualità millenaria che lo ha sempre segnato.

UNA CITTÀ CHE AVANZA 
Lhasa, capitale del Tibet, in bilico tra realtà e leggenda, oggi è una città  che avanza a grandi passi verso la modernità. Un anello di strade nuove di zecca, simili a quelle che caratterizzano le maggiori città cinesi,  circonda il quartiere tibetano, cuore antico della città e teatro delle maggiori manifestazioni buddhiste anti-governative. Qui, nella grande piazza del Barkhor, nel marzo 2008, scoppiarono scontri tra i manifestanti e le autorità cinesi. Centinaia di monaci si riunirono, facendo esplodere la propria rabbia contro ‘’l’occupazione’’ cinese del Tibet e l’esilio della loro guida, il Dalai Lama. Le vittime furono decine, diversi negozi furono dati alle fiamme. Di quella rivolta, repressa con il pugno di ferro, oggi non c’è più traccia, se non nei drappelli di militari che guardano a vista il lento passaggio di pellegrini e turisti. L’atmosfera è tranquilla, solo sfiorata dalla tensione. I tibetani recitano i mantra e fanno girare le ruote della preghiera collocate dinanzi al monastero dello Jokhang. A interrompere la sacra quotidianità del quartiere i turisti, cinesi soprattutto, che infrangono il silenzio dei fedeli con i click delle macchine fotografiche. 

IL LUOGO DELL’AUTENTICITÀ 
Solo nello Jokhang, struttura quadrangolare risalente al VII secolo, l’autenticità buddhista riprende vigore. Il suo interno è pervaso dall’odore di incenso e burro di yak e dal mormorio dei fedeli che percorrono il circuito delle sacre cappelle, dove si stagliano maestose statue di Buddha e dei Bodhisattva (divinità protettrici). Le fotografie sono vietate: al visitatore non resta che assaporare, in silenzio, barlumi della spiritualità tibetana. 

TRADIZIONE E INNOVAZIONE
Qui la sinizzazione (processo propagandistico, mediatico, militare o culturale attraverso il quale diventano cinesi territori di cultura, tradizione, lingua e origine diverse dalla propria) è dovuta scendere a patti con la tradizione, ad eccezione della parte moderna della capitale, dove brand multinazionali ed efficienti centri commerciali si susseguono lungo le principali arterie, ancora sovrastate dagli enormi manifesti che celebrano il 60° anniversario della ‘liberazione del Tibet’, corrispondente all’annessione della regione himalayana alla Cina. L’area, che ospita anche il Museo del Tibet, omaggio alla propaganda cinese, è sovrastata dal palazzo del Potala, storica residenza del Dalai Lama e, da secoli, tappa obbligata per qualsiasi visitatore occidentale, con la sua mole bianca e rossa che si inerpica su una ripida altura sovrastante la città. Al suo interno, decorazioni lignee e arredi dorati ricordano lo splendore dell’oligarchia tibetana. Oggi il Potala è un museo ben conservato. Il Dalai Lama è lontano. Ma la sua antica residenza resta un’immagine indelebile.

I DINTORNI DELLA CAPITALE
è nei dintorni della capitale che i cambiamenti in atto si mostrano in tutto il loro vigore. Fattorie nuove di zecca e fabbriche all’ultimo grido sorgono negli altipiani che circondano Lhasa, dove di solito si accampano i nomadi. Il governo cinese, con un’ampia politica di finanziamenti agevolati, “ha dato il là” ad un’imprenditoria locale fino a pochi anni fa inesistente e oggi specializzata nel commercio di prodotti tipici (olio di noce, birra e acqua). Storie di successo, che hanno portato lavoro e ricchezza ad una delle regioni più povere della Cina. Ma c’è un prezzo da pagare. E così accade che i contadini locali ti accolgano nelle loro dimore, offrendo patate, fragole e carne di yak in ampie stanze dove, al posto del Dalai Lama, immagini dei leader storici del comunismo campeggiano al fianco delle foto di famiglia. 

IL TETTO DEL MONDO
Allontanandoci da Lhasa, la presenza cinese si dirada, lasciando il posto a tempi e luoghi della leggendaria Shangri-la asiatica. A 250 km di distanza, sorge Gyantse, nella regione dello Tsang. Per raggiungerla, è necessario percorrere una strada mozzafiato che si arrampica sul Tetto del Mondo, fino a superare i 5mila metri. L’aria è rarefatta, l’Everest non è lontano. L’orizzonte è occupato dalle aride pendici dell’Himalaya. Il viaggio da Lhasa a Gyantse è un tuffo in quella che un tempo era una terra proibita. Ai piedi della statale, i grandi altipiani sono interrotti da coltivazioni di funghi, frutta e fiori di un giallo sgargiante. Qua e là spuntano laghi turchesi, considerati sacri dai tibetani. Come lo Yamdrok-tso, ad oltre 4mila metri di altezza, che negli anni scorsi è stato al centro dell’ennesimo scontro con Pechino, che lì ha fatto costruire una grande centrale idroelettrica. La natura regna comunque incontrastata in quest’area puntellata da ghiacciai perenni e dagli accampamenti dei pochi, poverissimi nomadi rimasti. Mentre decine di yak pascolano sulle ripide pendici dei monti, in precario equilibrio. 

IL MONASTERO PIÙ GRANDE 
Dopo 8 ore di viaggio, si giunge a Gyantse. Il suo paesaggio urbano è lontano anni luce da quello di Lhasa. La città moderna è un intreccio di strade dalla scarsa illuminazione, affiancata da negozi improbabili e invasa da cani randagi. Il quartiere tibetano appare come un luogo alla fine del mondo. Basse case, sovrastate dalle colorate bandiere della preghiera, affiancano la grande strada che conduce all’antico monastero di Pelkor Chode, con il più grande kumbum (costruzione circolare che custodisce migliaia di immagini e dipinti sacri) del Tibet. Il complesso è maestoso e si arrampica su uno dei due monti che sovrasta la città: sull’altro sorge l’antica fortezza, i cui colori si confondono con quelli della roccia. A Gyantse il turismo di massa non è ancora arrivato e il suo monastero, per ora, è stato risparmiato dalle decine di autobus di visitatori cinesi che invece affollano il monastero di Tashilhumpo, il più grande del Tibet. La struttura è il fiore all’occhiello di Shigatse, seconda città della regione, situata non lontano da Gyantse. Tashilhumpo è la residenza ufficiale della seconda guida spirituale tibetana, il Panchen Lama. Il leader, tuttavia, vi risiede solo di rado per evitare di accendere le proteste dei tibetani, che accusano Pechino di aver accantonato il vero Panchen Lama per eleggerne uno gradito al governo centrale. Oggi il monastero è custodito da un’ottantina di monaci, che permettono di fotografare gli interni in cambio di salatissime offerte. Tashilhumpo è un compendio di architettura tibetana di valore inestimabile che ospita anche la più grande statua dorata del pianeta, alta 26 metri. Ma il monastero è diventato anche un labirinto di turisti, che armati di videocamere e macchine fotografiche si riversano nelle strette strade del complesso. 

UNA CITTÀ DIVISA
La stessa Shigatse appare come una città divisa. Da un lato l’area moderna, caotica, efficiente, commerciale; dall’altro il quartiere tibetano, più dimesso ma non privo di fascino, puntellato da piccoli ‘stupa’ e da mercatini colmi di souvenir di ogni tipo, dalle colorate tende locali ai tradizionali rosari in osso di yak. Il rischio è che sia l’intero Tibet a pagare con una frammentazione urbanistica e sociale l’improvviso arrivo della modernità. Per ora la regione resta un esperimento complesso, dove avanguardia cinese e tradizioni tibetane si sfiorano senza scontrarsi. Al termine del viaggio anche il turista più distratto si ritroverà travolto dalle mille emozioni del Tetto del Mondo.


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