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Wim Wenders: penso alla Bibbia

“Pina Bausch: l'amica, l'artista”

Gio 01 Dic 2011 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
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Wim Wenders, che vi piaccia o no, è un maestro moderno dell'arte cinematografica. In quasi 40 anni di cinema ha rimodellato questa disciplina, l'ha rinnovata, le ha fornito un nuovo sguardo, il suo, l'ha sfidata con la sua voglia di conoscere, di esplorare. Ed è una persona speciale, un'anima pulsante e profonda che sa entrare in immediata empatia con chi gli sta vicino, se trova una sintonia. Al di là di “Alice nelle città” o “Paris, Texas”, de “Il cielo sopra Berlino” o “Buena Vista Social Club”, Wenders è un uomo e un intellettuale che ti arricchisce a ogni incontro. Con il suo ultimo film, “Pina 3D”, ha fatto un meraviglioso tributo a una grande artista: Pina Bausch.

Ci siamo incontrati sei anni fa, a Locarno, si ricorda?
«Certo, ho ancora il tuo libro (America Oggi, ed. Alegre - ndr). Un bel regalo, una bellissima dedica: sapere che sono stato d'ispirazione a te e al tuo collega (Alessio Aringoli) fu, in quel giorno difficile, un regalo prezioso. Era morto un caro amico - Ibrahim Ferrer, uno degli eroi del “Buena Vista Social Club” - e, dopo pochi minuti, dovevamo incontrarci. Un bel ricordo, una bella chiacchierata».

Parliamo di un altro suo affetto recentemente scomparso, Pina Bausch. 
«Ho conosciuto Pina più di 25 anni fa e ho subito sentito tutto il fascino del suo lavoro. Non riuscivo a trovare le parole, le immagini per tradurlo al cinema, ma lei è sempre stata paziente con me. Sapeva che volevo farlo e non mi ha mai fatto pressioni. Ricordo che nel 1985 passeggiavo a Venezia con la mia ragazza e vedemmo un poster che annunciava un suo spettacolo: lei cominciò a insistere per vederlo, io, a dirla tutta, non ne avevo molta voglia, pensavo che c'erano tante belle cose da vedere in quella meravigliosa città, non mi andava molto di chiudermi in teatro. Ovviamente ha vinto la mia compagna e cinque minuti dopo l'inizio della performance mi sono sorpreso a scoprire che piangevo, seduto sul bordo della sedia. Non capivo cosa mi stesse succedendo, sapevo solo che era qualcosa di fortissimo».

Ci ha messo molto, però, a raccontarla. 
«Appena è arrivato il 3D, ho capito che avevo i mezzi per far capire a tutti la bellezza poetica, artistica, anche fisica delle sue opere. Purtroppo questa donna pazzesca non ha potuto vedere il film, ci ha lasciato prima».

Che sensazioni provò quando la incontrò?
«Scoprii una donna incredibile, un linguaggio, un'arte di cui neanche immaginavo la potenza. Era qualcosa di rivoluzionario, lei ha sovvertito il concetto di ballo, di comunicazione artistica. Da quel momento l'ho seguita sempre. Abbiamo impiegato molto a incontrarci. Spesso ci siamo trovati nello stesso luogo, ma senza conoscerci: purtroppo, ho perso una dozzina d'anni di una persona così speciale».

Entrambi siete stati fondamentali per la cultura tedesca ed europea. Sentivate quest'affinità?
«Tutti e due abbiamo iniziato su una base analoga: Pina è nata durante la seconda guerra mondiale, io subito dopo la fine di quel conflitto. Vivevamo a 50 km l'uno dall'altro e siamo cresciuti nella Germania postnazista, non esattamente il posto più allegro di questo mondo e neanche il più facile in cui costruire qualcosa. E nei rispettivi ambiti espressivi abbiamo subito capito che dovevamo ripensare, inventare tutto da capo: il nostro punto di contatto è stato proprio lavorare in questa terra desolata, anche per farla rifiorire».

Quanto è stato difficile raccontare Pina?
«Ho capito che dovevo reimparare tutto, che quello che avevo appreso fino ad allora non mi sarebbe servito a nulla, era un linguaggio completamente diverso. E mi sono dovuto trattenere dalla voglia di essere troppo creativo: lo scopo di questo film era mostrare al meglio il suo incredibile lavoro. Il 3D mi consentiva di far sentire la sua profondità e il suo incredibile utilizzo degli spazi».

L'impressione è che ci sia qualcosa anche di profondamente spirituale nel vostro lavoro. 
«Per quanto ci si sforzi nel tentativo di codificare e sciogliere i misteri più complessi, non riusciremo mai a spiegare le ragioni della vita e la forza dell'amore. Forse Pina aveva capito questo, ecco perché non cercava una progressione “logica” nel suo lavoro. Per quanto mi riguarda da molti anni, forse da sempre, voglio indagare me stesso oltre il vissuto, oltre il mio modo di interpretare il cinema. La spiritualità è una caratteristica personale: la mia fascinazione per paesaggi forti, aspri, imponenti nasce anche dal fatto che mi fanno sentire piccolo, schiacciato da qualcosa di più grande di me, in tutti i sensi. Sono immagini di una splendida natura, di una creazione, che non si possono catturare con l'occhio del fotografo né con la macchina da ripresa. E questo vale anche per il credere in qualcosa o qualcuno oltre l'umano: penso sempre alla Bibbia, che è piena di apparenti paradossi ed è il suo fascino più grande. In fondo anche credere è un apparente paradosso ed è questo che lo rende un motore così potente».  

 


REGISTA FILOSOFO
Ernst Wilhelm Wenders, detto Wim, nasce a Dusseldorf il 14 agosto del 1945. Figlio di un medico, all'Università sceglie Medicina, per abbandonarla un anno dopo, nel 1964, per Filosofia. Tra Germania e Francia negli anni a venire incontrerà cinema e fotografia, le sue grandi passioni, inizia a girare i primi corti e lunghi e diventa un uomo di punta del Nuovo Cinema Tedesco, con Herzog, Fassbinder, Reitz e Kluge. Dopo i primi successi, da “Alice nelle città” (1973) a “L'amico americano” (1975), si trasferisce in America e arrivano gli anni '80 che gli danno la fama internazionale: Palma d'oro per “Paris, Texas” nel 1985, miglior regista a Cannes con “Il cielo sopra Berlino” nel 1987. Negli anni '90 arrivano “Fino alla fine del mondo”, “Così lontano, così vicino” (1993), “Lisbon story” (1994) e “Al di là delle nuvole” (1995) insieme a Michelangelo Antonioni. “Buena Vista Social Club” (1999), “The million dollar hotel” (2000), “La terra dell'abbondanza” (2004), “Non bussare alla mia porta” (2005). Sta girando il mondo con “Pina 3D”. è uno dei pochi registi che è riuscito amato in America come in Europa.


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