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Tilda Swinton: voglio stare fuori dai giochi

Un Oscar, il festival nella sua città e il miracolo della maternità

Gio 01 Dic 2011 | di Manlio Dolinar | Interviste Esclusive
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Non è bella nel senso classico del termine. Non è simpatica come lo sono tutti gli altri. Tilda Swinton è più degli altri, con uno sguardo ti affascina, con le parole ti tiene avvinto. La sua classe ti fa sentire un timore reverenziale che va ben oltre l’Oscar che ha vinto per “Michael Clayton”, la sua gentilezza ti permette di abbracciarla a fine intervista. Ha recitato per grandi e outsider, da Jarman a Jarmusch, da Bela Tarr al nostro Luca Guadagnino e codirige un festival bello e strano nella sua Scozia. La incontriamo all’Abu Dhabi Film Festival, dove ha preso un premio alla carriera e ha portato “We need to talk about Kevin”, opera sul disagio giovanile e sulle madri “inadeguate”. 

Come mai la scelta di un film così difficile?
«Ero già rimasta colpita dal libro di Lionel Shriver e io non sono facile a certi entusiasmi. Poi ho trovato nella regista e negli altri compagni di lavoro doti artistiche e morali molto forti, che mi hanno fatto sentire in sintonia con loro».

Sono quindi più importanti le persone che la qualità dei film?
«Io scelgo i registi, non i ruoli. Per me è essenziale la conversazione che si instaura con chi poi mi dirigerà. Il dialogo è essenziale per entrare nel progetto. Per me conta molto più l’aspetto umano che la carriera, da sempre».

Da madre l’ha messa a disagio questo ruolo?
«Mi piace che si racconti il lato oscuro di una famiglia normale, mostrare come la follia, la disperazione possa annidarsi laddove nessuno se lo può immaginare. Un'opera originale e potente che fa vacillare molte certezze, come l'arte dovrebbe fare sempre. C'è realismo, ma anche una grande capacità di racconto. Inoltre un film del genere mi fa pensare al mio essere donna, in tutte le sue sfaccettature».

Le viene mai la voglia di passare dall’altra parte della macchina da presa?
«Amo i perfezionisti, ma amo anche chi si lascia trascinare dall'ispirazione. Il punto è che io mi sento in tutto e per tutto un'attrice, rispetto sempre i ruoli, ma non rinuncio mai al confronto. Mi dò al cineasta con tutta me stessa, lavoro sempre a un film come se fosse l'ultimo. Il desiderio di recitare è ancora più forte di quello di andare dietro la cinepresa».

Molte attrici si lamentano che ci sono pochi ruoli per le donne. Lei è d’accordo?
«è vero, c’è un grande problema per le donne a Hollywood e in generale al cinema. Molte mie colleghe si lamentano di una penuria di ruoli interessanti per le attrici. Io per ora non ne soffro. è vero che io non mi fermo mai, la sceneggiatura giusta la “inseguo” ovunque. E allo stesso tempo non mi angoscia rimanere ferma, ho una splendida famiglia e tanti interessi. Quindi sicuramente c’è un maschilismo delle scelte produttive e registiche, ma credo anche che non si debba cadere nella tentazione del vittimismo e reagire cercando questi ruoli anche dove è meno facile trovarli. E magari puntare anche come produttrici su storie non conformiste. Non ci sono solo puttane o mogli e fidanzate: l’universo femminile è infinito. Credo che il cinema, attualmente, cada spesso negli stereotipi, anche con gli uomini. Bisogna uscirne, non conta chi diventi sul set. Penso alla madre e moglie di “Io sono l’amore” di Luca Guadagnino o a quella di “We need to talk about Kevin”, così diverse tra loro e da molti ruoli che girano».

A differenza loro lei è una madre felice.
«Io credo di essere destinataria di un miracolo: si chiamano Xavier e Honor. Un maschio e una femmina, due gemelli: non osavo neanche sognarlo».

Lei dirige una rassegna cinematografica. Cosa pensa di queste iniziative?
«Un festival è fondamentale, a mio parere, perché il cinema possa espandersi. Quelli come il mio, itinerante e attivista, cercano il pubblico. Devi incoraggiare le persone a volere il bello, l’arte, a non rinunciare ad elevarsi; un festival e chi lo organizza sono come una fiaccola accesa che ne infiamma altre e illumina una strada. Devo molto al critico e storico di cinema Mark Cousins, che mi ha aiutato a portare i film dietro casa mia! E vedere che, oltre ai 40 pellegrini che ci seguono, anche il birraio, la casalinga, la cameriera della mia cittadina scozzese si emozionano come noi lo considero il nostro più grande successo».

Cosa l’ha spinta a portare un festival nella sua Nairn?
«Volevo portare il cinema a chi non ce l’ha, a chi lo ha sognato, a chi lo ha visto solo alla televisione, ma sente che gli manca quel momento incantevole in cui si spengono le luci e sul grande schermo ha inizio una magia che si porterà sempre dentro. Incantevole, sì, perché quest’arte è un incanto, anche se tentano sempre di romperlo. Le major ci provano molto spesso...».

E lei come fa a resistere a questi “attacchi”, a non essere dentro il sistema?
«Non ho fatto alcun sacrificio a rimanere fuori dai giochi, credo sia questo il modo per proteggere l’incanto che dicevo prima: bisogna essere capaci di non farsi inglobare dalle regole dell’industria. Dopo l’Oscar tutti rimanevano colpiti dal fatto che fossi rimasta a vivere nella mia unica casa di proprietà e per di più nella provincia scozzese. E che non avessi ceduto alle lusinghe di cachet molto consistenti». 

 


DA OSCAR
Katherine Mathilda Swinton nasce a Londra il 5 novembre del 1960. Rampolla di una famiglia scozzese di militari (padre generale, prozio tra gli inventori del carro armato), fa il liceo nella scuola superesclusiva in cui studia anche la futura principessa Diane Spencer. Amica e sodale di Derek Jarman dal 1985 al 1994 (farà tutti i suoi film in quel decennio), con lui otterrà nel 1991, per l'Edoardo II la Coppa Volpi. Ma è nel nuovo millennio che arriva la fama: da “The Beach” di Danny Boyle a “Michael Clayton” di Tony Gilroy, che le vale l'Oscar, passando per Jarmusch e Fincher. 


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