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Maurizio Maggiani: vivere per tornare bambini

Un grande romanziere, instancabile viaggiatore dell’anima, verso la follia del cristianesimo

Gio 01 Dic 2011 | di Giuseppe Stabile | Zona Stabile
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Viaggiatore zoppo: così Maurizio Maggiani si autodefinisce dopo il grave incidente del giovane motociclista che fu. Romanziere di successo ed esperto fotografo, lo incontro mentre immortala i suoi occhi con un commovente autoscatto. Le viscerali emozioni che trasmette attraverso le pagine dei suoi libri e la contagiosa passione che esprime nelle sue conferenze sgorgano da una fonte inesauribile: la Fede di un uomo in cammino per tornare bambino.

Maggiani, i suoi libri non hanno certo bisogno di promozione, eppure lei gira continuamente l’Italia per proporre le sue storie. Cosa vuol dire per lei raccontare? 
«Io non invento nulla, ma ho la passione di raccontare l’esistenza delle tante persone che ho incontrato. La vita è più che bella: è grande! Racconto che ogni essere umano, anche il più semplice, è in grado di cambiare l’Universo. Partecipo volentieri alle conferenze alle quali sono invitato: preferisco il contatto diretto e fisico con il pubblico rispetto ai salotti televisivi».

Come è sbocciata la sua vena letteraria?
«Ognuno ha la sua storia interiore da raccontare, ma pochi ci riescono, soprattutto in forma scritta; la pubblicazione del mio primo racconto avvenne in modo casuale (“Prontuario per la donna senza cuore”, 1987 - ndr). Ho iniziato presto a lavorare e, data la mia curiosità, ho svolto molte professioni; a trentaquattro anni, dopo un brutto incidente in motocicletta, fui costretto a letto per quasi tre anni ed iniziai a scrivere sul mio primo computer che avevo appena acquistato. Dopo vari tentativi, un quotidiano s’interessò ai miei articoli, ma la svolta avvenne quando, inaspettatamente, vinsi un concorso letterario: un amico, a mia insaputa, aveva inviato alla giuria una mia lunga lettera dedicata alla donna che amavo! In quei lunghi mesi di sofferenza e immobilità forzata imparai che ognuno, anche se zoppo, può arrivare dovunque».

Nei suoi testi si nota una particolare cura nella scelta e utilizzo dei vocaboli
«Sono nato nell’immediato dopoguerra in una famiglia poverissima che ha lottato molto per uscire dal diffuso analfabetismo di quei tempi. Mio padre, che era stato partigiano, mi incitava in tutti i modi a leggere e studiare: con lui facevo delle lunghe passeggiate, durante le quali leggevamo ogni scritta che incontravamo; tornati a casa mi spronava a meditare sulla parola che più mi aveva colpito. Quest’abitudine mi è rimasta, ma mi rattrista l’abuso che oggi si fa delle parole: alcune sembrano passate di moda, come il termine “gioia”, forse perché di persone gioiose se ne incontrano sempre meno. Altri vocaboli, come “pace” o “libertà”, sono usati talmente fuori luogo che da anni mi rifiuto di utilizzarli».

Cosa le è rimasto nell’anima della sua esperienza familiare?
«Io sono nato nella bellezza, stimolato a riconoscerla ovunque e a provare a realizzarla io stesso; ogni cosa ben fatta è una cosa bella. La bellezza ci salva dalla rassegnazione, dal cinismo e dalla sconfitta. La mia famiglia ha sempre vissuto credendo nel futuro e sono stato educato all’idea che è un dovere rendere giustizia di ognuno e di ogni cosa. Quando rinunciamo alla Vita, stiamo rifiutando il futuro: ogni volta che sono caduto è perché la mia anima ha rinunciato a vivere in modo fecondo. Mio padre mi ha insegnato anche la necessità di testimoniare attraverso il lavoro: ognuno deve lottare per essere libero e lavorare al servizio degli altri». 

Durante quest’anno dedicato ai 150 anni dell’Unità d’Italia lei è stato protagonista di una lunga “Tournée risorgimentale”. Come valuta la grave crisi che sta vivendo il nostro Paese?
«Per comprendere l’attuale situazione italiana è utile considerare l’origine della parola Risorgimento: agli inizi dell’800, un famoso intellettuale francese, Alphonse de Lamartine, fece un lungo viaggio nel nostro Paese, scrivendo una serie di articoli nei quali decantò il nostro grande patrimonio culturale e artistico. Però aggiunse testualmente: “Tutto questo è passato: oggi l’Italia è un paese di morti, abitato da inane polvere umana”. Queste considerazioni fecero il giro del mondo e Giuseppe Mazzini iniziò a lottare per far risorgere l’Italia. Non possiamo stupirci di quello che ci sta accadendo: purtroppo, l’odierna struttura di potere si basa sulla totale irresponsabilità, un arbitrio privo di senso che non c’era mai stato nella storia».

Quali sono le origini storiche e culturali del decadimento italiano?
«Ritengo che abbia giocato un forte ruolo la Riforma Protestante che ha interessato la Chiesa Cattolica agli inizi del 1500. Da quel momento i Paesi delle lande fiamminghe e germaniche si sono gradualmente trasformati in Nazioni guida del continente europeo, mentre oggi noi siamo ridotti nella penosa situazione morale ed economica che tutti conosciamo. Pur con i suoi limiti, la Riforma sostenne che ciò che conta è lo spirito della persona e della comunità; alla base c’è l’anima che ognuno ha dentro di sé ed il rapporto diretto con Dio. La controriforma cattolica si basò invece sul principio che l’individuo deve vivere la propria spiritualità attraverso l’apparato sostitutivo della Chiesa: ma, se l’uomo non può rivolgersi direttamente a Dio, corre il rischio di non sentirsi responsabile ed in grado di liberarsi. Basti pensare che nei Paesi riformati fu insegnato subito a tutti a leggere e a meditare la Bibbia, mentre in Italia questo fu sgradito e anche vietato per molto tempo!».

Eppure tanti ordini religiosi cattolici contribuirono alla crescita culturale dell’intero occidente
«Certamente, però sono rimasti spesso lontani dalla gente semplice. Ad esempio, i Benedettini hanno conservato e prodotto molto sapere per la gloria di Dio, ma lo hanno fatto in modo aristocratico, lasciando analfabeti i loro contadini. Anche i Gesuiti, forse la punta più alta della cultura cattolica, hanno lavorato prevalentemente per i nobili, finendo per essere perseguitati dalla stessa Chiesa quando si sono occupati dei più poveri. Fortunatamente, abbiamo vissuto un momento straordinario con il Concilio Vaticano II, che ha lasciato molti doni soprattutto tra la base dei credenti. Ma leggendo i giornali e osservando i giochi di potere della gerarchia ecclesiastica, sembriamo purtroppo immersi in un cristianesimo senza Cristo».

È possibile conciliare la fede in Gesù con la lotta per il potere economico e politico?
«Questa è una follia che dura da secoli, nata probabilmente con il patto scellerato fatto dalla Chiesa con l’imperatore Costantino (Editto di Milano nell’anno 313 d.C. - ndr). Da quel momento i veri cristiani iniziarono a sparire, condizionati dall’idea folle di cristianizzare lo Stato. Durante tutta la Sua predicazione Gesù non ha mai detto che seguendoLo si sarebbe raggiunto il potere; proprio gli scribi e i farisei, religiosi diventati una casta di potenti senza anima e senza fede, vollero la Sua Crocefissione. Il Vangelo è molto chiaro su questo tema, ma ancora oggi, da parte di alcuni gruppi cattolici come Comunione e Liberazione, Neocatecumenali o altri, c’è l’assurda idea di poter controllare il potere. Io sono familiare ai cattolici impegnati nelle parrocchie e nelle comunità: a loro interessa solo vivere con dignità e bellezza la loro fede, ma provano un evidente disagio per la palese incoerenza di tanti politici che si dicono cristiani».

Cosa vuol dire per lei l’Avvento del Natale e la nascita di Gesù?
«Gesù è la mano e l’orma del Creatore sulla storia dell’uomo: in questo senso è pienamente uomo e pienamente Dio. Personalmente, anche se non mi piace descrivermi perché potrei peccare di superbia, non ho paura di esprimermi su certi argomenti e penso di essere cristiano. Non so se sono disposto a mettere in pratica fino in fondo ciò che Gesù chiede a chi Lo vuole seguire, ma mi piacerebbe dire che sono cristiano perché accolgo, discuto, converso, a volte mi arrabbio e mi rappacifico con la Parola del Cristo. Io voglio vivere con dignità e bellezza e non con profitto e soddisfazione: ma per riuscirci ho bisogno della Buona Novella». 

Cosa la colpisce in particolare del messaggio di Cristo?
«Gesù ci dice che è necessario tornare bambini: questa è la follia del cristianesimo, ciò di cui abbiamo bisogno, l’unica cosa che giustifica la nostra esistenza; ma è anche la cosa più difficile. Si gioca tutto sulla concreta possibilità di liberarci dal male presente nel nostro inconscio: da sempre una corrente continua e costante di donne e uomini vive per poter tornare bambini. Questa corrente forse diventerà l’umanità: è un processo già in atto, ma probabilmente non ce ne accorgiamo. Per vederlo bisogna avere gli occhi adatti e cercare nella giusta direzione». 

Spesso non è facile vedere dov’è il male e riuscire ad esprimersi nell’Amore
«È vero, ma dobbiamo essere consapevoli che il male è la morte, cioè la negazione della Vita. La morte non è la decadenza delle molecole del corpo umano che avviene quando andiamo al cimitero, quanto piuttosto il distacco dall’anima e dalla Carità. Dio è il primo a fare un gesto di Carità creando l’Universo intero e ci dona la Grazia della coscienza di noi e di Lui. Da questo nasce l’idea profondamente cristiana, ma tuttora sperimentata anche da molte tribù primitive, dell’Amore reciproco e gratuito: la Carità non è fare l’elemosina, ma è la condivisione dei propri talenti per portare anche gli altri ad esprimere la loro potenzialità».

 


SPIRITO LIBERO
Amante della natura, esperto viaggiatore e fotografo, Maggiani è da sempre impegnato nel volontariato e nelle battaglie civili: ultimamente si è tra l’altro schierato contro la privatizzazione dell’acqua e a difesa del territorio combattendo la cementificazione selvaggia che ha causato morti e danni nella tragica, recente alluvione della sua Liguria. Sostenitore del copyleft, corrente culturale che auspica un utilizzo innovativo e più flessibile dei diritti d’autore, ha un ricco sito internet sul quale poter consultare liberamente molti suoi scritti www.mauriziomaggiani.it


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