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Ilaria Cucchi: Stefano, vittima del carcere

Un libro e un film per cercare di arrivare alla verità

Gio 01 Dic 2011 | di Boris Sollazzo | Attualità
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“Vorrei dirti che non eri solo”. Questo il titolo struggente del libro di Ilaria Cucchi, edito da Rizzoli e scritto insieme a Giovanni Bianconi. Da lì parla col fratello, perché lui non può sapere che la sua famiglia ha lottato per la sua vita: le istituzioni hanno impedito a genitori e sorella di vederlo, persino di sapere come stava. “148 Stefano. I mostri dell'inerzia” è l'impietoso titolo di un documentario che, dal 30 novembre, è distribuito in dvd con “Il Fatto quotidiano”. Stefano era il 148mo detenuto morto, solo nei primi 10 mesi del 2009. Maurizio Cartolano alla regia, tante testimonianze e, soprattutto, Stefano vivo. Con le sue lettere, con i filmini di famiglia. Eccolo il sorriso tenero del ragazzo di Tor Pignattara, eccolo che abbraccia la nonna, che bacia la sorella, che coccola la mamma, che parla col papà. Una famiglia normale, con i suoi problemi - la droga era la terribile nemica di quel ragazzo fragile e sensibile - e i suoi momenti di felicità. Tre persone devastate da una morte assurda. Beppe Grillo scrisse sul suo blog “Stefano Cucchi, morto di carcere”. I fatti dicono che il 15 ottobre 2009 quel ragazzo esile fu arrestato. E tra il carcere, un'aula di tribunale e il ramo detentivo dell'Ospedale Pertini, morì in 7 giorni. Quello che abbiamo di lui, ora, sono delle foto: un viso devastato dalla violenza, un corpo martoriato. E una sorella, eroica, che combatte, perché su quella morte si strappi il velo dell'omertà e sia fatta giustizia con la verità.

Per noi questo film è soprattutto conoscere Stefano vivo. Per lei cos'è?
«Un'emozione forte: c'è un inevitabile coinvolgimento emotivo, anche perché per la prima volta è possibile scoprire chi era Stefano, da vivo. Tutti lo hanno visto cadavere e martoriato, tutti sanno della sua storia, del suo arresto per droga - non abbiamo mai nascosto i suoi problemi con gli stupefacenti - e soprattutto della sua morte insopportabile e assurda. Qui Stefano è un ragazzo con una grande umanità, lo senti dalle sue lettere, non è una vita tolta da un giorno all'altro come se non contasse niente. Stefano era tanto per noi. Nessuno ce lo restituirà, ma almeno proseguire su questo percorso di ricerca della verità aiuterà me e i miei genitori ad andare avanti, a dare un senso a quello che è successo, magari impedendo che riaccada ad altri o per lo meno facendo sì che certe ingiustizie non vengano più ignorate».

“148 Stefano. Mostri dell'inerzia” è un nuovo passo nella sua, vostra lotta?
«Sì, perché ristabilisce la verità oltre le ipocrisie di un processo assurdo. Siamo molto pessimisti su quest'ultimo, l'impressione è che andrà a finire malissimo, che sarà un massacro. Questi sono procedimenti lunghissimi, costosissimi e dolorosissimi, in cui la prima cosa che succede è il linciaggio della vittima e della sua famiglia: si indaga sulla personalità di Stefano, sui nostri rapporti familiari e sulla sua cagnetta, ma si oppongono obiezioni a quelle del nostro avvocato rivolte al medico autore della perizia che ci ha portato a questo procedimento. Si pensi solo al capo d'imputazione: lesioni lievi. Già solo questa definizione è lesiva rispetto alla verità, al corpo martoriato di mio fratello e persino alle testimonianze dei medici che l'hanno visitato. Stefano era costretto a usare un catetere, sarebbe rimasto menomato a vita se fosse sopravvissuto».

Quale sarebbe la giusta definizione di ciò che gli è successo?
«In Italia non esiste il reato di tortura, ma quella sarebbe la giusta imputazione. E invece ci troviamo un consulente che vorrebbe farci credere che Stefano Cucchi sarebbe morto anche a casa sua. Questo paese nega alle famiglie come noi il diritto alla verità, abbiamo sempre creduto nello Stato, mi sembra incredibile che possa lasciarmi sola, ma in questi anni questa fiducia si sta esaurendo. Alle famiglie delle vittime spesso è chiesto un prezzo troppo alto: prima il dolore di una morte così inspiegabile e ingiusta e l'accettazione di un sopruso così grande e violento, poi, se si ha la “fortuna” di arrivare a un processo, aggrappandosi alle poche forze rimaste, si deve sopportare tutto questo. Perché quest'omertà, perché questo ottuso spirito di corpo? Queste mele marce infangano anche tutti i medici e gli agenti penitenziari onesti, che sono tanti».

Perché crede che accada? Perché questo muro di gomma?
«Vogliono infangare la sua memoria per alimentare nell'immaginario collettivo il concetto per cui “se l'è cercata”. In fondo anche io fino a due anni fa la pensavo così, per autodifesa, uno pensa “a me non potrà mai succedere”. Stefano era un drogato? Federico Aldrovandi camminava all'alba a Ferrara dopo aver bevuto troppo? Se lo meritavano. Semplice, no?».

E di fronte a tutto questo lei dove trova la forza di andare avanti?
«Nella voglia di giustizia, nel mio avvocato e in chi lotta con me: Patrizia Moretti (madre di Federico Aldrovandi, morto il 25 settembre 2005 in seguito all'intervento di una pattuglia di polizia), Domenica Ferulli (figlia di Michele, 51enne morto il 30 giugno 2011 in seguito all'intervento di due rappresentanti delle forze dell'ordine) e Lucia Uva (sorella di Giuseppe, morto il 14 giugno 2008 dopo ore in caserma). 
Tutte parenti di vittime dello Stato, che invece di proteggerli, secondo molte prove, sembra averli uccisi (e nell'ultimo caso, forse persino violentato). Cerchiamo di sostenerci a vicenda. Ho vissuto la soddisfazione grande di Lucia, unita a una grande tristezza ovvio. Le è stato riconosciuto qualche settimana fa che in quella caserma, quella notte, è successo qualcosa di grave. Ma anche in quell'aula c'è un PM che processa la famiglia della vittima. Una volta ha fatto allontanare i familiari, in un'altra occasione ha chiesto che non ci fosse il pubblico durante l'udienza, probabilmente perché c'eravamo Domenica, Patrizia ed io. Mai visto un PM così ostile alla famiglia della vittima: succede a Varese e nessuno se ne accorge».

Come i parenti delle vittime del terrorismo vi costituirete in associazione?
«Sì, faremo un'associazione, che nei fatti già esiste. Credo che la nostra presenza dia già fastidio, il nostro lottare fianco a fianco preoccupa. Cerchiamo di portare avanti la nostra battaglia anche per tutti gli altri, soprattutto gli ultimi, chi è solo o emarginato come gli extracomunitari. Gli abusi su di loro spesso avvengono nel silenzio. Il detenuto, soprattutto quelli sfigati come Stefano senza conoscenze importanti “fuori”, è carne da macello. La sua vita contava così poco che noi abbiamo saputo della sua morte mentre ci porgevano un freddo documento con cui ci chiedevano l'autorizzazione all'autopsia. Nessuno ha pensato al dolore di una famiglia, alla disperazione di una madre».

Come ci si spiega una perdita così assurda?
«A volte mi illudo che sia stato solo sfortunato. Ma poi rimango sconvolta dal numero enorme di persone (ben più dei 13 imputati tra medici e agenti penitenziari)  che hanno ignorato Stefano e le sue condizioni, dalla loro totale mancanza di umanità. Solo il Dottor Rolando Dell'Angioli si è esposto per salvare Stefano e l'ha pagata cara, venendo allontanato dall'amministrazione carceraria per cui lavorava. Lo scoprì in viaggio di nozze, con l'sms di un collega che gli disse: “Guarda che qui ce l'hanno con te”. E la cosa è assurda, è che si perdeva tempo a fare provvedimenti disciplinari nei suoi confronti invece di salvare mio fratello. Tutto questo potrebbe succedere a ognuno di noi. E io so che se non avessimo reso pubbliche le foto del cadavere di Stefano, senza l'attenzione mediatica, senza le nostre continue denunce, nulla si sarebbe saputo».

C'è un'ultima cosa che desidera ricordare?
«Stefano non voleva morire. Se questo film ci dice una cosa, è questa. Basta vedere la lettera che spedì appena arrestato...».

 


IL CASO STEFANO CUCCHI
Ilaria Cucchi è la sorella di Stefano Cucchi, morto il 22 ottobre 2009, a una settimana dal suo arresto per possesso di stupefacenti. Da due anni lotta perché su quella morte venga raccontata la verità: quel ragazzo 31enne entrò in galera sano e ne uscì senza vita, con evidentissimi segni di violenza. Pesava 37 chili. Solo in seguito a una conferenza stampa in cui la famiglia e l'avvocato Fabio Anselmo mostrarono le terribili foto del suo cadavere martoriato, si aprì un'inchiesta che ha portato al giudizio di 13 persone, tra medici e agenti penitenziari. L'ipotesi è che Stefano sia stato picchiato con calci e pugni dagli agenti e poi lasciato morire dai medici. Nell'indifferenza di decine di persone. Morto per mano di due istituzioni dello Stato create per proteggere il cittadino. Ironia della sorte. Anzi, no. Ironia della morte. 


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