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Audrey Tautou: siamo tutte uniche

Dopo il favoloso mondo di Amelie e il Codice da Vinci, ora interpreta Coco Chanel

Lun 01 Giu 2009 | di Boris Sollazzo | Interviste Esclusive
Foto di 5

Amélie, dopo 10 anni, è cambiata. Magrissima, topolino che passa facilmente dal broncio al sorriso aperto, il suo “favoloso mondo” ha lasciato spazio a interpretazioni (melo)drammatiche, come quella “bellica” di “Una lunga domenica di passioni” o quella biografica di Gabrielle “Coco” Chanel, che troviamo in sala con Coco avant Chanel. Di quel personaggio che tutti ricordiamo è rimasta solo la mania di fotografare tutto e tutti, giornalisti compresi. A fine chiacchierata ti chiede, con fare tenero, se può immortalarti. Difficile resisterle. «Non ne faccio nulla, le colleziono», dice, come se fosse la cosa più normale del mondo. Buffa e determinata, non bella ma affascinante, in questo decennio tra commedie, film di genere e persino blockbuster (“Il codice Da Vinci”) ha cercato di smarcarsi da quella favola che la fece conoscere in tutto il mondo. E forse ha definitivamente compiuto questo percorso, umano e professionale, di distacco con quest’ultimo film di Anne Fontaine, in cui affida anima e corpo alla grande stilista, in una prova discontinua ma intensa e partecipata sul passato meno conosciuto di questa donna, la gioventù in cui ambiva ad essere diva da cabaret con la sorella e non una grande firma. Lei prova a raccontarcela, aprendo qualche squarcio - «non so parlare di me, io parlo del mio lavoro, Audrey la conoscono poche persone, quelle che mi amano» - anche su di sé.

Gabrielle “Coco” Chanel. Una bella sfida, la conosceva prima del film?
«Non conoscevo bene la vita di Chanel, certo avevo un’idea di che carattere avesse, che fosse una donna dura, forte e autoritaria, sapevo com’era fatto il suo volto e apprezzavo la sua eleganza innata, più legata allo stile che alla moda in senso stretto. Sapevo che veniva dalla provincia e per di più dalla mia stessa Regione, quindi che eravamo geograficamente vicine. Ho letto molti libri scritti su di lei, ho sfogliato migliaia di foto e guardato molto materiale filmato di repertorio. Ho voluto poi affrontarla partendo da me stessa, concentrandomi su alcuni aspetti della sua personalità, del suo modo di essere e guardare e ritrovandoli in me e accentuandoli. Così che lei uscisse da me con una verità quasi fisica».
Siete entrambe de l’Auvergne. Nascere in quella regione dà una vicinanza non solo geografica
«È vero, è una terra di contadini e grandi lavoratori, è circondata da vulcani, è lontana dalle grandi città, dal mare e dalla montagna. E non anneghiamo nell’oro. Ecco perché abbiamo tutti una grande forza d’animo e di volontà, cresciamo in un isolamento forzato ma anche voluto».

Una donna forte, dalle origini sfortunatissime.
«Anche io l’ho trovata contraddittoria e ambigua. Fierissima e orgogliosa com’era, ha dovuto subire umiliazioni incredibili, per quanto indipendente d’animo e non solo, si è fatta a lungo mantenere dal suo amante, Balzan. Apparentemente disincantata, di fronte a Boy Capel si è fatta prendere da quei sentimenti che tanto criticava nelle altre donne, quell’amore appassionato e incondizionato che avrebbe voluto farglielo sposare. Voleva controllarsi e controllare tutto, ma era anche focosa e profondamente integra, e questo le impediva di dominarsi del tutto. Devo dire che la cosa che mi ha più colpito è stato il modo in cui ha sempre cercato di nascondere certi lati di sé, proteggendo debolezze, fragilità, la sua intimità più profonda. Odiava il busto nei vestiti, ma di fatto il corsetto l’aveva messo alla sua anima, condannandosi alla solitudine. Era una donna molto, forse troppo complessa».

Lo era, ma i suoi vestiti erano improntati a un elegante e mascolina semplicità
«Credo che questo desiderio di essere liberi nel corpo fosse l’espressione di una volontà di libertà totale, di avere l’indipendenza finanziaria e morale, materiale ed etica di un uomo. Odiava quella moda che mascherava e nascondeva la donna, per lei la seduzione era una scelta di semplicità che rilevava la sensualità originale di ogni donna, per tratti somatici e caratteriali. E forse per questo è stata tanto seguita dalle donne, non solo per il buon gusto e il talento nel disegnare i modelli, ma perché indossarla aveva un significato importante, rappresentava una ribellione silenziosa a cui si aderiva mettendosi i suoi vestiti».

Una donna unica, sensibile, ma anche una dura. Come lei?
«Mi posso sentire diversa dal modello femminile imperante ora, lo ammetto. Ma, attenzione, siamo tutte uniche, è lo standard di chi guarda a uniformarci. E alcune di noi ne rimangono vittime. Io trovo, come Coco, che la cosa più interessante della vita sono le differenze, la società monocromatica sarebbe molto meno divertente. Poi, sì lo ammetto, credo di condividere con lei il carattere coriaceo e una certa sensibilità».

Una provinciale fedele a se stessa. Coco fu conquistata e traumatizzata da Parigi. E lei?   
«Quando sono arrivata a Parigi, l’ho trovata subito una città molto eccitante, in cui eri libera di scoprire, girare, reinventarti. Con l’inizio della scuola di teatro, però, è cominciato un periodo pieno di dubbi, il confronto con gli altri e con me stessa e il lavoro erano durissimi e mai avrei pensato di avere una carriera come la mia, ero rinchiusa nel desiderio di diventare attrice con una grande paura di fallire. Mi ero data un tempo, poi avrei fatto altro. Forse biologia o antropologia».

Una curiosità, come fa a cucire così bene nel film?
«Non ho avuto bisogno di fare un corso di cucito, perché me l’aveva insegnato mia nonna e da adolescente mi ero anche confezionata dei vestiti, anche se non ero molto brava. E ogni tanto mi sono rimessa al lavoro sui costumi di scena, un anno mi sono persino fatta i vestiti per il saggio di fine anno della scuola. Sapevo cucire senza talento, conoscevo i rudimenti. Ora purtroppo non ci riesco più, ho pochissimo tempo e poi, ripeto, ho solo le basi. Posso usare una macchina da cucire o fare un orlo…poi entro in crisi!»

Ultima domanda: Coco Chanel è un’icona del femminismo moderno. È d’accordo?
«Assolutamente sì. La sua rivoluzione usava la moda come mezzo, non come fine. La sua lotta con i poteri forti, la sua etica ed estetica alla ricerca della parità con i maschi, il suo successo, le sue battute taglienti - adoro quella in cui dice “gli uomini possono conciarsi come vogliono, rimarranno sempre e solo un accessorio delle donne” - hanno fatto molto per l’indipendenza femminile. Dev’essere presa a esempio in un periodo in cui le donne stanno arretrando, tornando su posizioni più sottomesse. Anche se ribellioni come quelle di Veronica Lario contro Silvio Berlusconi - finalmente s’è svegliata! - mi danno qualche speranza».

BIOGRAFIA
Figlia di un dentista e di un'insegnante, Audrey Tautou è nata a Beaumont, in Francia, il 9 agosto 1976. Ha studiato per anni oboe e pianoforte. Finito il liceo, ha ofrquentato uno stage estivo al Cours Florent, famosa scuola di recitazione di Parigi. Dopo brevi ruoli tv, nel 1999, ha debuttato al cinema con “Sciampiste & Co.” conquistando il premio César come migliore attrice emergente.
Nel 2001 ha ottenuto la notorietà grazie a “Il favoloso mondo di Amelie”. ecitato in Dirty Pretty Things, in concorso a Venezia59. Un enorme successo lo ha ottenuto con il film campione di incassi L'appartamento spagnolo, una pellicola sulla generazione Erasmus che ha avuto anche un seguito nel 2005 con Bambole russe. Nel frattempo ha ritentato la fortuna di nuovo con Jeunet in La domenica di passioni senza tuttavia bissare il successo di Amelie. Successo che per lei è arrivato partecipando alla trasposizione cinematografica di Il codice da Vinci (2006) blockbuster Usa da record nelle sale.


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