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Avanza la vita

Aumentano i dubbi sulla “convenienza” e la legittimità della pena capitale

Lun 05 Dic 2011 | di Manuela Senatore | New York

Come la sanità privata e il diritto al possesso di armi, la pena capitale è una delle scelte che caratterizzano la società americana e la separano da quella europea. Ultimamente questo punto fermo comincia a vacillare e il movimento abolizionista si rafforza. 

LA STORIA DI TROY
La ragione principale si chiama Troy Davis: il suo calvario all’interno del sistema giudiziario americano racchiude tutti i difetti della punizione capitale, come l’arbitrarietà della pena inflitta, i testimoni inaffidabili, l’elemento razziale in una giuria del profondo Sud (Georgia), la difficoltà a provare l’innocenza dopo la prima condanna. Davis fu condannato nel 1991 perché avrebbe sparato mortalmente a una guardia di sicurezza: la pistola non fu mai trovata e sette dei nove testimoni che lo accusarono allora hanno poi ritrattato. Ciononostante, i giudici di appello hanno continuato a decidere contro di lui. L’opinione prevalente è che Davis non abbia ricevuto un processo giusto: da qui il milione di firme sulle petizioni online, gli editoriali indignati degli abolizionisti, le tirate su Twitter, le veglie in Europa come negli USA e le scritte “Io sono Troy Davis” sui cartelli, sulle magliette e su Internet. A sostenere Davis si sono mobilitate personalità svariate, dal papa a Desmond Tutu, da Sean "P. Diddy" Combs a Jimmy Carter. Proprio l’ex presidente ha criticato duramente la pena capitale, dichiarando che il caso Davis “deve convincerci come nazione a ripudiare la pena di morte”, perché “se un nostro concittadino può essere giustiziato con tali dubbi intorno alla sua colpevolezza, allora questo sistema è ingiusto e datato”. Troy Davis ha sostenuto la propria innocenza fino alla fine, mentre fuori della prigione centinaia di dimostranti piangevano, si abbracciavano e accendevano candele.

I SONDAGGI
Forse come effetto dell’esecuzione di Davis e del clamore che l’ha circondata, l’ultimo sondaggio della Gallup, a ottobre, ha rivelato che i sostenitori della pena di morte sono diminuiti, passando dal 64 al 61% in un anno. Ciò significa che oltre un terzo degli americani è contrario: il livello più alto negli ultimi quarant’anni. 

QUESTIONE DI DOLLARI
Molti lamentano l’inefficienza economica della pena di morte: in media le condanne si trascinano per 25 anni, tra processi e appelli, con un costo di centinaia di milioni di dollari. Nonostante la scienza e gli esperti siano di casa nelle aule dei tribunali, la condanna perfetta non esiste e da anni si nota un’erosione di fiducia nel sistema; sempre più condannati riescono a ribaltare la sentenza e il numero di esecuzioni è diminuito negli ultimi 15 anni.

TEXAS AL PRIMO POSTO
Eppure a un recente dibattito repubblicano, il candidato Rick Perry ha ricevuto un’ovazione affermando di aver fatto giustiziare 234 persone durante il mandato come governatore del Texas. Uno stato che detiene di gran lunga il primato nazionale delle esecuzioni (ventuno all’anno di media). Nonostante il caso Davis, la maggioranza degli americani sostiene ancora la pena di morte (la praticano trentaquattro stati su cinquanta) ed è disposta a tollerare che di tanto in tanto sia giustiziato un innocente o qualcuno che non abbia ricevuto un giusto processo.


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